NOTE:

[599] Apud Mabill., Saecul. IV Benedict., P. I.

[600] Annal. Franc. Loiselian.

[601] Anastas., in Vit. Leonis III.

[602] Ciampinius, de Musiv., P. II, cap. 23.

[603] Ughell., Ital. Sacr., tom. I, in Episc. Asculan.

[604] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

Anno di CRISTO DCCXCIX. Indizione VII.

LEONE III papa 5.

IRENE imperadrice 3.

CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 26.

PIPPINO re d'Italia 19.

Siccome costa dalla confession di fede che _Felice_ vescovo d'Urgel

compose, allorchè finalmente tornò al grembo della Chiesa, sul principio

dell'anno presente, fu celebrato in Roma un concilio da papa _Leone

III_, e da cinquantasette vescovi, _praecipiente gloriosissimo ac

piissimo domino nostro Carolo_: parole degne di osservazione. Proferì la

sacra adunanza la scomunica contra del suddetto Felice, s'egli non

ritrattava l'eretical suo dogma, _in quo ausus est Filium Dei adoptivum

asserere_. Ma non andò molto che il buon papa Leone si vide involto in

una fiera calamità per la scellerata congiura di alcuni dei principali

Romani, i capi de' quali furono _Pasquale_ primicerio e _Campulo_

sacellario, ossia sagristano, nipote del fu papa Adriano I. Il motivo o

pretesto di tale iniquità l'hanno o ignorato o lasciato nella penna gli

antichi scrittori, non altro dicendo se non che costoro accusarono

poscia di varii delitti il papa, ma senza poterne provar nè pur uno.

Costoro nondimeno, che sotto il precedente pontificato erano avvezzi a

comandare, probabilmente non sofferivano di ubbidire sotto il nuovo

pontefice. Ora noi abbiamo da Anastasio bibliotecario[605], che mentre

nel dì di san Marco a dì 25 d'aprile papa Leone con tutto il clero e

buona parte del popolo faceva la solenne processione delle litanie

maggiori, allorchè egli fu arrivato davanti al monistero dei santi

Stefano e Silvestro, sbucarono fuori i due suddetti congiurati con una

mano di sgherri armati, e preso il pontefice, il gittarono per terra, e

lo spogliarono, sforzandosi con somma crudeltà a forza di pugnalate di

cavargli gli occhi e di tagliargli la lingua. In fatti credendo di

averlo accecato e renduto mutolo per sempre, il lasciarono così

malconcio in mezzo alla piazza. Poi ritornati più che prima infelloniti

a prenderlo, e condottolo avanti all'altare di quella chiesa, di nuovo

più barbaramente il trattarono, con fama che gli cavarono gli occhi e la

lingua, gli diedero delle bastonate e ferite, e mezzo morto ed intriso

nel proprio sangue il rinserrarono prigione in quello stesso monistero.

Tutto il popolo, che interveniva senz'armi alla processione, se ne fuggì

in fretta. Fu poi condotto da quei masnadieri il misero pontefice nel

monistero di sant'Erasmo, cioè in luogo creduto più sicuro. Quivi

miracolosamente, per quanto fu creduto, gli fu restituita da Dio la

vista e la lingua; e venne poi fatto ad Albino suo cameriere, unito con

altri fedeli, di nascostamente penetrar colà, e di condurlo via con

guidarlo alla basilica vaticana, dove si fortificarono. Intanto corsa

dappertutto la voce di così empio attentato, arrivò anche agli orecchi

di _Guinigiso_ duca di Spoleti, il quale probabilmente si trovava in

quelle vicinanze, perchè i confini del suo ducato arrivavano assai

presso a Roma. Anzi gli Annali bertiniani e metensi dei Franchi scrivono

ch'egli era in Roma, e che il papa scappò di notte _ad legatos regis,

qui tunc apud basilicam sancti Petri erant, Wirundum scilicet abbatem,

et Winigisum Spoletanorum ducem veniens, Spoletum ductus est_. Comunque

sia, non tardò punto Guinigiso ad accorrere in aiuto del papa con un

buon nerbo di soldatesche. Arrivato a san Pietro, e trovatovi, contra

l'espettazione, sano e salvo esso pontefice, seco con tutta venerazione

il condusse a Spoleti, dove concorsero da varie città vescovi, preti e

secolari di prima riga a seco congratularsi. Volarono presto al re Carlo

lettere del duca Guinigiso coll'avviso di sì orrido avvenimento; e il re

rispose che avrebbe veduto volentieri il pontefice, il quale perciò si

mise in viaggio per ire a trovarlo. Scrivono altri essere stato il

pontefice che desiderò d'andare in persona alla real corte, e fu

esaudito. Nè si dee tralasciar di dire, che, oltre ad Anastasio, varii

Annali de' Franchi raccontano essere di fatto stati cavati gli occhi e

tagliata la lingua a papa Leone da quei sicarii, e che miracolosa fu la

di lui guarigione. Ma non mancano scrittori antichi e contemporanei che

diversamente raccontano quel fatto, e in maniera più credibile, con dire

che tentarono bensì quegli scellerati l'enormità suddetta, ma o non

poterono, o non vollero compierla; e veggendosi poi papa Leone tuttavia

colla lingua e con gli occhi, vi si aggiunse il miracolo. Secondochè

abbiam da Eginardo[606], esso pontefice _equo dejectus, et erutis

oculis, ut aliquibus visum est, lingua quoque amputata, nudus ac

semivivus in platea relictus est_. Son parimente parole dell'Annalista

lambeciano e moissiacense le seguenti: _Romani comprehenderunt domnum

apostolicum Leonem, et absciderunt linguam ejus, et voluerunt eruere

oculos ejus, et eum morti tradere. Sed juxta Dei dispensationem malum

quod inchoaverant, non perfecerunt_. Odasi ora Giovanni Diacono[607],

autore vicino a questi tempi, nelle vite de' vescovi di Napoli, da me

date alla luce. _Conspirantes_, dice egli, _viri iniqui contra Leonem

tertium romanae sedis antistitem, comprehenderunt eum. Cujus quum

vellent oculos eruere, inter ipsos tumultus, sicut assolet fieri, unus

ei oculus paululum est laesus._ Quel che è più, il grande ornamento

della Francia in questi tempi Alcuino abbate, in iscrivendo al re Carlo

la lettera terzadecima intorno al fatto di papa Leone, dice, che _Deus

compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes caecatis

mentibus lumen ejus extinguere_. Similmente Notchero[608] racconta che

alcuni empi tentarono di accecarlo, _sed divino nutu conterriti sunt et

retracti ut nequaquam oculos ejus eruerent_. Finalmente Teodolfo vescovo

di Orleans[609], scrittore contemporaneo, narra che ai suoi dì v'era chi

diceva cavati e miracolosamente restituiti gli occhi al papa; e chi lo

negava, confessando solamente che il tentativo fu fatto, ma non

eseguito. Però riflette egli:

_Reddita sunt? Mirum est. Mirum est, auferre nequisse,_

_Est tamen in dubio; hinc mirer, an inde magis._

Dimorava in Paderbona _Carlo Magno_ colla sua armata, allorchè ebbe

avviso della venuta di papa Leone; ed immantinente gli spedì

all'incontro prima _Adelbaldo_, ossia _Adelboldo_, arcivescovo primo di

Colonia, e poscia il figliuolo _Pippino_ re d'Italia con assai baroni e

molte squadre d'armati. Per dovunque passò il pontefice nel suo viaggio,

fu accolto dappertutto dal concorso de' popoli e dalla venerazione e

maraviglia d'ognuno; e finalmente ricevuto dal re Pippino, fu condotto

alla corte del padre. Resta tuttavia un poemetto, dato alla luce da

Arrigo Canisio[610], che tratta dell'arrivo d'esso papa a Paderbona.

Avea il re Carlo schierato tutto il suo fiorito esercito per onorare il

vegnente santo pastore, ed egli stesso a cavallo gli fu all'incontro.

Tutte le schiere, al comparire del venerabil padre prostrate in terra il

venerarono, chiedendogli la sua benedizione; e Carlo anch'egli sceso da

cavallo, dopo profondi inchini l'abbracciò e baciò. Andarono poi

unitamente al sacro tempio a rendere grazie all'Altissimo, indi al

palazzo; e ne' molti giorni che il papa si trattenne presso quel

monarca, i conviti e le feste furono continue. Senza fallo fra il papa e

il re si dovette più volte trattare della maniera di gastigare e mettere

in dovere i Romani. Fu consultato intorno a questo affare Alcuino da

Carlo Magno, siccome ricaviamo dalla di lui lettera undecima, in cui gli

dice, che i tempi son pericolosi, e che _nullatenus capitis_ (cioè del

romano pontefice) _cura omittenda est. Levius est pedes tollere quam

caput._ Tuttavia aggiugne: _Componatur pax cum populo nefando, si fieri

potest. Relinquantur aliquantulum minae, ne obdurati fugiant: sed et in

spe retineantur, donec salubri consilio ad pacem revocentur. Tenendum

est, quod habetur, ne propter acquisitionem minoris, quod majus est,

amittatur. Servetur ovile proprium, ne lupus rapax devastet illud. Ita

in alienis sudetur, ut in propriis damnum non patiatur._ Da queste

parole volle dedurre il padre Pagi[611] che Roma in questi tempi non

riconosceva nè imperadore greco, nè Carlo Magno per suo superiore. Ma da

queste medesime Giovan-Giorgio Eccardo[612] dedusse tutto il contrario,

con pretendere consigliato Carlo Magno a procedere senza rigore contro i

delinquenti Romani, per timore che questi, già in rivolta contro il

papa, non si rivoltassero anche contro d'esso Carlo, ed egli per

acquistare il _meno_, cioè per voler punire a tutta giustizia gli

offensori del papa, non perda il _più_, cioè il suo patriziato e dominio

in Roma; e per voler riparare i torti fatti ad _altrui_, cioè al

pontefice, non resti egli privo del _proprio_, cioè della sua signoria

in quell'insigne ducato; potendo temere che i _lupi rapaci_, cioè i

Greci e il duca di Benevento confinanti non si prevalessero di tale

occasione per occupar Roma, e i Romani troppo aspramente trattati non

corressero loro in braccio. Intanto i nemici del pontefice, siccome

aggiugne Anastasio[613], misero a sacco molti poderi di san Pietro, e

per giustificare l'esecrabile lor procedura, inviarono al re Carlo una

lista di varie infami accuse contra del papa, tali nondimeno, che di

niuna potevano addurre le pruove. Ora dopo essersi fermato per alcune

settimane o mesi col re papa Leone, visitato quivi e onorato dai vescovi

di quelle parti, e dai fedeli correnti da tutti que' paesi, e

suntuosamente regalato dal re e dalla sua corte, fu risoluto ch'egli se

ne tornasse a Roma, avendo il saggio monarca prese ben le sue misure,

affinchè vi potesse rientrare senza pericolo della sua persona e

dignità.

L'accompagnaron nel viaggio _Adeboldo_ arcivescovo di Colonia, _Arnone_

arcivescovo di Salisburgo, e quattro vescovi, cioè _Bernardo_ di

Vormazia, _Azzone_ di Frisinga, _Jesse_ di Amiens, e _Cuniberto_ non si

sa di qual città, siccome ancora Elmgeto, Rotegario e Germano conti. Per

tutte le città, dove egli passò, fu ricevuto come un apostolo; e

pervenuto che fu nelle vicinanze di Roma nella vigilia di santo Andrea,

tutto il clero, il senato e popolo romano colla milizia, colle monache,

diaconesse e le nobili matrone, e tutte le scuole de' forestieri, cioè

dei Franchi, Frisoni, Sassoni e Longobardi, gli andarono incontro fino

al ponte Milvio, oggidì _ponte Molle_, e colle bandiere ed insegne,

cantando inni spirituali, e con infinito giubilo il condussero alla

basilica vaticana, dove egli cantò messa solenne, e tutti presero la

comunione del Corpo e del Sangue del Signore, come si praticava in

questi tempi anche per gli secolari. Nel dì appresso entrò in Roma, e

tornò pacificamente ad abitare nel palazzo lateranense. Da lì a pochi

giorni i suddetti vescovi e conti, siccome messi del re Carlo patrizio

de' Romani (la cui autorità anche di qui risulta), alzarono il lor

tribunale nel triclinio di papa Leone; e citati i malfattori, per più

d'una settimana attesero a formare il processo. Pasquale e Campolo coi

lor seguaci vi comparvero, e nulla avendo che dire, o non potendo

provare quel che dicevano contra del papa, furono presi e mandati in

esilio in Francia. Così Anastasio bibliotecario; ma noi vedremo che più

tardi accadde la relegazion di costoro. In questa maniera finì per

allora l'abbominevol tragedia succeduta in Roma. Nell'anno presente

ancora ebbe da faticare il re Carlo nella Sassonia, e di nuovo una gran

moltitudine di quegli abitanti colle moglie e co' figliuoli trasse da

quelle contrade, con dividerla per varie altre parti della sua

monarchia. Avevano poi i popoli delle isole di Maiorica e Minorica,

perchè infestati dai Mori di Africa, o pure di Spagna, implorato ed

anche ottenuto soccorso da Carlo Magno, col mettersi sotto la sua

protezione e signoria. Tornarono loro addosso in quest'anno i

Saraceni[614], e venuti a battaglia coll'esercito franzese, rimasero

sconfitti, e le lor bandiere prese, presentate ad esso re Carlo, gli

servirono di molta consolazione. Ma non compensarono queste allegrezze

l'afflizione che egli provò per la perdita di due de' suoi più valorosi

e fedeli uffiziali. L'uno di essi fu _Geroldo_ presidente della Baviera,

che in una baruffa contro gli Unni della Pannonia restò miseramente

ucciso[615], ma non invendicato. Imperocchè sembra che in quest'anno

terminasse la guerra con que' Barbari, il paese de' quali restò in

potere del re Carlo, ridotto nondimeno ad una total desolazione, dopo

essere periti in sì lungo bellicoso contrasto tutti i nobili di quella

nazione, e dopo averne i Franchi asportate le immense ricchezze, che

coloro in tanti anni aveano raunate coi lor latrocinii. L'altro suo

uffiziale fu _Erico_, ossia _Enrico_ o _Arrigo_, duca o marchese del

Friuli, personaggio sopra da noi nominato, che in varii cimenti e

vittorie s'era dianzi acquistato un gran capitale di gloria. Questi

trovandosi nella Liburnia, provincia situata fra l'Istria e la Dalmazia,

i cui popoli s'erano già dati al re Carlo e attendendo nella città di

Tarsatica, oggidì Tarsacoz, a regolar quegli affari, da alcuni di que'

cittadini ammutinati fu privato di vita. In luogo suo succedette in

quella marca _Cadalo_, di cui parleremo altrove. Conghiettura fu

dell'Eccardo[616] e del p. de Rubeis[617] che questo _Enrico_ potesse

essere lo stesso che _Unroco_, o pure padre di Unroco conte, il cui

figlio _Everardo_ a suo tempo vedremo reggere la marca del Friuli, ed

essere stato padre di _Berengario_ imperadore.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 141 / 339 题