[563] Eginhardus, in Vita Caroli Magni, cap. 20. Ann. Francor. Canis.
[564] Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc., p. 645.
[565] Apud Du-Chesne, tom. 2 Rer. Franc.
[566] Sigonius, de Regno Italiae, ad ann. 781.
[567] Rubeus, Histor. Raven., lib. 5.
Anno di CRISTO DCCXCIII. indizione I.
ADRIANO I papa 22.
COSTANTINO imper. 18 e 14.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 20.
PIPPINO re d'Italia 13.
Sul principio di quest'anno, per testimonianza dell'Astronomo, autore
della vita di Lodovico Pio, uniti insieme i due re fratelli, cioè
_Pippino_ e _Lodovico_, con tutte le loro forze, portarono la guerra nel
ducato beneventano, diedero il sacco dove giunsero, ma senza
impadronirsi d'altro che di un miserabil castello. Passato il verno, se
ne tornarono amendue prosperosamente a trovare il padre, ma col
dispiacer d'intendere la ribellion di Pippino lor fratello naturale,
scoperta nondimeno e gastigata colla morte di molti nobili che aveano
tenuta mano al trattato. Motivo a questa guerra contro i Beneventani
potrebbe aver dato la lettera settantesima terza di papa Adriano,
accennata da me nell'anno 791, se in quello fosse stata veramente
scritta. Ma noi abbiam senza questo da Erchemperto[568] storico le
cagioni di rottura fra Pippino re d'Italia e i Beneventani. Comandava
allora a quell'ampio ducato, siccome è detto di sopra, _Grimoaldo_,
principe accorto e valoroso, che, ereditate le massime di suo padre,
cioè voglioso dell'indipendenza dai Franzesi, dimenticò in breve le
promesse e i patti stabiliti con _Carlo Magno_, allorchè gli fu
conceduto colla libertà il ducato. Sui principii del suo governo attenne
la parola, facendo mettere il nome d'esso re Carlo ne' soldi d'oro
ch'egli facea coniare, e ne' pubblici strumenti, per riconoscere la di
lui sovranità. Ma da lì a non molto lasciò anche queste usanze, e
cominciò a non voler che i Franchi gli facessero da padroni e maestri
addosso. Erasi egli impegnato di smantellar le fortificazioni di
Salerno, Acerenza e Consa. Abbiamo dall'Anonimo salernitano[569],
ch'egli fece diroccar le mura di Consa, ma senza dolor di testa, perchè
quella città a cagione del sito anche senza mura si poteva difendere.
Parimente venuto ad Acerenza, la fece tutta spianare; ma ordinò che se
ne fabbricasse un'altra più forte in sito vantaggioso, cioè sopra un
monte. Restava Salerno, che anch'esso doveva spogliarsi di
fortificazioni, ed aveva Grimoaldo già fatto dar principio ad una nuova
città in vicinanza nel luogo chiamato _Veteri_; ma non sapea ridursi a
rovinar sì bella e forte città, come era l'antica. Allora fu che uno se
gli esibì di trovar ripiego per soddisfare all'obbligo contratto, e
salvare nello stesso tempo la città, purchè gli fosse data la ricca
veste di vaio, cioè la pelliccia, che il duca Arigiso di lui padre solea
portare nel dì di Pasqua. Costui gl'insegnò di abbattere alcune mura di
Salerno, con alzarne appresso dell'altre, che rendevano più sicura ed
inespugnabile la città, con che egli si diede ad intendere di aver
mantenuto l'obbligo contratto e il giuramento prestato a Carlo Magno.
Prese anche per moglie _Wanzia_ nipote di _Costantino_ imperadore de'
Greci: andamenti e fatti tutti che sommamente dispiacquero a _Pippino_
re di Italia, e l'indussero a muovere guerra ad esso Grimoaldo, per
desiderio di fargli abbassare il capo. Perchè sì presto terminasse la
guerra suddetta, senza saper noi se Grimoaldo con qualche capitolazione
si sbrigasse da questi insulti, resta ignoto. Si può nondimeno credere
che convenisse ai Franchi di ritirarsi in fretta, perchè, secondo gli
Annali moissiacensi[570], sì il ducato beneventano che l'esercito
franzese patì in questi tempi una fiera carestia, la quale si stendeva
per tutta l'Italia, ed anche per la Francia. Oltre a ciò, sappiamo dal
suddetto Erchemperto, che assalito dall'armi franzesi il duca Grimoaldo,
per dar loro qualche soddisfazione, ripudiò all'ebraica la suddetta
moglie, quantunque ciò non bastasse per quetare lo sdegno de' Franchi
contra di lui. Ma se questo ripudio succedesse nell'anno presente, non
v'è storia che lo additi. Mentre si preparava il re Carlo per portare di
nuovo la guerra nella Pannonia, si vide obbligato a mutar per allora
pensiero; perchè dall'un canto udì che i Sassoni a sommossa degli Unni
s'erano ribellati; e dall'altro, che i Saraceni della Spagna aveano
rotta la pace, già stabilita con _Lodovico_ re d'Aquitania suo
figliuolo. In fatti abbiamo dai mentovati Annali moissiacensi, che
vedendo quegl'infedeli impegnato Carlo Magno nella guerra degli Unni,
presero il tempo, e con un poderoso esercito vennero nella Settimania,
oggidì Linguadoca, bruciarono i borghi di Narbona, e condussero via un
immenso bottino d'uomini e di robe. Nell'andar che costoro faceano alla
volta di Carcassona, presentossi loro a fronte _Guglielmo_ conte, ossia
duca di Tolosa, che fu poi santo, con quanti conti e gente egli potè
raunare in quel bisogno, e coraggiosamente attaccò la zuffa. Ma
prevalsero i Saraceni, e de' Cristiani sconfitti la maggior parte restò
estinta sul campo, e gli altri, fra' quali Guglielmo, si salvarono colla
fuga. Trattenevasi intanto il re Carlo in Ratisbona, meditando di tirar
un canale dal Danubio al Meno e al Reno, per facilitare il commercio de'
popoli: impresa riguardevole, ed anche cominciata, ma rimasta in breve
imperfetta. Andarono a trovarlo colà i legati di papa _Adriano_ con dei
grandi regali. Il motivo della spedizione da niuno storico si vede
registrato negli Annali; ma, secondo tutte le apparenze, fu la loro
andata per assistere al concilio, di cui parleremo fra poco.