[531] Annal. Francor. Metens. et Bertiniani.
[532] Erchempertus, Hist. P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[533] Anonym. Salernitan., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[534] Eginhardus, Annal. ad ann. 814.
[535] Rer. Ital. P. I, tom. 2.
[536] Annales Franc. Metens. et Nazar.
[537] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[538] Monachus Engolismensis, in Vita Caroli Magni.
Anno di CRISTO DCCLXXXVIII. Indiz. XI.
ADRIANO I papa 17.
COSTANTINO imperad. 13 e 9.
IRENE Augusta 9.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 15.
PIPPINO re d'Italia 8.
Si vuol ora avvertire i lettori, che datisi in questi tempi i romani
pontefici a possedere stati, non lasciavano passar occasione alcuna per
accrescere la lor temporale possanza, chiedendo sempre nuove cose a
_Carlo Magno_, senza trascurare alcuna delle risoluzioni politiche di
pace e di guerra, siccome veri principi temporali. Ossia ch'esso Carlo
avesse nell'anno 774 promesso e conceduto, o pure, come io credo,
nell'anno precedente, allorchè venne fino a Capua contra d'Arigiso
principe di Benevento, concedesse a papa _Adriano_ alcune città di quel
ducato, ed altre poste nella Toscana, forse in ricompensa di danari
pagati dal papa per le occorrenti spese di quella guerra: certo è
ch'egli s'impegnò di dare a san Pietro la città di _Capua_, e
verisimilmente ancora _Sora_, _Arce_, _Aquino_, _Arpino_ e _Teano_; e
nella Toscana _Rosselle_ e _Populonio_, due piccole città situate al
mare, ed altre che nomineremo fra poco. Di queste verità non ci lasciano
dubitar le lettere di papa Adriano, registrate nel Codice Carolino, dove
s'incontrano le premure di lui perchè vengano effettuate cotali
promesse: premure che, cominciando in questi tempi, ci fan del pari
conoscere recente la promessa e donazione fatta, e che fra le condizioni
dell'aggiustamento seguito nell'anno addietro fra il re Carlo ed Arigiso
duca di Benevento, vi dovette entrare ancor la cessione di Capua e
d'altre città, le quali si aveano da staccare dal ducato beneventano, e
sottoporre alla temporal giurisdizione del romano pontefice. In fatti,
nell'epistola ottantesima prima Adriano prega il re Carlo, _ut denuo eos
missos suos dirigere jubeat, qui nobis contradere debeant fines
populonienses, seu rosellenses, sicut et antiquitus fuerunt. Sed
quaesumus, ut vestra regalis oblationis donatio fine tenus maneat
inconvulsa. Praesertim et partibus beneventanis idoneos dirigere
dignetur missos, qui nobis secundum vestram donationem ipsas civitates
sub integritate tradere in omnibus valeant._ All'anno precedente senza
dubbio appartiene la lettera ottantesima ottava del Codice Carolino. In
essa apparisce che i Capuani, mossi da una lettera del re Carlo, aveano
spediti a Roma i loro rappresentanti, che giurarono fedeltà al papa e ad
esso Carlo Magno. Dopo di che un d'essi, cioè Gregorio prete, avendo
chiesto di poter parlare a papa Adriano in segreto, gli avea palesato,
come nell'anno precedente, dappoichè Carlo re grande s'era partito da
Capua, il duca Arichis ossia Arigiso avea spedito a Costantinopoli per
chiedere soccorso dall'imperadore contra de' Franchi, ed insieme l'onore
del patriziato col ducato di Napoli, allora dipendente dall'imperio
greco; suggerendo inoltre che si facesse la spedizione in Italia di
Adelgiso suo cognato con poderose forze in aiuto suo, con promettere di
tosarsi e vestirsi da lì innanzi alla forma de' Greci, e di tenere per
suo sovrano il greco imperadore. Da ciò intendiamo che il _patriziato_
era una dignità portante seco la signoria sopra de' popoli, ma con una
specie di vassallaggio, perchè suggetta alla superiorità
dell'imperadore, di che sorta fosse il patriziato del papa (giacchè
vedremo che egli se l'attribuiva), e di quale il patriziato de' Romani
conferito a Pippino e a Carlo Magno re de' Franchi, lo cercheremo fra
poco. Seguita a dire in essa epistola Adriano che l'imperadore greco
aveva tosto inviato due suoi spatari in Sicilia, per crear patrizio esso
principe _Arigiso_, ed aver costoro portate seco vesti tessute d'oro, e
la spada, e il pettine, e le forbici, per tosarlo e vestirlo alla greca,
con esigere che egli desse per ostaggio _Romoaldo_ suo figliuolo. Avea
poi promesso l'imperadore d'inviare Adelgiso a Ravenna o a Trivigi con
un'armata, ed essere questi in fatti venuto, ma con ritrovar già cassati
dal numero del viventi il duca _Arigiso_ e _Romoaldo_ suo figliuolo (per
errore di stampa o de' copisti appellato quivi _Waldone_), e con restare
per conseguente svanita la loro meditata impresa. E che, mentre si
trovava Azzo, messo del re Carlo, in Salerno, quei di Benevento aveano
ricusato di ammettere gli ambasciatori greci; ma che, partito esso Azzo,
erano stati ricevuti in Salerno, dove con _Adelberga_, vedova del duca
Arigiso, e coi suoi baroni, avevano avuto de' trattati, con restar
nondimeno consigliati dai Beneventani di ritirarsi a Napoli finchè fosse
venuto di Francia il duca _Grimoaldo_, perchè diceano d'aver fatta una
spedizione al re Carlo per averlo, e mandata anche una _roga_, cioè un
suntuoso regalo, e non già una _roba_, come stimò il padre Pagi, ad esso
re per mezzo dello stesso Azzo, affinchè si degnasse di rimettere in
libertà Grimoaldo. Venuto questi, egli avrebbe eseguito tutto quanto
avea promesso Arigiso suo padre. Erano poi quegli ambasciatori iti a
Napoli, ed incontrati da quel popolo colle insegne e bandiere fuori
della città, quivi s'erano fermati, aspettando la venuta di Grimoaldo, e
manipolando col vescovo _Stefano_ e con altri dei disegni contrarii
agl'interessi del re Carlo. Però Adriano sollecita esso re a preparare
una buona difesa contro i tentativi di costoro. Scrive in fine che
_Maginario_ abate e gli altri messi del re medesimo erano venuti da
Benevento a Spoleti, per avere inteso che i Beneventani, uniti coi
Napoletani, Sorrentini ed Amalfitani, aveano tramato d'ucciderli con
frode. Di questi medesimi affari tratta la lettera nonagesima seconda,
scritta da papa Adriano sul principio dell'anno corrente.
Qui parimente luogo è dovuto alla lettera novantesima del codice
suddetto. Essa ci scopre che il papa facea quanto potea con lettere per
frastornare Carlo Magno dalla risoluzion di rimettere in libertà il duca
_Grimoaldo_. Dopo avergli significato che _Adelgiso_, figliuolo del già
re Desiderio, era venuto coi messi dell'imperador Costantino nella
Calabria in alcuna delle città greche vicino al ducato beneventano, a
motivo di precauzione, soggiugne, che _nullo modo expedit, Grimoaldum
filium Arichisi Beneventum dirigere_. Che se i Beneventani non
eseguissero le promesse fatte ad esso re Carlo, il consiglia di spedire
un sì potente esercito in quelle parti sul principio di maggio, che si
levi al _nefandissimo Adelgiso_ la comodità di nuocere. E qualora una
tale armata non venisse a rovesciarsi addosso ai Beneventani dal
principio di maggio fino al settembre, pericolo c'è che i Greci con
Adelgiso facciano delle novità pregiudiciali al medesimo re Carlo e agli
stati della Chiesa. Pertanto il prega che, per conto di Grimoaldo
figliuolo di Arigiso, egli voglia credere più ad esso pontefice, che a
qualsisia persona del mondo, assicurandolo che s'egli lascierà venir
questo principe a Benevento, non potrà il re tener l'Italia senza
torbidi; e tanto più per avergli rivelato _Leone_ vescovo che
_Adelberga_ vedova di Arigiso disegnava, dappoichè Grimoaldo suo
figliuolo fosse entrato nelle contrade beneventane, di passar colle due
sue figliuole a Taranto, dove avea rifugiati i suoi tesori. Nè credesse
il re mai sì fatti consigli da avidità alcuna del papa per acquistare le
città donate da Carlo a san Pietro nel ducato beneventano, perch'egli
protesta di darli per sicurezza della Chiesa e del regno dello stesso re
Carlo. Passa dipoi a pregarlo che comandi ai suoi inviati di non tornare
in Francia, se prima non avran consegnato interamente ad esso pontefice
le città concedute a san Pietro nelle parti di Benevento, siccome ancora
_Populonio_ e _Roselle_, e inoltre _Suana_, _Toscanella_, _Viterbo_,
_Bagnarea_ ed altre città, ch'esso re Carlo avea donato in Toscana alla
Chiesa di Roma, essendoci degli uffiziali del re che si studiano di
guastare ed annullare questa sacra oblazione. Da ciò intendiamo che non
era per anche seguita la consegna di queste città, nè rilasciato il duca
Grimoaldo. Ma finalmente Carlo Magno si lasciò indurre a mettere in
libertà questo principe, e a permettergli che venisse a prendere il
possesso del ducato di Benevento. Secondochè s'ha da Erchemperto[539],
obbligossi Grimoaldo di mettere il nome del re Carlo, come di suo
sovrano, nelle monete e negli strumenti (che tale era l'uso degli altri
principi vassalli), e di far tosare la barba a' suoi popoli (a riserva
de' mustacchi), e ciò alla moda de' Franchi, dismettendo l'usanza dei
Longobardi che portavano di belle barbe. Scrive l'Eccardo[540]: _Romani,
Graecique barbas alebant; Langobardi vero, et Graeci etiam, et Franci
eas radebant_. Ma per gli Longobardi non sussiste. _Ut Langobardorum
mentum tonderi faceret_, fu l'obbligo imposto a Grimoaldo; adunque la
barba era usata e tenuta per ornamento dai Longobardi. Finalmente
promise Grimoaldo di smantellar le fortificazioni delle città
d'_Acerenza_, _Salerno_ e _Consa_. Racconta l'Anonimo salernitano[541]
(creduto Erchemperto dal cardinal Baronio[542], ma veramente diverso da
esso), che avendo il re Carlo intesa la morte del duca Arigiso, fatto
chiamare a sè Grimoaldo, gli disse che suo padre era mancato di vita.
Allora l'accorto principe gli rispose: _Gran re, per quanto io so, mio
padre è molto ben sano, e la sua gloria è più che mai vigorosa; e
desidero che ella cresca per tutti i secoli_. Allora il re soggiunse:
_Dico daddovero, che tuo padre è morto_. Replicò Grimoaldo: _Dal dì
ch'io son venuto in vostro potere, non ho più pensato nè a padre, nè a
madre, nè a' parenti, perchè voi, gran re, a me siete il tutto_. Fu
lodata la risposta, e gli fu permesso il venire. Probabilmente giudicò
meglio il re Carlo di azzardar questo colpo con lasciar venir Grimoaldo,
perchè, nol facendo, già presentiva che i Beneventani si darebbono ai
Greci; nè a lui tornava il conto di lasciar cotanto ingrandire in Italia
una potenza che manteneva le sue pretensioni sopra tutta l'Italia.
Aggiugne il suddetto Anonimo salernitano che il re Carlo mandò in
compagnia di Grimoaldo due suoi giovani nobili, forse per vegliare sopra
i di lui andamenti, cioè Autari e Pauliperto, a' quali esso Grimoaldo
compartì le prime cariche della corte, donò assaissime case e poderi, e
procurò nobile accasamento. Non fu appena giunto questo principe al
fiume Volturno, prima di entrare in Capua, che gli venne incontro
un'immensa folla di Longobardi, che tutta piena di giubilo l'accolse.
Altrettanto avvenne fuori di Benevento, tutti gridando: _Ben venuto
nostro padre. Ben venga la nostra salute dopo Dio_. Andò egli a
dirittura alla chiesa della santissima Vergine, e colla faccia per terra
ringraziò Dio del favore prestatogli. Passò da lì a poco a Salerno,
anch'ivi incontrato da innumerabil popolo, e pervenuto alla chiesa,
visitò con lagrime il sepolcro del padre e del fratello. Ma allorchè
ebbe esposto a que' cittadini la promessa al re Carlo di demolir le
superbe fortificazioni di quella città, tutti se ne turbarono forte, nè
sapeano darsene pace. I ripieghi da lui presi per non mancare alla
parola e al giuramento, ed insieme per non restar disarmato e senza
difesa, gli accennerò in altro luogo.
Intanto papa Adriano, inteso ch'ebbe il ritorno e lo installamento di
Grimoaldo, poco stette a scrivere al re Carlo la lettera ottantesima
sesta del Codice Carolino, con protestare di nuovo, che se in addietro
avea fatte premure perchè non fosse restituita a quel principe la
libertà con gli stati, era unicamente stato per apprensione delle
insidie e trame di chi era nemico non men d'esso re che del papa.
Continua a dire, avere bensì il re Carlo incaricato _Aruino_ duca e gli
altri suoi inviati di consegnare ad esso papa le città di _Roselle_ e
_Populonia_ in Toscana, e le altre situate nel ducato di Benevento, ma
che nulla s'era fatto finora delle città di Toscana. E per conto delle
beneventane, aveano bensì que' messi dato ai ministri pontifizii il
possesso dei vescovati, de' monisteri e delle corti, ossia degli
allodiali spettanti alla camera del principe, e consegnate le chiavi
delle città, ma senza consegnar anche gli uomini che restavano in lor
libertà. _E come_, dice Adriano, _potremo noi senza gli uomini ritener
quelle città_? il perchè prega il re Carlo di non voler essere più
parziale verso _Grimoaldo_ figliuolo di _Arigiso_, che verso _san
Pietro_, custode delle chiavi del cielo, e massimamente perchè esso
Grimoaldo arrivato in Capua, alla presenza dei messi del re dei Franchi,
s'era lasciato scappar di bocca, _avere il re Carlo comandato che
qualsivoglia desiderante d'essere suo suddito, tale sarebbe_: cosa di
gran rammarico al suddetto papa, perchè i Greci e Napoletani si ridevano
dei ministri pontifizii, due volte tornati a casa senza ottener cosa
alcuna, con raccomandare che dia gli ordini per l'esecuzione di quanto
era disposto nell'offerta di quelle città. Come poi finisse questo
affare, non apparisce dalle lettere di papa Adriano; ma noi bensì
vedremo Capua signoreggiata dai principi beneventani, e senza che
traspiri per concessione dei papi. Fece in questi principii del suo
governo il duca Grimoaldo conoscere a Carlo Magno, quanto fossero
insussistenti i sospetti disseminati contra di lui da papa Adriano. Già
erano insorte liti fra _Costantino_ giovane imperadore dei Greci e
_Carlo Magno_, perchè questi, secondochè scrive Eginardo[543], ruppe il
trattato di dar la figliuola _Rotrude_, destinata in moglie ad esso
Augusto Costantino: il che indusse _Irene_ a cercarne altra al
figliuolo: e questa fu una giovane armena. Spedì ne' medesimi tempi la
indispettita imperadrice Irene in Sicilia una forte squadra di navi e di
combattenti, con ordine di assalire il ducato di Benevento. Era, per
attestato del suddetto Eginardo, alla testa di quest'armata _Adelgiso_
figliuolo del re Desiderio, chiamato _Teodoro_ da' Greci; ed è da
credere che Adelgiso vi andasse volentieri per la speranza di tirar ne'
suoi voleri il duca Grimoaldo suo nipote, perchè figliuolo di
_Adelberga_ sua sorella tuttavia vivente. Ma Grimoaldo, lungi dal cedere
a tali batterie, e dal volere effettuare i trattati seguiti, come ci fan
credere le lettere di papa Adriano, tra Arigiso suo padre e i Greci:
stette nella fedeltà verso il re Carlo e verso il re d'Italia Pippino.
Prese dunque l'armi per opporsi ai Greci, chiamò in aiuto suo
_Ildebrando_ duca di Spoleti, ed essendo anche stato spedito al primo
suono di questi rumori da Carlo Magno _Guinigiso_ per suo inviato con
alquanti Franzesi a Benevento, affinchè vegliasse sopra gli andamenti
de' Greci e dei due duchi di Benevento e Spoleti: si venne finalmente ad
un fatto d'armi. Riuscì questo favorevole ai principi e soldati
longobardi, che con poco lor danno fecero grande strage de' Greci, ed
ebbero in lor potere un ricco bottino con assaissimi prigioni. Se
vogliam credere a Teofane[544], l'infelice Adelgiso lasciò la vita in
quella sconfitta; ma altri scrivono ch'egli vecchio terminò i suoi
giorni in Costantinopoli. Con questa azione dovette Grimoaldo
accreditarsi non poco presso di Carlo Magno. Oltre di che, in questi
primi tempi egli non ebbe difficoltà di comparir senza barba al mento,
salvo sempre l'orrido ornamento dei lunghi mustacchi, e di mettere nelle
monete e in primo luogo negli strumenti il nome del sovrano suo Carlo,
senza però eseguir l'obbligo di atterrar le fortificazioni di Salerno,
Acerenza e Consa.
In questi tempi avvenne che _Tassilone_ duca di Baviera, a persuasione
di _Luidburga_ sua moglie, figliuola del già re Desiderio, pentito de'
giuramenti prestati e della suggezione promessa al re Carlo, che forse
inchiudeva delle dure condizioni, tornò a cozzare con lui. Accusato si
presentò davanti al re, e convinto di aver trattato con gli Avari, ossia
con gli Unni, padroni della Pannonia; d'aver macchinato contro la vita
dei fedeli del re, e d'aver detto che, se egli avesse avuto dieci
figliuoli, piuttosto li perderebbe che sofferire i patti per forza
stabiliti col re Carlo: corse pericolo della vita. Gli ebbe misericordia
il re; ma deposto dal ducato si elesse di terminare i suoi giorni con
_Teodone_ suo figliuolo in un monistero, dove professò la vita
monastica, e attese a far penitenza de' suoi peccati. In fatti non passò
gran tempo che gli Avari, secondo le promesse da lor fatte a Tassilone,
messi insieme due eserciti, coll'uno assalirono la marca del Friuli, e
coll'altro la Baviera. A far loro fronte non furono pigri i popoli
d'Italia e i Franchi; e seguirono in tutti e due quei luoghi dei fieri
combattimenti, ne' quali restarono rotti e posti in fuga que' Barbari.
Tornarono costoro con altre forze per far vendetta contra de' Bavaresi,
ma per la seconda volta furono sconfitti e respinti, con lasciare sul
campo una gran quantità di morti, senza quelli che affogarono nel
Danubio. A quest'anno pertanto son io d'avviso che appartenga una
notizia, a noi conservata da un documento veronese, che fu pubblicato
dal Panvinio, e poscia dall'Ughelli[545]. Raccontasi quivi che a' tempi
di Pippino re d'Italia, quando egli era tuttavia fanciullo, gli Unni,
con altro nome chiamati Avari, fecero una irruzione in Italia, per
vendicarsi dell'esercito francese e del duca del Friuli, che spesso
faceano delle scorrerie nella Pannonia signoreggiata allora da essi
Unni. Di ciò avvertito il re Carlo, ordinò tosto che si rimettessero in
piedi le fortificazioni di Verona, per la maggior parte scadute. Fece
rifar le mura, le torri e le fosse tutte all'intorno d'essa città, e vi
aggiunse una buona palizzata. Lasciò ivi _Pippino suo figliuolo_, e
_Berengario suo legato_ fu inviato per assistergli e difendere quella
città. Potrebbe essere che questo _Berengario_ padre di _Unroco_ conte,
fosse antenato di _Berengario_ che fu poi re d'Italia, e poscia
imperadore, siccome vedremo. In tal congiuntura nata disputa, se
toccasse agli ecclesiastici il fare la terza o la quarta parte d'esse
mura, non si poteva con buon fondamento decidere la controversia; perchè
sotto i Longobardi la città non avea bisogno di riparazioni,
bastevolmente munita dal _pubblico_; ed occorrendo qualche rottura,
veniva tosto riparata dal vicario della città. Fu pertanto rimessa la
decision della lite (secondo i riti strani, creduti in quel tempo
religiosi, ma da noi ora conosciuti superstiziosi,) al _giudizio della
croce. Aregao per la parte pubblica, Pacifico per la parte del vescovo_,
amendue giovanotti robusti, il primo de' quali fu poi arciprete, e
l'altro arcidiacono della Chiesa maggiore, si posero colle mani
sollevate a guisa di croce, oppure alzate in alto davanti all'altare, in
cui si cominciò la messa, e fu letto il Passio di san Matteo. Ma non si
arrivò alla metà d'esso Passio, che ad Aregao, ossia Argao, vennero men
le forze e cadde per terra. Pacifico stette saldo sino alla fine del
Passio, e per conseguente fu proclamato vincitore, gli ecclesiastici
obbligati solo alla quarta parte di quell'aggravio. Non si sa nondimeno
ben intendere come Verona fosse in quest'anno sì abbattuta di
fortificazioni, quando nell'anno 773 e 774 fece sì gran resistenza ai
Franchi, e vi ebbe sì lungo asilo Adelgiso figliuolo del re Desiderio:
se pure in quell'assedio non avessero patito di molto le mura, senza poi
prendersi cura alcuna di ristorarle.