[571] Labbeus, tom. 7 Concilior.
[572] Rer. Italic., Part. II, tom. 1.
[573] Nigell., lib. 1, Poemat. P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[574] Anonymus apud Mabillon., Saecul. Benedict., lib. 1, cap. 10.
[575] Eginhardus, in Annal. Franc.
[576] Mabill., in Annal. Benedictin.
[577] Theodulphus, in Paraenesi ad Judic.
Anno di CRISTO DCCXCV. Indizione III.
LEONE III papa 1.
COSTANTINO imp. 20 e 16.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 22.
PIPPINO re d'Italia 15.
Giunse in quest'anno al fine de' suoi giorni papa _Adriano I_, e la sua
morte succedette nel dì santo del Natale di nostro Signore. La memoria
di questo prudente ed insigne pontefice, che meritò d'essere ascritto al
catalogo de' santi, sarà sempre in benedizione nella Chiesa romana, di
cui fu egli sommamente benemerito; perchè essa dianzi sempre maestosa e
riverita nello spirituale, per cura di lui cominciò ad essere grande e
stimata anche nel temporale. Quanto alto ascendesse la sua pia
liberalità verso le chiese di Roma e verso i poveri, si legge con
istupore presso di Anastasio bibliotecario[578]. La città stessa di Roma
gli professò di grandi obbligazioni, perchè con immense spese ne rifece
egli le mura e le torri. Era questo pontefice teneramente amato da Carlo
Magno, il quale, udita la di lui morte, l'onorò delle sue lagrime,
distribuì di molte limosine in suffragio della di lui anima, ed anche
formò in versi l'epitaffio che tuttavia si legge negli Annali
ecclesiastici e presso d'altri autori. Nella Raccolta dei concilii del
Labbe abbiamo i _capitoli di papa Adriano_, raccolti da varii concilii e
dai decreti de' sommi pontefici. E in questa occasione vien creduto che
per la prima volta alcuno si servisse della Raccolta delle decretali de'
papi, vivuti prima de' santi Siricio ed Innocenzo I, romani pontefici,
che uscì alla luce sotto nome d'_Isidoro vescovo_, da alcuni
incautamente cognominato Mercatore. Oggidì è sentenza stabilita anche
presso tutti i letterati cattolici, che quelle lettere sono apocrife e
finte, cioè invenzione del suddetto Isidoro, e spezialmente Davide
Biondello, uno de' protestanti, mostrò da che libri fu ricavata quella
farragine di decreti, non conformi all'antica disciplina della Chiesa.
Incmaro, celebre arcivescovo di Rems, il primo fu a scoprir quella
impostura; ma nol persuase agl'ignoranti secoli susseguenti, finchè
vennero altri valentuomini che nel secolo prossimo passato terminarono
il processo contra delle medesime. Ora nella festa di santo Stefano il
clero, i nobili e il popolo romano raunatisi, vennero concordemente
all'elezione del successore; e questa cadde nella persona di _Leone
III_, che pel lungo servigio prestato nella basilica lateranense, pel
suo amore verso i poveri e per la sua nota pietà, fu conosciuto sopra
gli altri meritevole della sublime pontificia dignità. Nel giorno
appresso seguì la di lui consecrazione, in cui fece un regalo al clero,
maggiore ancora del praticato dai suoi antecessori. Nè tardò egli a dar
notizia della sua esaltazione a Carlo Magno. Fra le lettere d'Alcuino e
presso il Du-Chesne[579], resta tuttavia la risposta data ad esso papa
Leone dal medesimo re Carlo. Rallegrasi egli per la concorde elezione
fatta di lui, _et in promissionis ad nos fidelitate_. Aggiugne che avea
preparato dei regali da inviare al suo predecessore, la cui morte l'ha
estremamente afflitto, ma essergli di consolazione che sia assunto al
pontificato un successore che non men di Adriano adotterà per figliuolo
esso re. Pertanto manda per mezzo di _Angilberto_ abbate, nominato di
sopra, quei donativi ad esso papa Leone, e gli dice di avere incaricato
lo stesso Angilberto di conferire col papa intorno a tutto ciò che _ad
exaltationem sanctae Dei Ecclesiae, vel ad stabilitatem honoris vestris,
vel patriciatus nostri firmitatem necessarium intelligeretis. Sicut enim
cum beatissimo praedecessore vestro sanctae paternitatis pactum, sic cum
beatitudine vestra ejusdem fidei et caritatis inviolabile foedus
statuere desidero._ In che consistessero questi patti e questa lega di
fede e d'amore, noi nol sappiamo; ma verisimilmente riguardano l'accordo
seguito fra i papi precedenti e il medesimo Carlo Magno, per conto del
_patriziato de' Romani_ conferito a Carlo, e del governo di Roma e del
suo ducato. In un'altra lettera, che si legge fra quelle d'Alcuino, esso
re Carlo dà commessione al suddetto Angilberto abbate di fare
un'ammonizione a papa Leone _de omni honestate vitae suae, et praecipue
de sanctorum observatione canonum, de pia sanctae Dei Ecclesiae
gubernatione;_ e vuole che gli ricordi quanto sia corto l'onore mondano,
e perpetuo il premio di chi ben fatica quaggiù, e gl'inculchi di
sradicare la peste della simonia e di effettuare la promessa a lui fatta
da papa Adriano di fabbricare un monistero presso alla basilica di san
Paolo.
Non ostante la sommessione fatta nell'anno precedente dai Sassoni
ribelli, si scorgeva tuttavia inquieto e tumultuante l'animo loro;
laonde Carlo Magno con grandi forze entrò nelle loro contrade, e la
maggior parte mise a sacco. Ma mentre veniva ad unirsi con lui _Vilza_
re degli Obotriti, nel passare il fiume Elba, caduto in un'imboscata de'
Sassoni, vi lasciò la vita: accidente che irritò forte il re Carlo, e
cagionò di gran rovina al paese di que' Sassoni. Nè cessò egli dal
perseguitarli, finchè ricevuti da essi varii ostaggi, se ne tornò
placato ad Aquisgrana. Durante questa spedizione vennero a trovare il re
Carlo gli ambasciatori di _Tudino_, uno dei principi degli Unni, che
prometteva di farsi cristiano: il che recò non poca allegrezza a quel
piissimo monarca. In fatti seguì la venuta di lui e il suo battesimo
nell'anno seguente; ma gli Annali del Lambecio lo riferiscono al
presente. Fu spezialmente in questi tempi che Carlo Magno s'applicò ad
ingrandire ed abbellire Aquisgrana, per desiderio di farne una Roma
nuova. Vi fabbricò un palazzo suntuosissimo, a cui diede il nome di
Laterano, e una basilica in onor della Vergine santissima, di ricca e
mirabile struttura, con pitture, mosaici e marmi rari, per la maggior
parte tratti da Ravenna, siccome innanzi dicemmo. Edificò eziandio altri
palazzi, ponti, contrade, e concertò i siti per nobilissime cacce. Quivi
pose il suo amore, quivi erano le delizie sue, e però vi stabilì la sua
magnifica corte, con far divenire celebre quella città sopra l'altre de'
suoi regni. Si può credere data in quest'anno la lettera centesima di
Alcuino a san Paolino patriarca di Aquileia, dove sono le seguenti
parole: _Mirabiliter de Avarorum gente triumphatum est, quorum missi ad
dominum regem directi subjectionem pacificam, et Christianitatis fidem
promittentes venerunt._ Dice ancora d'avergli scritto due altre lettere,
l'una mandata pel _santo vescovo d'Istria_, e l'altra pel _venerabil
uomo Erico_ o _Enrico duca_. Era questi duca del Friuli, e gli Annali
dei Franchi ci hanno conservata memoria delle prodezze sue nella guerra
contro gli Avari, o vogliam dire gli Unni, signori della Pannonia, che
allora era suggetta a varii principi, e non più ad un solo re, chiamato
per soprannome Cagano, come abbiam veduto ne' tempi addietro. Non si sa
bene se nell'anno presente, o pure nel susseguente (pare nondimeno che
piuttosto in questo che nell'altro), esso duca Enrico, ossia Erico,
spedì l'esercito italiano, o pure v'andò egli in persona, con
_Wonomiro_, uno de' principi della Schiavonia[580], contra degli Unni
ossia Avari, passando dalla Carintia nella Pannonia. Per buona ventura
erano fra lor disuniti gli Unni, e stanchi i lor capi per una guerra
civile, allumata ne' tempi addietro. Profittò Enrico della lor
debolezza, e gli riuscì di espugnare il Ringo, cioè la fortificazione
più rinomata di quella nazione, di cui parla Notchero[581] nella vita di
Carlo Magno, dove stavano riposti i lor tesori, raunati da più re,
spezialmente colle spoglie dei vicini. Vi si trovarono in fatti immense
ricchezze, e il duca adempiè bene il suo dovere, con portarne la maggior
parte ad Aquisgrana, e consegnarla al re Carlo. Servì questo tesoro al
generoso monarca per regalare i suoi baroni, cherici e laici; una buona
parte nondimeno riservò per mandarla in dono al romano pontefice.
L'incumbenza di condurla a Roma fu data ad _Angilberto_ abbate di san
Ricario, ossia di Centula, a cui parimente fu appoggiata la carica di
primo consigliere del re _Pippino_ in Italia. Nella lettera quarantesima
seconda di Alcuino egli è chiamato _Angilbertus primicerius Pippini
regis_. Di tanto in tanto il re Pippino era all'armata fuori d'Italia, o
alla corte del re Carlo suo padre. È da credere che allora Angilberto
facesse le funzioni come vicerè.