[528] Theoph., in Chronogr.
[529] Annales Franc. Metenses.
[530] Eginhardus, in Vit. Caroli Magni.
Anno di CRISTO DCCLXXXVII. Indiz. X.
ADRIANO I papa 16.
COSTANTINO imperad. 12 e 8
IRENE Augusta 8.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 14.
PIPPINO re d'Italia 7.
Celebre fu quest'anno pel settimo concilio generale tenuto nella città
di Nicea in Bitinia. Gli si diede principio nel mese di settembre
coll'intervento di _Pietro_ arciprete della santa romana Chiesa, e di
_Pietro_ prete ed abbate, legati del sommo pontefice _Adriano I_, di
_Tarasio_ patriarca di Costantinopoli, dei legati dei patriarchi
d'Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e di più di trecento cinquanta
vescovi. Il culto delle sacre immagini, come conforme allo dottrina
cattolica, venne ivi stabilito, e scomunicati gli sprezzatori e
persecutori delle medesime. Di più non dico, appartenendo agli annali
ecclesiastici questo racconto. Da Firenze passò a Roma _Carlo Magno_,
dove con solenne apparato e sommo giubilo fu accolto da papa Adriano. Si
spesero alcuni giorni per ismaltir varii negozii, uno de' quali
spezialmente riguardava il ducato di Benevento. Già osservammo di sopra
che _Arichis_ ossia _Arigiso_, duca di quella contrada, aveva assunto il
nome di _principe_, nè finora avea voluto sottomettersi al dominio di
Carlo Magno, tuttochè il ducato di Benevento fosse una porzione del
regno longobardico, la quale abbracciava allora quasi tutto il regno di
Napoli. Nulla pareva al re de' Franchi d'aver fatto, se non si stendeva
la sua signoria sopra così bella ed ampia parte d'Italia. È da credere
che anche il pontefice Adriano, pieno sempre di sospetti per cagione
dell'imperador greco, e di _Adelgiso_ figliuolo di Desiderio, ricoverato
a Costantinopoli, e dello stesso duca Arigiso, tutti pretendenti nel
dominio dell'Italia, aggiugnesse calore e stimolo ai disegni e desiderii
di Carlo, che seco avea condotta un'armata capace di farsi temere. Però
informato di questo vicino temporale Arigiso, siccome abbiamo dagli
Annali de' Franchi[531], spedì a Roma _Romoaldo_ suo figliuolo con
suntuosi regali per placare il re e per esibirsi pronto a fare ogni suo
volere. Ma il papa, che meglio conosceva il sistema delle cose,
consigliò il re di non appagarsi di queste parole e di portar l'armi
nelle viscere del ducato di Benevento. Arrivò Carlo Magno coll'esercito
suo fino a Capua, e l'armata cominciò a stendersi per quelle contrade,
mettendo tutto a sacco. Era in questi tempi Arigiso (per attestato di
Erchemperto[532] scrittore del secolo susseguente) in rotta coi
Napoletani, popolo che sempre si salvò dal dominio de' Longobardi, e fu
solito ad avere i propri duchi e a stare unito co' Greci, talvolta con
lega, e per lo più con suggezione e dipendenza. Conchiuse tosto pace con
essi Napoletani Arigiso, per non averli contrarii in quel frangente, con
accordar loro alcuni beni nella Liguria. Quindi si diede alla difesa, e
se crediamo ad esso Erchemperto, per un tempo ancora fece gagliarda
resistenza, benchè gli Annali dei Franchi nulla dicano di battaglie nè
di assedii. Ma scorgendo le sue forze inferiori al bisogno, dopo aver
lasciato ben guernita di gente e di viveri la città di Benevento, allora
capitale del ducato, molto popolata e ricchissima, si ritirò a Salerno,
città marittima e forte, per potere, in caso di necessità, mettersi in
salvo per mare, e maggiormente la fortificò con torri ed altri ripari.
Inviò poscia a Capua l'altro suo figliuolo, chiamato _Grimoaldo_, a
chieder pace, offerendo sommessione, danari e molti ostaggi, fra i quali
gli stessi suoi figliuoli. L'anonimo salernitano[533] mischiando una
mano di favole, ch'io tralascio, in questi avvenimenti, scrive, aver
egli spedito anche molti vescovi al re Carlo, per implorar misericordia:
il che non è inverisimile. Allora Carlo Magno, considerando che sarebbe
costato non lieve fatica e tempo il pretendere di più, e che dal
continuar la guerra ne seguirebbe la distruzion delle chiese e dei
monisteri, e forse che i Greci confinanti al ducato beneventano con
alcune città marittime della Calabria e colla Sicilia avrebbono potuto
entrare in ballo, e prendere la protezion di Arigiso: si piegò ad
accettar la pace. Le condizioni furono, che Arigiso continuasse ad
essere duca, ma con subordinazione al re di Italia suo sovrano, siccome
fu usato in addietro sotto i re longobardi, e con obbligarsi al
pagamento di una annua pensione, che fu di sette mila soldi d'oro, per
attestato di Eginardo[534]. Per sicurezza della promessa diede egli
dodici ostaggi al re Carlo, e, quel che più importa, gli diede ancora
_Grimoaldo_ e _Romoaldo suoi figliuoli_. Tante poi preghiere si
frapposero, che Romoaldo fu rilasciato in libertà; ma per conto di
Grimoaldo, gli convenne andare fino ad Aquisgrana, dove dopo questa
impresa, e dopo aver celebrato la Pasqua in Roma, si trasferì quel
monarca. Attesta inoltre Erchemperto che Arigiso fu costretto a comperar
questa pace collo sborso di un gran tesoro, per rifare il re Carlo delle
spese della guerra. Di una altra condizione parleremo fra poco.
Dappoichè fu fuori d'Italia il re Carlo, e cessato il timor delle sue
armi, credo che succedesse quanto narra papa Adriano nell'epistola
sessantesima quarta del Codice Carolino. Cioè, che i _nefandissimi
Napoletani e gli odiati da Dio Greci_, per maligno consiglio d'Arigiso
duca di Benevento, aveano occupata la piccola città di _Terracina_, la
quale egli avea prima sottomessa al dominio di san Pietro e del re
Carlo, con averla probabilmente tolta ai Greci. Prega per ciò esso re di
spedire nel primo dì d'agosto Vulfrino con ordine d'unire un'armata di
tutti i _Toscani_ e _Spoletini_, e degli stessi _nefandissimi
Beneventani_, per passare a ricuperar Terracina e ad espugnar anche
_Gaeta_ e _Napoli_, città dei Greci, acciocchè la Chiesa romana rientri
in possesso del suo _patrimonio_, cioè degli allodiali, a lei spettanti
nel distretto di Napoli, ed affinchè que' popoli, se si può mai, vengano
a sottomettersi _sub vestra atque nostra dictione_. Aveva poi esso papa
trattato coi Napoletani di ceder loro _Terracina_, purchè essi gli
restituissero il suddetto _patrimonio_; ma nulla voleva eseguire senza
il parere di Carlo Magno. Aggiugne ch'essi Napoletani trattavano
coll'_infedelissimo Arigiso duca di Benevento_, il quale tutto dì
riceveva ambasciate dal _nefandissimo patrizio di Sicilia_. Questi era
lo stesso Adelgiso figliuolo del re Desiderio. E lo spiega lo stesso
papa, con dire che Arigiso duca imbrogliava il trattato cominciato coi
Napoletani, perchè tutto dì era in espettazione di veder venire _filium
nefandissimi Desiderii dudum nec dicendi regis Langobardorum, ut una cum
ipso pro vobis nos espugnent_. Prega in fine Carlo Magno di operare in
maniera che non resti nè derisa nè danneggiata la Chiesa romana. Ma è da
maravigliarsi come dei saggi pontefici usassero allora contra dei popoli
cattolici, solamente per discordie e sospetti politici, termini sì
ingiuriosi. Perchè mai nefandissimi i Napoletani, odiati da Dio i Greci,
per avere ricuperato un picciolo paese già di loro ragione? Nè badava il
papa che anch'egli meditava, se avesse potuto, di far peggio, cioè di
occupare ai Greci due nobilissime città e ducati, Napoli e Gaeta, sulle
quali egli non avea diritto alcuno. Dalla lettera settuagesima terza del
Codice Carolino pare che possa ricavarsi che _Terracina_ era di
giurisdizion de' Greci, al pari di Gaeta. I padri Cointe e Pagi, che
rapportano la suddetta lettera settantesimaquarta all'anno 780, non
badarono assai che allora il duca Arigiso non s'era punto assoggettato a
Carlo Magno: cosa che avvenne solamente nell'anno presente; e che in
questi tempi appunto Adelgiso figliuolo di Desiderio era in Sicilia, e
manipolava un'invasione in Italia, siccome vedremo. A quest'anno per
conseguente, e non a quello, si dee riferir la lettera suddetta. Ma
questi segreti maneggi del duca Arigiso abortirono fra poco; perciocchè
in questo medesimo anno nel dì 21 di luglio la morte gli rapì il giovane
_Romoaldo_ suo figliuolo, per la cui perdita, per la lontananza
dell'altro, e per gli affanni sofferti, anch'egli infermatosi terminò il
corso de' suoi giorni a dì 26 d'agosto, con lasciar belle memorie della
sua giustizia, magnificenza e pietà in Benevento, e massimamente, oltre
a due superbi palagi, un magnifico tempio e monistero di sacre vergini,
appellato di santa Sofia, che egli sottopose a quello di Monte Casino, e
un altro monistero parimente di vergini a persuasione di _Alfano_
vescovo di Benevento, che fu posto sotto la direzione del monistero di
san Vincenzo di Volturno[535]. Leggonsi le altre lodi di questo principe
nel suo epitaffio composto da Paolo Diacono, e pubblicato da Camillo
Pellegrino. Restarono, per la morte di Arigiso, i popoli di Benevento
senza principe, senza governo: e però i principali baroni spedirono
tosto al re Carlo in Francia, supplicandolo di volere rimettere in
libertà _Grimoaldo_ figliuolo del defunto principe, e di permettergli
d'assumere il reggimento di quel ducato. S'incontrarono molte difficoltà
in questo maneggio, siccome nell'anno seguente accenneremo. Fra l'altre
cose trattate in Roma fra papa Adriano e il re Carlo vi fu ancora di
ridur colle buone il duca di Baviera _Tassilone_ a riconoscere per suo
sovrano esso re[536]. A questo effetto il pontefice, dianzi pregato dal
medesimo duca d'interporsi per la pace, fece tutti i buoni uffizii
presso di Carlo; ma scoperto in fine che gl'inviati di Tassilone altro
non davano che parole, mosso da giusta collera il pontefice, gli spedì
una ambasceria, per intimargli la scomunica se dopo le promesse fatte
non si sottometteva, rifondendo sopra di lui il reato, qualora
l'ostinazione sua si tirasse dietro lo spargimento del sangue cristiano.
A nulla giovarono le paterne esortazioni del papa; laonde il re Carlo,
giunto che fu a Vormazia, s'accinse ad ottener coll'armi ciò che non
avea potuto conseguir col mezzo de' trattati pacifici. Un esercito da
lui condotto arrivò fino alla città d'Augusta; un altro guidato dal
giovane re _Pippino_ suo figliuolo, che già avea preso a governare il
suo regno di Italia, s'inoltrò fino alla città di Trento. Allora fu che
Tassilone tornato in sè abbassò il capo, e portatosi alla presenza di
Carlo, tutto umiliato, gli giurò nel dì 5 di ottobre sommessione e
vassallaggio, con dargli in ostaggio _Teodone_ suo figliuolo, e dodici
altri principali signori della Baviera: con che soddisfatto il re Carlo
se ne tornò indietro alla villa d'Ingeleim. Lasciò anche scritto il
Dandolo[537] che venne a morte in questo anno _Maurizio_ doge di
Venezia. Giovanni suo figliuolo, già dichiarato suo collega nella
dignità ducale, continuò a regger solo que' popoli, stando in Malamocco,
ma con riuscita ben diversa, sì nelle parole che nelle opere, da quella
del padre. Nè si dee tacere che Carlo Magno nell'occasione della sua
venuta in questo anno a Roma, siccome principe che a tutte le cose belle
e lodevoli correva con ansietà impareggiabile, condusse via da Roma de'
cantori valenti che insegnassero alle chiese di Francia il puro canto
fermo, quale fu a noi lasciato da san Gregorio Magno, o pure da Gregorio
II papa, come ha creduto taluno. Così attesta il monaco
Engolismense[538], il quale inoltre aggiugne ch'egli menò anche seco da
Roma de' maestri di grammatica e d'abbaco, che dilatarono poi per la
Francia lo studio delle lettere. _Ante ipsum enim dominum regem Carolum
in Gallia nullum studium fuerat liberalium artium._