[499] Theoph., in Chronogr.
[500] Annal. Franc. Moissiac.
[501] Johann. Diac., in Vit. Episcopor. Neapol. P. II, tom. I Rer.
Italic.
Anno di CRISTO DCCLXXXI. Indizione IV.
ADRIANO I papa 10.
COSTANTINO imperadore 6 e 2.
IRENE Augusta 2.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 8.
PIPPINO re d'Italia 1.
Da tutti gli Annali di Francia abbiamo l'andata in quest'anno del re
_Carlo_ a Roma. Solennizzò egli le feste del santo Natale del precedente
anno in Pavia, insieme colla regina _Ildegarde_ sua consorte; e venuta
poi la primavera, si mise in viaggio alla volta di Roma, per trovarsi
nel giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 15 di aprile, conducendo seco
due de' suoi piccioli figliuoli, cioè _Carlomanno_ e _Lodovico_. Giunto
colà, ed accolto con tutti gli onori, fece battezzare (per quanto si può
credere nel sabbato santo) _Carlomanno_ da papa Adriano, il quale con
levarlo ancora dal sacro fonte divenne suo padrino. Ma in tal
congiuntura il papa gli mutò il nome di Carlomanno in quello di
_Pippino_, sotto il quale fu poi riconosciuto da tutti. Nel solennissimo
giorno seguente, ad istanza di Carlo Magno, il medesimo papa consecrò in
re i suddetti due principi, cioè _Pippino_ sopra l'Italia e _Ludovico_
sopra la Aquitania. Soddisfatto ch'ebbe il re Carlo alla sua divozione,
e trattando de' correnti affari col sommo pontefice, sen venne a Milano,
dove l'arcivescovo _Tommaso_ diede il battesimo a _Gisla_ figliuola
d'esso re e della regina Ildegarde. Dopo di che Carlo se ne tornò in
Francia, lasciando l'Italia assai quieta. Fra gli altri affari che si
trattarono in Roma fra il papa e Carlo Magno, uno de' principali fu
l'accasamento desiderato da _Irene_ imperadrice di _Costantino_ Augusto
suo figliuolo con _Rotrude_ figliuola d'esso re Carlo. Teofane
scrive[502] che a questo fine nell'anno presente essa imperadrice inviò
Costante sacellario e Mamalo primicerio per suoi legati a Carlo, per
farne la dimanda; e secondo la Cronica moissiacense[503], gli sponsali
fra questi due principi furono realmente contratti mentre il re si
trovava in Roma; ma secondo altre storie, solamente nell'anno 787
seguirono questi sponsali. Restò presso di questa principessa Elisco
eunuco e notaio, per insegnarle la lingua greca, e accostumarla ai riti
della corte imperiale. Ma non ebbe poi effetto questo maritaggio per
imbrogli politici sopravvenuti col tempo tra Irene e suo figliuolo. Un
altro affare di molta conseguenza fu parimenti maneggiato in Roma fra il
pontefice e il re Carlo. Passavano de' grandi dissapori fra esso re e
_Tassilone_, potentissimo allora duca di Baviera, perchè l'ultimo
sdegnava di riconoscere per suo sovrano il re de' Franchi. Carlo andava
pazientando, per risparmiare, se si poteva, l'esorcismo della forza.
Però ricorse prima alle vie pacifiche, cioè al ripiego che il papa
invierebbe a Tassilone i suoi legati per indurlo alla conoscenza del suo
dovere. In fatti con Ricolfo cappellano ed Eberardo coppier maggiore del
re andarono due legati del papa, cioè _Formoso_ e _Damaso_ vescovi, e
tanto esortarono per parte del pontefice il duca Tassilone a volersi
ricordare de' giuramenti prestati al re Pippino e a' suoi figliuoli, che
l'indussero a portarsi a Vormazia, dove era il re Carlo, al quale di
nuovo prestò giuramento di fedeltà, ma con dimenticarsene da lì a poco,
quantunque in mano di lui avesse lasciato degli ostaggi. Fu in
quest'anno che Carlo Magno imparò a conoscere _Paolino_, cioè quel
personaggio che col tempo riuscì patriarca d'Aquileia, insigne non meno
per la sua letteratura, che per la sua santità. Fra le doti mirabili di
quel gran monarca si contava l'amor delle lettere e la premura di
piantarle e propagarle per tutti i suoi regni: premura tanto più
riguardevole, perchè allora l'Italia si trovava involta in una somma
ignoranza, fuorchè Roma, dove sempre furono in credito le sacre lettere.
Anche in Benevento il duca _Arigiso_ accoglieva tutti i letterati, e
specialmente manteneva una mano di filosofi. Ma in quasi tutte l'altre
città, a riserva di qualche tintura di grammatica, di cui erano maestri
nelle castella i parrochi, e alcun altro nelle città, le scienze e le
bell'arti erano in un miserabile stato. Peggio anche stava la Francia,
se non che il nobilissimo genio di quel monarca vi tirò dalla Scozia e
Irlanda alcuni monaci letterati, e specialmente il celebre _Alcuino_,
che introdusse e dilatò felicemente per tutta la Francia lo studio delle
lettere.
Abbiamo ancora da Eginardo[504] che lo stesso re Carlo, benchè giunto
all'età virile, ebbe per suo maestro di grammatica _Petrum pisanum
diaconum senem_. E di questo medesimo _Pietro da Pisa_ scrive il
sopraddetto Alcuino[505] di averlo in sua gioventù conosciuto in Pavia;
e ch'esso Pietro avea avuta una disputa con Giulio giudeo, la qual anche
si leggeva scritta. Aggiugne in fine: _Idem Petrus fuit qui in palatio
vestro_ (cioè in Aquisgrana) _grammaticam docens claruit_. Fortunato può
dirsi in questi tempi ancora il Friuli, perchè quivi fioriva il suddetto
_Paolino_ maestro di grammatica, il quale, fatto ricorso in quest'anno
al re Carlo, ottenne in dono alcuni beni, già confiscati a Gualdandio
figliuolo del fu Mimone da Laberiano, _quae ad nostrum devenerunt
palatium, pro eo quod in campo cum Forticauso inimico nostro_ (si dee
scrivere _Roticauso_, già duca del Friuli, di cui parlammo all'anno 776)
_a nostris fidelibus fuerit interfectus_. Il diploma di Carlo Magno è
rapportato intero dal cardinal Baronio[506] e dal padre Bollando[507].
Tal dono si dice ivi fatto _venerabili Paulino artis grammaticae
magistro_: titolo indicante ch'egli era già prete. Il diploma fu dato
_XV kalendas julii, anno octavo regni nostri e Loreia civitate_. Più
verisimile è che l'_anno ottavo_ del regno di Carlo appartenga qui
all'epoca del regno longobardico, cioè all'anno presente 781,
piuttostochè a quella del regno francico, trattandosi di diploma fatto
in Italia. Della vittoria riportata nell'anno 776 dal re Carlo contra
del suddetto _Rodgauso_ duca del Friuli, che s'era ribellato, noi
troviam menzione nel medesimo diploma. La città di _Loreia_, dove fu
fatta questa concessione, vien creduta dal Cointe la villa di _Loreo_,
posta nel dominio veneto, presso alla sboccatura di Po grande nel mare.
Il padre Pagi[508] crede incerto quel luogo. Ma in vece di _Loreia_, si
ha da scrivere in esso documento _Eboreia_, cioè nella città di _Ivrea_.
Colà era giunto il re Carlo in tornando da Roma in Francia. Ora
_Paolino_ suddetto tale stima si guadagnò nel Friuli e presso il re
Carlo, che essendo passato al paese dei più _Sigualdo_ patriarca
d'Aquileia, venne egli eletto per suo successore in quella sacra sede,
sommamente dipoi illustrata da lui colla santità della vita e co' suoi
libri. Intanto di qui impariamo non susistere l'opinion del Baronio,
dell'Ughelli e del Bollando, che mettono l'elezione di san Paolino in
patriarca d'Aquileia nell'anno 773. Al padre de Rubeis[509] parve dipoi
probabile che Sigualdo mancasse di vita nell'anno 776, e che Paolino a
lui immediatamente succedesse, scrivendo il monaco di san Gallo, che
Carlo Magno si trovava nel Friuli, allorchè venne a morte il patriarca
di quella Chiesa, e non avendo questi voluto nominar un successore,
Carlo gliene sostituì uno; e questi sembra essere stato _Paolino_. Ma se
veramente l'epoca suddetta riguardasse il regno longobardico,
converrebbe differire cinque anni dappoi la di lui esaltazione, e
fors'anche più tardi; perchè allora Paolino non vien chiamato se non
maestro di grammatica. Nè il passo del monaco sangallese ci assicura
punto che immediatamente succedesse Paolino a Sigualdo. Oltre di che,
anche nell'anno presente 781 potè il re Carlo nel ritorno in Francia
visitare il Friuli, e succedere allora la morte di Sigualdo. Ma in fine
a noi dee bastare che quest'uomo insigne fu promosso al patriarcato
d'Aquileia, e che tornerà occasione di parlare di lui più di una volta.
Merita poi d'essere aggiunto ciò che il suddetto monaco di san Gallo
narra nella vita di Carlo Magno[510], cioè che nel principio del regno
di lui le lettere in Francia, siccome accennai poco fa, erano affatto
per terra. Vennero colà dall'Irlanda due monaci benedettini, ben
addottrinati nelle sacre scritture e nelle lettere profane, che
invitavano la gente a comperar da loro la sapienza. Informato di questa
novità il re, volle vederli, e scoperto il loro sapere, ne fermò uno,
appellato _Clemente_, in Francia, con ordine di fare scuola ai nobili e
plebei che bramassero d'imparare. _Alterum vero in Italiam direxit, cui
et monasterium sancti Augustini juxta Ticinensem urbem delegavit, ut qui
ad eum voluissent, ad discendum congregari potuissent._ Il nome di
questo letterato monaco non è passato a nostra notizia. La sua
spedizione in Italia fu dopo l'anno 774. E così in Pavia, coll'aiuto di
questo valente maestro, cominciò a risorgere la letteratura.