[568] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[569] Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.
[570] Annales Moissiacens., tom. 3, Rer. Franc. Du-Chesne.
Anno di CRISTO DCCXCIV. Indizione II.
ADRIANO I papa 23.
CONSTANTINO imper. 19 e 15.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 21.
PIPPINO re d'Italia 14.
Era tornato in Ispagna al vomito _Felice_ vescovo di Urgel, con rinnovar
le già ritrattate sue ereticali proposizioni; animato in ciò
principalmente da _Elipando_ arcivescovo di Toledo, concorde in sì fatte
storte opinioni con lui; il che accrebbe il bisogno di rimedio. _Carlo
Magno_, principe impareggiabile, che quantunque fosse occupato da tanti
pensieri politici, non lasciava d'aver l'occhio attento alla difesa
della religione, raunò in Francoforte un concilio plenario, a cui
intervennero i legati di papa Adriano, e ben trecento vescovi d'Italia,
Spagna, Francia e Germania. Fu quivi decretato che fosse contrario
agl'insegnamenti della fede cattolica l'insegnare che Gesù Cristo Signor
nostro, in quanto uomo, fosse figliuolo adottivo di Dio: che era
l'eresia del suddetto Felice. Passarono oltre que' Padri ad esaminar la
sentenza del settimo concilio generale, tenuto dai vescovi orientali in
Nicea, in cui furono condannati gl'iconoclasti, e stabilita come
ortodossa la venerazion delle sacre immagini. Di sentimento diverso
furono i vescovi occidentali nel concilio di Francoforte, avendo eglino
bensì ammesso l'uso delle immagini suddette, ma insieme rigettata la
loro adorazione. Uomini dottissimi han già fatto conoscere che quei
vescovi, a cagione di qualche traduzione malfatta del concilio niceno,
non intesero la mente e i decreti de' vescovi d'Oriente in proposito
delle sacre immagini, con figurarsi incautamente che alle immagini de'
santi fosse stato in Nicea accordato il culto della Latria: il che nè
punto nè poco sussiste. Però in questa parte non fu approvato dalla
santa Sede il sentimento de' Padri francofordiensi. Carlo Magno mandò in
tal occasione _Angilberto_ abbate di Centula a papa Adriano coi voti di
que' vescovi, acciocchè gli esaminasse; e il papa assunse bensì la
difesa del concilio niceno, ma camminò in quest'affare con pesatezza e
dolcezza; perchè per attenzione di Carlo Magno essendosi nei suoi regni
rimesso in qualche vigore lo studio delle lettere, non mancavano vescovi
di molta dottrina in questi tempi che sapeano tener la penna in mano. E
ben degno di considerazione è, che sopra molti altri bella figura fecero
nel concilio suddetto, dopo papa Adriano (che inviò una sua lettera
condannatoria di Eliprando), _s. Paolino_ patriarca d'Aquileia, e
_Pietro_ arcivescovo di Milano. Leggesi tuttavia in quegli atti
_Libellus episcoporum Italiae contra Elipandum_, composto da s. Paolino,
_una cum reverendissimo, et omni honore digno Petro mediolanensis sedis
archiepiscopo, cunctisque collegis fratribus et consacerdotibus nostris
Liguriae, Austriae, Hesperiae, Æmiliae, catholicarum ecclesiarum
venerandis praesulibus_. Crede il Labbe[571] che invece di _Austriae_
s'abbia quivi a leggere _Histriae et Venetiae_. Ma egli non sapea l'uso
de' Longobardi di chiamare Austria la parte orientale della Lombardia, e
_Neustria_ l'occidentale: del che ho parlato anch'io[572] nelle
annotazioni delle leggi longobardiche. La loro Austria abbracciava la
provincia della Venezia e il Friuli; la _Liguria_ disegnava i vescovi
suggetti all'arcivescovo di Milano; l'_Emilia_ dinotava i sottoposti
all'arcivescovo di Ravenna, e l'_Esperia_, cioè l'Italia, i vescovi
della Toscana, di Spoleti e di altre città italiane, i nomi de' quali
mancano negli atti di quel concilio. Probabilmente fu in questa
congiuntura che succedette quanto lasciò scritto Ermoldo Nigello nel
poema della vita di Lodovico Pio Augusto[573], da me dato alla luce.
Trovavasi il santo prelato Paolino nella chiesa d'Aquisgrana, o
celebrando la messa, o salmeggiando nel coro, assiso in una sedia.
Vennero colà i tre figliuoli del re Carlo. Precedeva a tutti il principe
_Carlo_ suo primogenito. Dimandò il patriarca ad un cherico, chi quegli
fosse, e udito chi era, si tacque; e Carlo, continuando il cammino,
passò oltre. Da lì poco sopraggiunse _Pippino_ con una gran truppa di
cortigiani. Chi questi fosse, volle saperlo il patriarca; e riflettendo
ch'era re d'Italia, l'onorò con cavarsi la berretta. Pippino senza
fermarsi anch'egli passò oltre. Venne finalmente _Lodovico_ re
d'Aquitania, che a differenza dei suoi fratelli maggiori si mise in
ginocchioni davanti al sacro altare, e con somma divozione incominciò le
sue preghiere. Udito ch'ebbe s. Paolino il nome di lui, alzossi allora
dalla sedia, e corse ad abbracciare questo pio principe, il quale con
profonda riverenza gli corrispose. Andato poi il patriarca all'udienza
di Carlo Magno, fu interrogato della cagione, per cui s'era mostrato sì
parziale del terzo de' suoi figliuoli. Gli rispose, perchè se Dio voleva
che succedesse a lui nell'imperio uno de' figliuoli suoi, Lodovico era
il più a proposito. Si verificò in effetto la predizione. I due maggiori
premorirono al padre, e Lodovico gli fu successore nell'imperio e nei
regni. Vero è che vien attribuita questa predizione ad Alcuino
dall'autore anonimo[574] della sua vita; ma quello scrittore non manca
d'altri sbagli, nè è da paragonare con Ermoldo Nigello abbate, che
meglio sapeva gli affari della vita e corte di Carlo Magno, perchè la
praticava in questi tempi.
Abbiam di sopra parlato dell'arcivescovo di Ravenna. Potrebbe per
avventura appartenere a questi tempi l'elezione seguita di _Valerio_ in
arcivescovo di quella città, succeduta senza fallo, vivente papa
_Adriano_. A cagion di questa sorse qualche disparere fra esso papa e
Carlo Magno, come apparisce dall'epistola settantesima prima del Codice
Carolino. Pretendeva esso re Carlo che i suoi messi dovessero
intervenire all'elezione di quegli arcivescovi, allegando ciò fatto,
allorchè dopo la morte di _Sergio_ arcivescovo si trattò di eleggere il
suo successore, cioè _Leone_. Risponde in quella lettera il pontefice
Adriano, che dappoichè fu mancato di vita il suddetto Sergio, _Michele_
usurpò la cattedra di Ravenna, e capitato per altri affari a Roma Ubaldo
messo del re medesimo, fu solamente incaricato di portarsi a Ravenna per
cacciar via di colà l'usurpatore e condurlo a Roma. Per altro non era in
uso che nè i papi, nè esso Carlo Magno, nè Pippino suo padre inviassero
messi per assistere all'elezione dell'arcivescovo ravignano; nè ciò
s'era fatto dopo la morte di Leone nell'elezion di _Giovanni_ e di
_Grazioso_. Perciò quivi seguitava lo antico costume, che morto un
arcivescovo, il clero e popolo di Ravenna concordemente eleggeva il
successore, il quale, col decreto dell'elezione in mano, passava dipoi a
Roma per ricevere la consecrazione dal sommo pontefice. Prega dunque
Adriano il re Carlo di quetarsi su questa pretensione e di non prestar
fede alle lingue ingannatrici, con persuadersi che niuno più d'esso papa
è geloso, perchè sia mantenuto tutto l'onore al di lui _patriziato_, e
venga esso re esaltato. Questa pretensione di Carlo Magno, di aver mano
nell'elezione dello arcivescovo di Ravenna, può anch'essa servire
d'indizio della sua sovranità nell'esarcato, perchè da gran tempo i re
franchi voleano mischiarsi nelle elezioni de' vescovi: abuso detestato
dai sacri concilii e dallo stesso papa Adriano nell'epistola ottantesima
quinta del Codice Carolino, dove scrive al medesimo re: _Numquam nos in
qualibet electione invenimus, nec invenire debemus vestram excellentiam;
sed neque optamus talem rem incumbere; sed qualis a clero et plebe
cunctoque populo electus canonice fuerit, et nihil sit, quod sacro obsit
ordini, solita traditione illum ordinamus_. Diede fine ai suoi giorni in
quest'anno la regina _Fastrada_ moglie di Carlo Magno, e fu seppellita a
Magonza, donna crudele e malvoluta da molti[575]. Il re Carlo poscia con
un'armata da una parte e Carlo suo primogenito con un'altra da altra
parte, marciarono contra i Sassoni, per farli pentire della lor
ribellione e del rinnovato lor paganismo. Pareano costoro disposti in
campo a decidere della lor sorte con una battaglia; ma conosciuto che il
pericolo era maggiore della speranza, implorarono la misericordia del re
e si sottomisero, con dargli in pegno della lor fede molti ostaggi.
Parimente spedì esso re un possente esercito sotto il comando di
_Guglielmo_ conte di Tolosa, o pur duca di Aquitania, contra de' Mori di
Spagna, che aveano preso Oranges ed altri luoghi della Linguadoca. Venne
a lui fatto di ricuperar quella città, e continuò dipoi anche nel
seguente anno le sue vittorie con grave danno di quella barbara gente.
Prese in quest'anno il re Carlo per sua moglie _Liutgarda_ di nazione
alemanna; ma, secondo Eginardo, non ebbe figliuoli. Probabilmente fu in
quest'anno che _Teodolfo_, scrittore poscia celebre, ottenne da esso
re[576] la badia di Fleury in Francia, e forse nello stesso tempo anche
il vescovato di Orleans. Era questi di nazione italiano, discendente non
già dai Longobardi, ma dai Goti; dai Goti, dissi, non so se dei rimasti
in Italia, o pure dei conquistatori della Spagna. Scrive egli[577], che
andato a Narbona, quivi trovò un resto di Goti che il riguardarono come
lor parente. Comune opinione è che il mirabil genio di Carlo Magno in
una delle sue venute in Italia, trovato Teodolfo dotato di molta
letteratura (cosa rara in questi tempi) seco il menasse in Francia, e
poscia il promovesse alla dignità episcopale.