NOTE:

[596] Theoph., in Chronogr.

[597] Eginhardus, Annal. Francor.

[598] Poeta Saxo, Annal. Franc.

Anno di CRISTO DCCXCVIII. Indizione VI.

LEONE III papa 4.

IRENE imperadrice 2.

CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 25.

PIPPINO re d'Italia 18.

A questi tempi si può riferire quanto scrisse Pascasio Ratberto[599]

nella vita di s. _Adalardo_ abbate di Corbeia. Questo abbate, celebre

per la sua rara pietà e per molte altre virtù, fu scelto da Carlo Magno,

probabilmente o nel precedente o nel presente anno, perchè servisse di

consigliere e primo ministro al figliuolo _Pippino_ re d'Italia. Come si

portasse egli in quest'impiego, gioverà intenderlo dallo stesso,

Pascasio, che così ne parla: _Justitiam vero quantum sectatus sit,

testis est Francia, et omnia regna terrarum consultu sibi submissa.

Maxime tamen Italia, quae sibi commissa fuerat, ut regnum et ejus regem

Pippinum juniorem ad statum reipublicae, et ad religionis cultum

utiliter, juste, atque discrete honestius informaret. Ubi tantam

promeruit laudem, ut a quibusdam ita ut fertur, non homo, sed pro

virtutis amore angelus predicaretur_. Seguita poi a dire che Adalardo

non guardava in faccia ad alcuno, allorchè si trattava di far la

giustizia; nè dubbio v'era che entrassero a lui regali. Trovò egli de'

prepotenti nelle contrade d'Italia, che faceano delle angherie al basso

popolo. S'applicò a sradicar questi abusi, senza mettersi suggezione

d'alcuno, e procurò che dappertutto avesse luogo la giustizia, e ne

fosse bandita la violenza. Andò poscia Adalardo a Roma, e s'introdusse

presso papa Leone con tal credito e familiarità, che esso pontefice

ebbe, a dire che se si fosse ingannato a credere ad esso Adalardo, a

niun altro Francese avrebbe egli creduto nell'avvenire. Rimessa in trono

l'imperadrice Irene, spedì in quest'anno al re _Carlo_ per

ambasciatori[600] _Michele_, già patrizio della Frigia, e _Teofilo_

prete. Il suggetto della loro ambasciata fu di notificargli le mutazioni

seguite in Costantinopoli, e di stabilir pace con esso re: al che è da

credere che desse mano il buon re, il quale in segno anche di amicizia

restituì in libertà _Sisinnio_ fratello di s. _Tarasio_ patriarca di

Costantinopoli, che già era stato preso in guerra, probabilmente

nell'anno 788, allorchè l'armata greca fu disfatta da Grimoaldo ed

Ildebrando duchi. Ebbe da fare anche in quest'anno Carlo Magno coi

Sassoni, nel paese de' quali s'inoltrò coll'armi; fece, dovunque arrivò,

darsi degli ostaggi; e menò seco altri di quegli abitanti, con

dividerli, secondo il solito, in varie provincie. Succedette ancora un

fatto d'armi tra gli Sclavi settentrionali, benchè Pagani, pure fedeli a

Carlo Magno, e i Sassoni abitanti di là dall'Elba, con restar sul campo

quasi tre migliaia di questi ultimi. Accadde ne' medesimi tempi che

Felice vescovo d'Urgel in Catalogna, nominato di sopra, non solamente

rinnovellò le sue eresie, ma le difese ancora in un libro che diede alla

luce. La riputazione in cui si era allora s. _Paolino_ patriarca

d'Aquileia, fu cagione che Alcuino abbate, chiamato anche Flacco Albino,

non contento di scriver egli in difesa della Chiesa, sollecitò ancora

esso s. Paolino a confutar quella velenosa scrittura. E indarno nol

pregò. San Paolino con tre libri, che tuttavia esistono, rispose a tutte

le dicerie di Felice; e siccome versato non meno in prosa che in versi,

v'aggiunse un simbolo o regola della fede, composta in versi, che

parimente si legge data alla luce.

Attendeva in questi tempi, perchè tempi di pace in Italia, _Leone III_,

romano pontefice, a rinnovar le chiese di Roma, e a decorarle con

suntuose fabbriche, paramenti ed altri ornamenti, minutamente descritti

da Anastasio[601]. Monsignor Ciampini[602] rapporta un musaico, tuttavia

visibile nella chiesa di s. Susanna di Roma, dove comparisce la figura

d'esso papa che tiene in mano la forma d'una Chiesa; siccome ancora

l'immagine di _Carlo Magno_ che porta i mustacchi, il manto e la spada.

Ma soprattutto è celebre il magnifico triclinio, ossia sala destinata

per mangiarvi, ch'egli edificò nel palazzo patriarcale del Laterano.

Niccolò Alamanni, il Ciampini ed altri hanno pubblicato il musaico che

ivi tuttavia si conserva. Scorgesi in una parte d'esso il Signor Gesù

Cristo, che porge colla destra le _chiavi_ a s. Pietro, e colla sinistra

il _vessillo_ ad un principe coronato coll'iscrizione COSTANTINO V.

Trovandosi dietro alla testa di questo principe un _quadrato_, che,

secondo l'osservazione de' padri Papebrochio, Mabillone e d'altri,

denota persona vivente, verisimile è che qui s'abbia da intendere, non

già Costantino il grande, ma _Costantino_ imperadore di Oriente ne'

primi anni del pontificato di papa Leone III. E quando ciò sussista,

viene a fortificarsi la conghiettura proposta di sopra, cioè che durava

tuttavia in Roma il rispetto all'imperador greco, ed era quivi

riconosciuta la di lui sovranità, e che i re di Francia nell'accettare

il _patriziato_ de' Romani dovettero intavolar qualche accordo con

gl'imperadori, e senza vergognarsi d'essere loro vicarii e subordinati

per conto di Roma e del suo ducato. Nell'altra parte del musaico si mira

s. Pietro, che colla destra porge il pallio ad un papa inginocchiato

colle lettere appresso SCSSIMUS D. N. LEO PP., cioè lo stesso papa Leone

III, autore di quel musaico, rappresentato col _quadrato_ dietro la

testa. Colla sinistra poi s. Pietro porge un _vessillo_ ad un principe

inginocchiato, che porta i mustacchi, il manto, la spada e fasce alle

gambe, come ebbe in uso Carlo Magno. E che di lui appunto si parli lo

attestano le lettere sovrapposte, cioè DN. CARVLO REGI. Di sotto si

legge questa iscrizione: BEATE PETRE DONA VITA LEONI PP. ET BICTORI[=A]

CARVLV DONA. L'Alamanni, il Marca, il Pagi, l'Eccardo ed altri han fatto

varii commenti a questo musaico. Non ne vo' io aggiugnere alcun altro,

perchè non si può con sicurezza trovar la luce vera in mezzo a sì fatte

tenebre. A quest'anno poi dovrebbe appartenere, se fosse vera, una

donazione fatta da _Ludigario_ conte d'Ascoli ad _Instolfo_ vescovo di

quella città. La carta rapportata dall'Ughelli[603] si dice scritta:

_Regnante domino Carolo et Pippino filio ejus, excellentissimis regibus

Francorum et Longobardorum, seu et patritiis Romanorum, regnorum in

Christi nomine in Italia, Deo propitio, vigesimo sexto, et octavo

decimo, eodemque temporibus viro gloriosissimo Vinigisi summo duce, anno

felicissimo ducatus ejus octavo, seu Ludigari comite civitatis

asculanae, mense junio, die II, per Indictione sexta_ L'Ughelli,

quantunque infelice critico, conobbe che le sottoscrizioni _Carlo

imperadore, di Pippino patrizio de' Romani_, e l'_anno_ 874 posto in

fine, erano sconcordanze intollerabili. Contuttociò si credette di poter

conciare tante slogature con levar quell'anno, e credere tale atto

seguito nell'anno 799. Ma quello non è documento che si possa per verun

conto legittimare. Pippino mai non fu _re de' Franchi_; nè Carlo Magno

era _imperadore_ nel giugno di quell'anno, per tacere degli altri

spropositi, che non trattennero il Lilii nella storia di Camerino

dall'accogliere come tant'oro questa screditata carta. Abbiamo poi dalle

memorie del monistero di Farfa[604] che nella città di Spoleti _anno

Karoli, et Pippini regis XXIV et XVIII, mense majo, Indictione VI.

Mamiano_ abbate ed _Isembardo, missi domni regis_, giudicarono di una

causa in favore de' monaci farfensi.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 140 / 339 题