[511] Teoph., in Chronogr.
[512] Annales Bertinian. Eginhard.
[513] Erchempertus, Hist. P. I. T. II Rer. Ital.
[514] Paulus Diaconus, lib. 4. cap. 39 Histor.
[515] Leo Ostiensis, Chron. Casinens. l. 1, c. 15.
[516] Anonymus Salernitanus, P. II, tom. 2, Rer. Italic.
[517] Mabill., Annal. Benedict., lib. 24, cap. 73.
Anno di CRISTO DCCLXXXIII. Indiz. VI.
ADRIANO I papa 12.
COSTANTINO imperad. 8 e 4.
IRENE Augusta 4.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 10.
PIPPINO re d'Italia 3.
Restò sommamente sconsolato in quest'anno il re Carlo per la morte
immatura della regina _Ildegarde_, moglie sua dilettissima, che in età
di ventisei anni finì di vivere nell'ultimo dì d'aprile, e da alcuni,
secondo la facilità d'allora, fu registrata nel catalogo de' santi.
Lasciò essa dopo di sè tre figliuole e tre figliuoli viventi, cioè
_Carlo_ primogenito, destinato ad essere re di Francia, _Pippino_ già re
d'Italia, e _Lodovico_ già re d'Aquitania. Mancò eziandio di vita la
regina _Berta_, madre di Carlo Magno, nel dì 12 di luglio. E perciocchè
esso Carlo era principe poco inclinato alla continenza, non andò molto
che prese un'altra moglie, cioè _Fastrada_. Tornarono ancora in
quest'anno a ribellarsi i Sassoni, ma l'invitto re in due battaglie
talmente li snervò e confuse, che da lì innanzi pareva che non dovesse
più venir loro voglia di alzare il capo contra di lui. Col padre Cointe
si può riferire all'anno presente l'epistola settantesima quinta del
Codice Carolino, nella quale papa _Adriano_ espone a Carlo Magno, come
Eleuterio e Gregorio cittadini di Ravenna non voleano aver sopra di sè
giudici in quelle parti, commetteano enormi prepotenze contra de'
poveri, vendendoli specialmente per ischiavi ai pagani. Aggiugne, che
costoro menando seco una mano di sgherri, aveano commesso varii
omicidii, e massimamente in una chiesa in tempo della messa uno di quei
briganti avea malamente ferito un povero innocente. E poichè essi ben
conosceano che il papa non soffrirebbe così inique operazioni, senza
chiederne a lui licenza, s'erano portati in Francia per reclamare contra
d'esso papa, e sforzarsi di far nascere delle zizzanie fra il re Carlo e
il romano pontefice, non riflettendo che i fedeli di san Pietro son
parimente fedeli del re de' Franchi, e i nemici di s. Pietro tali sono
ancora del re stesso. Però il prega di non ammettere questi malvagi
siccome nemici suoi e di s. Pietro, e di volerli mandare a Roma,
affinchè sieno processati, e resti illesa ed illibata l'oblazione di
quegli stati, fatta dal re Pippino, e confermata dal medesimo re Carlo a
san Pietro. Questi ricorsi dei Ravennati a Carlo Magno, il fatto di
_Leone_ arcivescovo mentovato di sopra, l'avere esso Carlo rinnovata ai
romani pontefici la oblazione dell'esercato, possono servire ad indicar
sussistente l'opinion del Sigonio[518], che stimò ritenuta dai re
franchi la sovranità, ossia l'alto dominio sopra gli stati conceduti o
donati alla santa Chiesa romana. Per altro questa medesima lettera ci fa
conoscere che papa Adriano I era in possesso allora dell'esarcato, e vi
esercitava la giurisdizione temporale. Credesi poi da alcuni fondati
sulle lettere di Alcuino[519], che verso questi tempi _Angilberto_,
riguardevol personaggio franzese, e poscia celebre abate di Centula,
fosse in Italia _primicerius palatii Pippini regis_, cioè il primo dei
suoi consiglieri. _Omero_ veniva questi appellato dai letterati
d'allora, siccome Carlo Magno portava il nome di _Davide_, e così gli
altri affettavano un egual gergo ne' loro nomi. Ma forse più tardi
Angilberto ebbe quest'impiego e grado nella corte del re Pippino.
Pubblicò il Baluzio[520] un capitolare di Carlo Magno _de causis regni
Italiae_, ch'egli credette dell'anno 793, _post obitum Hildegardis
reginae_. Ma essendo succeduta in questo anno la morte di essa regina,
taluno ha creduto che quell'editto appartenga al medesimo presente anno.
Quivi Carlo comanda che chiunque ha degli spedali de' pellegrini, debba
farne buon governo: altrimenti vuole che il vescovo ne abbia cura.
Proibisce ai laici il tener parrocchiali. E perchè nell'Italia abitavano
allora molte nazioni, come, per esempio, i nazionali italiani, i
longobardi, i franzesi, i bavaresi; perciò ordina che sieno tutti
giudicati secondo la loro legge. Dal che si vede già introdotta e
praticata in queste contrade la varietà delle leggi. Comanda ancora che
nelle composizioni dei re la terza parte del denaro tocchi ai conti,
cioè ai governatori delle città, e le due altre al fisco regale. Oltre a
ciò, proibisce ai conti l'obbligare ad alcuno loro privato servigio gli
uomini liberi. Vuole che si faccia un inventario dei beni spettanti alla
fu regina _Ildegarde_, da inviarsi a lui; nè permette che i _Piacentini_
abbiano gli _Aldioni_, cioè uomini simili ai liberti dipendenti dalla
camera regia. In fine comanda che i servi fuggiti nelle parti di
_Benevento, Spoleti, Romania_ (onde è venuto il nome di _Romagna_) e
_Pentapoli_, sieno restituiti, e tornino ai lor padroni. Tralascio gli
altri. Di questo capitolare ho ben io fatta qui menzione; ma non avendo
il re Carlo sottomessi i Beneventani, se non nell'anno 787, al veder qui
ch'egli comanda anche in _Benevento_, più probabile a me sembra che dopo
quell'anno fossero pubblicate queste leggi.