[539] Erchempert., Chron. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[540] Eccard., Rer. Franc., lib. 22, pag. 382.
[541] Anonymus Salernitan., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[542] Baron., in Annal. Eccl.
[543] Eginhardus, in Annal. Francor. Annal. Loiselian.
[544] Theoph., in Chronogr.
[545] Ughell., Ital. Sacr. tom. 2 in Episcop. Veronensib.
Anno di CRISTO DCCLXXXIX. Indiz. XII.
ADRIANO I papa 18.
COSTANTINO imperad. 14 e 10.
IRENE Augusta 10.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 16.
PIPPINO re d'Italia 9.
Fino a quest'anno aveva il duca _Ildebrando_ lodevolmente governato il
ducato di Spoleti, e mantenuta buona armonia col re _Carlo_ e con
_Pippino_ re d'Italia; ma gli convenne pagare il tributo che tutti
dobbiamo alla natura. In lui perderono i Longobardi un principe
commendabile della lor nazione, a cui fu sostituito un altro, ma di
nazion franzese. Questi fu _Winigiso_, ossia _Guinigiso_, o _Guinichis_,
quel medesimo che nel precedente anno era stato spedito in Italia da
Carlo Magno per assistere al duca di Benevento nella guerra contra de'
Greci. Bernardino de' Conti di Campello[546] differì sino all'anno 791
la morte d'Ildebrando, e l'esaltazione di Guinigiso; ma è fuor di dubbio
che all'anno presente egli fu creato duca di Spoleti. Ne abbiamo la
testimonianza del catalogo antichissimo di que' duchi[547], posto avanti
alla Cronica di Farfa, e inoltre ce ne assicurano le memorie d'esso
monistero farfense, da me pubblicate[548], dove si legge una carta
scritta _anno Karoli et Pippini XVII et IX temporibus Guinichis ducis
Spoletani anno I, mense octobris, Indictione XIII_, con altri simili
coerenti all'epoca stessa. Se vogliam credere alla Cronica
moissiacense[549], in quest'anno vennero in Italia con un'armata navale
tre patrizii spediti da _Costantino_ imperadore per ricuperare l'Italia;
ma furono sbaragliati dai Longobardi uniti col messo del re Carlo. Ha
creduto taluno che questa sia impresa diversa da quella dell'anno
precedente, quando evidente è che si parla del medesimo fatto, ma
rapportato fuori di sito. Per conghiettura poi vien creduto che
nell'anno presente fosse scritta da papa _Adriano_ al re Carlo la
lettera ottantesima quinta del Codice Carolino, da cui si scorge che non
mancavano persone seminatrici di zizzanie fra esso papa e Carlo.
Duolsene forte il papa; e perchè il re anche egli si doleva d'avere
inteso, come in Italia avea voga la simonia, confessa il medesimo
pontefice che pur troppo si osservava questo iniquo mercato delle chiese
in qualche luogo, e massimamente nella provincia di Ravenna: vizio
nondimeno disapprovato e combattuto sempre dalla Sede apostolica, la
quale non consecrava mai vescovi che puzzassero di quell'infamia.
Finalmente dopo altri punti viene a parlare di certi uomini
dell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli, iti in Francia per portare,
come credeva il papa, delle doglianze e delle sinistre relazioni al re
Carlo contra del papa medesimo. Vero è avere scritto esso Carlo che
costoro nulla di male aveano rapportato a lui in pregiudizio del
pontefice, e che anzi ne aveano parlato in bene: contuttociò si lagna
Adriano, perchè senza permissione e passaporto suo s'avvezzino a far dei
ricorsi al re, aggiugnendo queste rilevanti parole: _Ipsi vero
Ravenniani et Pentapolenses, ceterique homines, qui sine nostra
absolutione ad vos veniunt, fastu superbiae elati, nostra ad justitias
faciendas contemnunt mandata, et nullam ditionem, sicut a vobis beato
Petro apostolo, et nobis concessa est, tribuere dignantur._ Però Adriano
il prega di non fare novità nell'olocausto fatto a san Pietro da Pippino
suo padre, e dallo stesso re Carlo confermato, _quia, ut fati estis,
honor patriciatus vestri a nobis irrefragabiliter conservatur, etiam et
plus amplius honorifice honoratur: simili modo ipse patriciatus beati
Petri, fautoris vestri, tam a sanctae recordationis domno Pippino, magno
rege, genitore vestro, in integro concessus, et a vobis amplius
confirmatus irrefragabili jure permaneat_. Pertanto, siccome non soleano
vescovi, conti ed altri uomini venire di Francia a Roma senza passaporti
del re, così non dee dispiacere ad esso che anche gli uomini del papa,
_qualiscumque ex nostris aut pro salutationis caussa, aut QUAERENDI
JUSTITIAM ad vos properaverint_, vi vadano col passaporto del papa
medesimo. Diedero motivo le suddette parole a Pietro de Marca,
arcivescovo di Parigi[550], di credere che Roma fosse allora sottoposta
a due patrizii, cioè al papa e a Carlo Magno. Ma il padre Pagi[551] più
giudiziosamente osservò che i papi non furono mai patrizii di Roma;
Carlo bensì essere stato patrizio di Roma, perchè difensore della Chiesa
e del popolo di Roma: dignità nondimeno solamente d'onore. Perciocchè i
Romani, levatisi dall'ubbidienza dell'imperadore, aveano formata una
repubblica, di cui era capo il romano pontefice; nè Carlo Magno vi
esercitava giurisdizione se non per difendere i Romani. Però per
_putriziato del papa_ si dee intendere il dominio a lui spettante
nell'esarcato di Ravenna e della Pentapoli per concession di Pippino e
di Carlo re de' Franchi. Anche Giovan-Giorgio Eccardo[552] riconobbe
essere consistito il patriziato pontifizio nella giurisdizione sopra le
città di Ravenna e della Pentapoli, ma con aggiugnere: _Patriciatum
romanum cum urbe Roma regibus Francorum integre ubjectum fuisse, neque
pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arrogasse_.
Certo non è cosa facile il poter rischiarare senza pericolo d'ingannarsi
il sistema di que' governi, e ciò per mancanza di documenti e notizie.
Contuttociò tengo anch'io per infallibile che per _patriziato di s.
Pietro_, ossia del romano pontefice, si abbia da intendere la signoria
de' papi sopra le provincie di Ravenna e della Pentapoli. La stessa
epistola ottogesima quinta, da noi veduta qui sopra, sufficientemente
l'addita; perchè si tratta d'uomini di quelle provincie che faceano
ricorso al re Carlo contro la volontà e i diritti del papa. Ma questi
medesimi ricorsi e la concession di quelle contrade fatte dal re
Pippino, e la confermazione accordatane dal re Carlo, con altri atti
accennati di sopra, c'inducono a credere che l'alto dominio sopra quelle
provincie fosse ritenuto non men da Pippino che da Carlo Magno. Pippino
coll'armi le avea ritolte ai Longobardi, e ne dispose in favore della
Chiesa romana, ma ritenendo l'uso degli altri beni d'allora donati alle
chiese, sopra i quali i re e gli imperadori conservavano la loro
sovranità. Lo stesso nome di _patrizio_ indica dipendenza da qualche
sovrano. Per conto poi del _patriziato de' Romani_ conferito ai re
franchi, non sappiam bene come passasse la faccenda. Io bramerei di
poter dire che i pontefici fossero allora, come sono da più secoli in
qua, sovrani di Roma e del suo ducato, e che il _patriziato_ di Carlo
Magno si riducesse ad un titolo solo privo di dominio. Ma l'immaginarsi
che questo in altro non consistesse che in una dignità d'onore, per cui
il re si obbligava alla difesa della Chiesa e del popolo di Roma, non
s'accorda colla vera idea del patriziato, allorchè si conferiva per
governar popoli. Il _patrizio di Ravenna_, chiamato esarco ne' tempi
addietro, comandava a Ravenna, alla Pentapoli e a Roma stessa. Così il
_patrizio della Sicilia_, e così i papi in vigore del loro patriziato
esercitavano signoria e giurisdizione nell'esarcato di Ravenna. Che il
_patriziato romano_ di Carlo Magno fosse diverso, non apparisce; ed
Anastasio[553] attesta che quando Carlo Magno nell'anno 774 andò a Roma,
il sommo pontefice Adriano _obviam illi dirigens venerandas cruces,
idest signa, sicul mos est ad exarchum aut patricium suscipiendum, eum
cum ingenti honore suscipi fecit_. Ed appena creato, siccome vedremo,
papa Leone III, nell'anno 792, _mox per legatos suos claves confessionis
sancti Petri, ac vexillum romanae urbis, cum aliis muneribus regi_
(Carolo) _misit, rogavitque, ut aliquem de suis optimatibus Romam
mitteret, qui populum romanum ad suam fidem atque sujectionem per
sacramenta firmaret_. Questo porgere il vessillo è il segno adoperato
per conferire la signoria: il che si può anche osservare nelle antiche
monete de' dogi di Venezia. Indizio di questo son parimente le chiavi.
Gregorio III pontefice, in una lettera scritta a Carlo Martello, nomina
_claves confessionis beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus_. E
Paolo Diacono[554] scrivendo a Carlo Magno, non per anche divenuto
imperadore, gli dicea: _Et praecipue civitatis vestrae romuleae viarum,
portarum, etc, vocabula diserta reperietis._ Questi son passi che non si
accordano coll'opinione del padre Pagi, secondo il cui parere il
patriziato romano di Carlo Magno portava seco solamente l'obbligo e
l'onore della difesa del papa romano. Ma ne' suoi atti quel monarca
s'intitolava _patrizio de' Romani_, cioè con titolo indicante signoria,
come l'indicava senza fallo il chiamarsi ancora _re de' Franchi e
Longobardi_. Nè dice egli patrizio _della Chiesa romana_, ma sì bene
_de' Romani_. Erano voci sinonime in questi tempi i titoli di console,
duca e patrizio, e tutte portavano signoria, come si può vedere nei dogi
di Venezia, ne' duchi di Napoli e di Gaeta[555].
Dalla lettera ottantesima ottava del Codice Carolino scritta da papa
Adriano al re Carlo, siccome vedemmo di sopra, si ricava che Arigiso
duca di Benevento mandò al greco imperadore i suoi inviati, petens
auxilium _et honorem patriciatus una cum ducatu beneventano sub
integritate, promittens ei tam in tonsura quam et in vestibus usu
Graecorum perfrui, sub ejusdem imperatoris ditione_: cioè si esibiva di
diventar vassallo del greco Augusto, godendo il dominio del ducato di
Benevento colla giunta di Napoli, e intitolandosi _patrizio_. Ed appunto
uso fu degl'imperadori greci di conferire la podestà principesca con
questo titolo solo, perchè quello di re involveva la totale independenza
da altri sovrani. Così Zenone Augusto dichiarò _patrizii_ d'Italia
_Odoacre_ e _Teoderico_, che, non contenti di questo, assunsero il nome
di re. Ed Anastasio imperadore diede anch'egli il titolo di _patrizio_ a
_Clodoveo_ il Grande re di Francia, conquistator della Gallia, per
tacere altri esempi, secondo i quali anche i papi e il senato romano
elessero per loro _patrizii_, cioè principi, _Pippino_ e _Carlo Magno_
re de' Franchi; nè conferirono ad essi il titolo d'_Imperadore_ per
qualche rispetto che durava tuttavia verso i Greci Augusti, e per non
inasprir maggiormente le cose. Fors'anche nelle ambascerie, che non
poche seguirono fra i suddetti due re franchi e gl'imperadori greci,
procurarono i primi che fosse approvata questa lor dignità e podestà
dalla corte imperiale, con riconoscere tuttavia la sovranità d'essi
Augusti. Tutto quanto ho detto fin qui pare assai fondato. Ma che è da
dire dell'opinion dell'Eccardo, il qual pretende che, posto il
patriziato di Pippino e Carlo Magno, i papi non godessero giurisdizione
e dominio alcun temporale? Fu di sentimento il padre Pagi che Roma si
governasse allora a repubblica, di cui fosse capo il papa. È ella ben
fondata quest'altra opinione? E poi onde apparisce l'esercizio
dell'autorità in Roma, poco fa attribuita al patrizio? Convien
confessarlo: restano qui molte tenebre, nè si può decidere per mancanza
d'antiche memorie. Tuttavia sia lecito a me di dire che quel passo della
lettera ottantesima quinta fa gran forza, per indurci a credere che il
_patriziato di Carlo_ in Roma portasse dominio temporale, nè poter
sussistere la repubblica mera e independente, immaginata dal padre Pagi.
Pare bensì più verisimile che Roma allora fosse governata a nome del
patrizio, ossia con dipendenza dal patrizio, dal senato e dagli altri
magistrati, ne' quali io non ho difficoltà di riconoscere qualche forma
di repubblica e di padronanza. Le lettere del Codice Carolino fanno
vedere che ivi era il _senato_, ivi il _prefetto della città_. Se ci
restassero le lettere scritte da questi a Carlo, si conoscerebbe
probabilmente che la loro autorità, ammettendo ancora capo del senato e
d'essa repubblica il pontefice, dipendeva dal patrizio. Abbiamo anche
veduto che in Roma stavano i Franchi di Carlomanno fratello d'esso
Carlo; par bene che parimente Carlo vi tenesse i suoi. E noi sappiamo,
come si vedrà andando avanti, che i _prefetti di Roma_ erano ivi posti
dagl'imperadori, perchè esercitassero la giustizia punitiva. Inoltre si
osservi che nelle lettere del Codice Carolino si parla tanto del dominio
dei papi sull'esarcato, e nulla del dominio d'essi in Roma. Che se i
pontefici di questi tempi mostrano tanta premura per la difesa e
ingrandimento del ducato romano, nulla di più fanno che si facesse san
Gregorio Magno, il quale niun dirà che fosse padron di Roma. Comunque
sia, meglio è in questa oscurità di cose confessar la nostra ignoranza,
che decidere senza valevoli pruove dello stato delle cose d'allora. Io
so non mancar persone che mal volentieri odono trattati questi punto di
storia; ma è da desiderare che ognuno anteponga ai privati suoi affetti
l'amore della verità, nè si metta a volere stabilir colle idee de' tempi
presenti quelle degli antichi secoli; siccome all'incontro è di dovere
che ognuno rispetti il presente sistema degli stati e governi,
confermato dalla prescrizione di tanti secoli, senza pretendere di
prender legge da' vecchi secoli per regolare i presenti.