[605] Anastas. Bibliothecar., in Vit. Leonis III.
[606] Eginhardus, in Annal. Franc.
[607] Rer. Ital., P. II, tom. 1.
[608] Notcher., in Vita C. M., lib. 1, cap. 28.
[609] Theodulph., lib. 3, Carm. VI.
[610] Canisius, edition. Bosnag. tom. 1, P. II.
[611] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.
[612] Eccard., Rer. Franc. lib. 25, cap. 11
[613] Anastas. Bibliot., in Leon. III.
[614] Monachus Engolismensis, in Vit. Caroli Magni.
[615] Eginhardus, in Vita Caroli Magni.
[616] Eccard. Bissor.
[617] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejen.
Anno di CRISTO DCCC. Indizione VIII.
LEONE III papa 6.
CARLO MAGNO imperadore 1.
PIPPINO re d'Italia 20.
Dopo essersi sbrigato Carlo Magno dalle lunghe e fastidiose guerre de'
Sassoni e degli Unni, rivolse i suoi pensieri all'Italia. Non pareva a
lui peranche se non imperfettamente terminata la causa de' persecutori
di papa Leone. Oltre a ciò, _Grimoaldo_ duca di Benevento sostenea con
vigore l'indipendenza dal re Carlo, e coll'armi difendeva il suo
diritto. Nè volea finalmente esso re Carlo lasciare impunita la morte di
_Enrico_ duca del Friuli. Venne dunque alla determinazione d'imprendere
di nuovo il viaggio d'Italia[618]. Dopo Pasqua arrivò alla città di
Tours, accompagnato da _Carlo_ e _Pippino_ suoi figliuoli, e colà ancora
arrivò _Lodovico_, il terzo de' suoi figliuoli legittimi. Gli convenne
fermarsi quivi per la mala sanità della regina _Liutgarde_ sua moglie,
che diede ivi fine al corso di sua vita. Perch'egli non sapeva
passarsela senza una donna ai fianchi, tenne da lì innanzi l'una dopo
l'altra quattro concubine, nominate tutte dall'autor della sua vita
Eginardo. I padri Bollandisti ed altri, considerate tante virtù, e
massimamente la religion di questo gran principe, hanno sostenuto che sì
fatte concubine fossero mogli di coscienza; mogli, come suol dirsi,
della mano sinistra: e però lecite e non contrarie agl'insegnamenti
della Chiesa, la quale poi solamente nel concilio di Trento diede un
miglior regolamento al sacro contratto del matrimonio. Se ciò ben
sussista, ne lascerò io ad altri la decisione. Passò di là il re Carlo a
Magonza, e, secondochè abbiamo dagli Annali pubblicati dal
Lambecio[619], tenne ivi una gran dieta, dove espose le ingiurie fatte
al romano pontefice e i suoi motivi di passare in Italia, giacchè si
godeva la pace in tutta la monarchia franzese. Venne dunque l'invitto
re, guidando seco un poderoso esercito, ed, arrivato a Ravenna, vi prese
riposo per sette giorni[620]. Continuato dipoi il cammino sino ad
Ancona, di là spedì il figliuolo Pippino con parte della armata contra
del duca di Benevento, ma senza apparire che questi facesse per ora
impresa alcuna in quelle parti. Venne il pontefice Leone incontro al re
sino a Nomento, oggidì Lamentana, dodici miglia lungi da Roma, e dopo
avere desinato con lui, se ne ritornò a Roma, per riceverlo nel dì
seguente con più solennità. Arrivato il re con tutta la sua corte, trovò
esso papa che l'aspettava davanti alla basilica vaticana coi vescovi e
col clero, e fra i sacri cantici l'introdusse nel sacro tempio per
rendere grazie all'Altissimo. Abbiamo anche dal monaco engolismense[621]
che andarono fuor di Roma le milizie, le scuole ed altre persone ad
incontrare il re vegnente, come altre volte s'era praticato. Seguì
l'arrivo colà di Carlo Magno nel dì 24 di novembre[622]. Dopo sette
giorni raunatisi per ordine suo in s. Pietro gli arcivescovi, vescovi ed
abbati, e tutta la nobiltà sì franzese che romana, e postisi a sedere
esso re e il papa, con far anche sedere tutti i suddetti prelati, stando
in piedi gli altri sacerdoti e nobili, fu intimato l'esame de' reati che
venivano apposti ad esso papa Leone. Allora tutti i vescovi ed abbati
concordemente protestarono che niuno ardiva di chiamare in giudizio il
sommo pontefice; perchè la Sede apostolica, capo di tutte le Chiese, è
bensì giudice di tutti gli ecclesiastici, ma essa non è giudicata da
alcuno, come sempre s'era praticato in addietro. E il papa soggiunse che
voleva seguitare il rito de' suoi predecessori. In fatti nel giorno
appresso, giacchè niuno compariva che osasse provar que' pretesi
delitti, il papa davanti a tutta quella grande assemblea, e presente il
popolo romano, salito sull'ambone, ossia sul pulpito, tenendo in mano il
libro de' santi Vangeli, con chiara voce protestò che in sua coscienza
non sapea d'aver commesso que' falli, de' quali veniva imputato da
alcuni de' Romani suoi persecutori, e tal protesta autenticò col
giuramento. Il che fatto, e canonicamente terminato quel difficil
affare, tutto il clero, intonato il _Te Deum_, diede grazie
all'Altissimo, alla Vergine santa, a san Pietro e a tutti i Santi. Negli
Annali pubblicati dal Lambecio e scritti da autore contemporaneo,
abbiamo che molto ben comparvero in quell'assemblea gli accusatori del
papa; ma conosciuto che da invidia e malizia procedevano quelle
imputazioni, fu risoluto da tutti che il papa da sè stesso si purgasse
da que' falsi reati. Leggesi presso il cardinal Baronio[623] la formula
usata in quella congiuntura da esso papa Leone.
Venuto poi il giorno del natale del Signor nostro, seguì una mutazione
di sommo riguardo per Roma e per l'Occidente tutto. Cantò il papa
secondo il solito messa solenne nella basilica vaticana coll'intervento
di Carlo Magno e di un immenso popolo, quando eccoti indirizzarsi esso
pontefice al re, nel mentre che volea partirsi, e mettergli sul capo una
preziosissima corona, e nello stesso tempo concordemente tutto il clero
e popolo intonar la solenne acclamazione, che si usava nella creazion
degli imperadori, cioè: _A Carlo piissimo Augusto coronato da Dio,
grande e pacifico imperadore, vita e vittoria_. Tre volte detta fu
questa acclamazione, e in tal maniera si vide costituito da tutti il
buon re Carlo imperadore de' Romani; e il pontefice immediatamente unse
coll'olio santo esso Augusto e il re Pippino suo figliuolo. Di questa
unzione non parlano alcuni Annali de' Franchi, ma solamente della
coronazione, e delle acclamazioni e delle lodi suddette: dopo le quali
aggiungono che il papa fu il primo a far riverenza a Carlo, come si
costumava con gli antichi imperadori. _A pontifice more antiquorum
principum adoratus est._ Perciò esso Carlo, da lì innanzi lasciato il
nome di patrizio, cominciò ad usar quello d'_imperador de' Romani_ e di
_Augusto_. E qui convien rammentar le parole di Eginardo[624] che di lui
scrive: _Romam veniens, propter reparandum, qui nimis conturbatus erat,
Ecclesiae statum, ibi totum hyemis tempus protraxit. Quo tempore et
Imperatoris et Augusti nomen accepit: quod primo in tantum aversatus
est, ut affirmaret, se eo die quamvis praecipua festivitas esset.
Ecclesiam non intraturum fuisse, si consilium pontificis praescire
potuisset_. Benchè Eginardo sia scrittore di somma autorità per questi
tempi ed affari, pure non ha saputo persuadere nè al Sigonio, nè al
padre Daniello, nè ad altri storici, che potesse mai seguire una tal
funzione senza contezza, anzi con ripugnanza di Carlo Magno, che pur fu
principe sì voglioso di gloria. E se il clero e popolo tutto era
preparato per cantare le acclamazioni poco fa riferite, come mai non
potè traspirar la notizia di sì gran preparamento e disegno ad esso
monarca? Nè mancano scrittori antichi che il tennero ben informato della
dignità che gli si voleva conferire. Giovanni Diacono[625], autore
contemporaneo, nelle vite de' vescovi di Napoli lasciò scritto che papa
Leone _fugiens ad regem Carolum, spopondit ei, si de suis illum
defenderet inimicis, augustali eum diademate coronaret_. Molto più
chiaramente parlano gli Annali del Lambecio e moissiacensi colle
seguenti parole: _Visum est et ipsi apostolico Leoni, et universis
sanctis patribus, qui in ipso concilio_ (cioè nel romano poco fu
accennato) _seu reliquo christiano populo, ut ipsum Carolum regem
Francorum IMPERATOREM nominare debuissent, QUI IPSAM ROMAM TENEBAT, ubi
semper Caesares sedere soliti erant, seu reliquas sedes, quas ipse per
Italiam, seu Galliam, nec non et Germaniam TENEBAT: quia Deus omnipotens
has omnes sedes in POTESTATEM EJUS concessit; ideo justum eis esse
videbatur, ut ipse cum Dei adjutorio, et universo christiano populo
petente ipsum nomen haberet. Quorum petitionem ipse rex Carolus denegare
noluit, sed cum omni humilitate subjectus Deo et petitioni sacerdotum,
et universi christiani populi, in ipsa nativitate Domini nostri Jesu
Christi ipsum nomen IMPERATORIS cum consecratione domni Leonis papae
suscepit_. L'Annalista lambeciano scriveva queste cose ne' medesimi
tempi, e però di gran peso è la sua asserzione.
Vo' io immaginando che molto ben fosse proposto dal papa e da quel gran
consesso al re Carlo Magno di dichiararlo imperador de' Romani, ma
ch'egli ripugnasse sulle prime, per non disgustare i greci imperadori,
asserendo appunto Eginardo che dopo il fatto se l'ebbero molto a male
gli Augusti orientali. _Constantinopolitanis tamen imperatoribus super
hoc indignantibus, magna tulit patientia, vicitque magnanimitate, qua
eis procul dubio praestantior erat, mittendo ad eos crebras legationes,
et in epistolis fratres eos appellando._ Ma il pontefice Leone dovette
concertare col clero e popolo di cogliere inaspettatamente esso Carlo
nella solenne funzione del santo Natale; e vedendo poi egli la concordia
e risoluzion del papa e de' Romani, senza più fare resistenza si
accomodò al loro volere, ed accettò il nome d'imperadore. Dissi il nome,
colle parole degli storici suddetti; perciocchè per conto di Roma e del
suo ducato, gli stessi Annali ci han già fatto sapere ch'egli anche
solamente patrizio ne era padrone: _ipsam Romam tenebat_. E come padrone
appunto mandò i suoi messi prima, e poi venne egli a far giustizia
contro i calunniatori e persecutori del papa. Che se talun chiede, che
guadagnò allora Carlo Magno in questa mutazione, consistente, come si
pretende, in un solo titolo e nome, hassi da rispondere: che fino a
questi tempi era stata una prerogativa degl'imperadori romani la
superiorità d'onore sopra i re cristiani di Spagna, Francia, Borgogna ed
Italia. Scrivendo essi re agli Augusti, davano loro il titolo di _padre_
e di _signore_. E i primi re di Francia e d'Italia, per giustificare i
lor dominio in tante provincie occupate al romano imperio, non ebbero
difficoltà di riconoscersi come dipendenti dagl'imperadori, con aversi
procacciato da loro il titolo di _patrizii_. Laonde gli stessi Augusti
greci ritenevano qualche diritto, o almeno un possesso d'onore sopra i
re e regni ch'erano stati del romano imperio. Inoltre fin qui erano
stati riguardati come sovrani di Roma, e il nome loro compariva negli
atti pubblici, come si usò per tanti secoli in addietro. Ora creato
Carlo Magno imperador d'Occidente, veniva a levarsi al greco Augusto
ogni diritto sopra Roma, e l'antica onorificenza nelle contrade
occidentali, perchè trasfusa nel novello imperador d'Occidente. Infatti
da lì innanzi Carlo Magno, per attestato di Eginardo, non più col titolo
di _padre_, ma con quel di _fratello_ cominciò a scrivere ai greci
imperadori, siccome divenuto loro eguale nell'altezza del grado, e così
ancora ne' pubblici atti di Roma si cominciò a scrivere il di lui nome
d'imperadore. Ecco la cagione per cui essi Augusti greci, fino allora
rispettati anche in Roma, s'ebbero tanto a male questa novità. E di qui
è avere scritto Teofane[626] che ora solamente _in Francorum potestatem
Roma cessit_, perchè in addietro avevano i Greci conservato l'alto
dominio in Roma, e questo cessò nel costituire imperador de' Romani il
re Carlo. Per altro i motivi del romano pontefice, e del senato e popolo
romano, per rinnovare nella persona di Carlo Magno il romano imperio,
son chiaramente accennati dagli antichi scrittori. Non v'era allora
imperadore. Una donna, cioè _Irene_, comandava le feste, e si intitolava
_imperadrice de' Romani_. Vollero perciò il papa e i Romani ripigliare
l'antico loro diritto, e farsi un imperadore. E tanto più perchè i Greci
non faceano più alcun bene, anzi si studiavano di far del male ai
Romani; ed era ben più nobile e potente de' Greci il monarca franzese.
Tornava anche in maggior decoro di essi Romani che il lor padrone non
più usasse l'inferior titolo di _patrizio_, ed assumesse il nobilissimo
ed indipendente d'_imperadore_, con cui veniva parimente ad acquistare
una specie di diritto, se non di giurisdizione, almeno di onore, sopra i
re e regni di occidente. Per conto poi de' papi non si può ben
discernere, se ne' precedenti anni avessero dominio, o qual dominio
temporale avessero in Roma. Da qui innanzi bensì chiara cosa è ch'essi
furono signori temporali della stessa città e del suo ducato, secondo i
patti che dovettero seguire col novello imperadore: con podestà
nondimeno subordinata all'alto dominio degli Augusti latini, potendo noi
molto bene immaginare che papa Leone stabilisse tale accordo con Carlo
Magno prima di cotanto esaltarlo, e guadagnasse anch'egli dal canto suo
e dei suoi successori. Il perchè da lì innanzi cominciarono i papi a
battere moneta col nome lor proprio nell'una parte dei soldi e denari, e
nell'altra col nome dell'imperadore regnante, come si può vedere ne'
libri pubblicati dal Blanc franzese, e dagli abbati Vignoli e
Fioravanti. Rito appunto indicante la sovranità di Carlo Magno e de'
suoi successori in Roma stessa, non lasciandone dubitare lo esempio
sopra da noi veduto di Grimoaldo duca di Benevento.
Dopo così strepitosa funzione l'imperador Carlo attese a regolar gli
affari di Roma, e ripigliò fra gli altri quello de' congiurati ed
offensori di papa Leone[627]. Furono costoro di nuovo esaminati, e
secondo le leggi romane, venne proferita sentenza di morte contra di
loro. Ma il misericordioso pontefice s'interpose in lor favore appresso
di Carlo, in guisa che ebbero salva la vita e le membra. Ma perchè non
restasse affatto impunita l'enormità del delitto, furono mandati in
esilio in Francia. Dal che si vede non sussistere l'asserzione di
Anastasio, che li fa esiliati prima che Carlo venisse a Roma. Fra le
altre controversie che si trattarono in questi tempi in Roma alla
presenza del nuovo imperadore, quella eziandio vi fu che già vedemmo
agitata ai tempi del re Liutprando fra i vescovi d'Arezzo e di Siena, a
cagione di molte parrocchie, che il primo pretendeva usurpate alla sua
diocesi dall'altro. L'Ughelli[628] pubblicò un decreto d'esso Carlo
Magno dato _quarto nonas martias, trigesimo tertio, et trigesimo quarto
anno imperii nostri. Actum Romae in ecclesia sancti Petri_, ec. È piena
di spropositi questa data. Viziato ancora si scorge il titolo, cioè
_Karolus gratia Dei rex Francorum et Romanorum, atque Longobardorum._ E
se così fosse scritto nell'archivio della chiesa d'Arezzo, il documento
sarebbe falso. Ma forse son da attribuire sì fatti errori al Burali,
ovvero alla non ignota trascuraggine dell'Ughelli. Quivi _Ariberto_
vescovo d'Arezzo ricorre al suddetto Augusto contra di _Andrea_ vescovo
di Siena, querelandosi che teneva occupate molte chiese spettanti alla
diocesi aretina. Rimessa tal causa a papa Leone, fu deciso in favore
d'Ariberto, e Carlo Magno con suo diploma avvalorò maggiormente questa
sentenza. Un'altra particolarità degna di gran riguardo abbiamo dagli
Annali de' Franchi, cioè che sul fine del novembre e sul principio di
decembre dell'anno presente, mentre Carlo Magno era in Roma, tornò da
Gerusalemme Zacheria prete, già inviato colà da esso Carlo, conducendo
seco due monaci spediti dal patriarca di quella città[629], i quali
_benedictionis gratia claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae cum
vexillo detulerunt_ al medesimo Carlo Magno. Si è servito il cardinal
Baronio[630] di questo stesso fatto per provare che l'aver i romani
pontefici inviato ai re Franchi _le chiavi del sepolcro di san Pietro e
il vessillo_ non è segno che il dominio di Roma e del suo ducato fosse
trasferito in quei re. Ma il dottissimo cardinale, per non aver potuto
vedere a' suoi tempi tante storie pubblicate dipoi, si servì qui d'una
pruova che fa appunto contra di lui. Imperocchè è da sapere che Carlo
Magno mantenne gran corrispondenza con Aronne califfa de' Saraceni, e re
allora anche della Persia. Eginardo[631] attesta che questo califfo si
pregiava più della amicizia d'esso Carlo (tanta era la di lui
riputazione e potenza), che di quella di tutti gli altri principi del
mondo; e mandò più volte a regalarlo. Carlo Magno, siccome principe che
stendeva il guardo a tutto quanto potea recar gloria a sè e vantaggio
alla religione cristiana, seppe ben profittare del suo credito e della
sua amicizia con esso Aronne. Trattò dunque con lui per via di lettere e
di ambasciatori, e gli riuscì di ottenere da lui il dominio della sacra
città di _Gerusalemme_. Odasi il suddetto Eginardo, che così seguita a
dire: _Quum legati ejus_ (Caroli), _quos cum donariis ad sacratissimum
Domini ac Salvatoris nostri sepulcrum, locumque resurrectionis miserat,
ad eum venissent, et ei domini sui voluntatem indicassent, non solum ea
quae petebantur, fieri permisit, sed etiam sacrum illum ac salutarem
locum, ut illius potestati adscriberetur, concessit._ Il poeta
sassone[632] conferma la stessa notizia, con dire che Aronne inviò a
Carlo Magno donativi di gemme, oro, vesti, aromati:
_Adscribique locum sanctum Hierosolymorum_
_Concessit propriae Caroli semper ditioni._
E perchè non si dubiti del dominio ancora della città di Gerusalemme,
odansi gli Annali[633]: _Zacharias cum duobus monacis de Oriente
reversus Romam venit, quos patriarcha hierosolymitanus ad regem misit.
Qui benedictionis causa claves sepulcri dominici, ac loci Calvariae
claves etiam civitatis et montis eum vexillo detulerunt._ Altrettanto si
legge nella vita di Carlo Magno d'autore incerto[634], e in quella del
monaco Engolismense[635], negli Annali bertiniani[636], di Metz[637],
ec. Veggasi dunque che significasse in tali casi l'inviare il
_vessillo_. L'acquisto fatto nella forma suddetta da Carlo Magno della
città di Gerusalemme, servì di fondamento al favoloso ed antico romanzo
di Turpino per ispacciare ch'esso imperadore si portò in Oriente, vi
conquistò la santa città, andò a Costantinopoli, e fece altre prodezze:
tutte favole, che poi il Dandolo ed assai altri storici a man baciata
come verità contanti accolsero, ma che oggidì non hanno più spaccio. Io
mi dispenserò da qui innanzi dal riferir gli anni de' greci imperadori,
perch'essi in Italia non fecero più gran figura, e solamente andarono
ritenendo il dominio in Napoli ed in alcune città della Calabria.
Finalmente non vo' lasciar di dire che da una pergamena citata dal
Fiorentini[638] apparisce essere stato in questo anno duca, cioè
governatore in Lucca _Wicheramo_, ma senza sapersi se la sua autorità si
stendesse sopra le altre città della Toscana.