NOTE:

[494] Pagius, ad Annal. Baron.

[495] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italicar.

Anno di CRISTO DCCLXXVIII. Indizione I.

ADRIANO I papa 7.

LEONE IV imperadore 28 e 4.

COSTANTINO Augusto 3.

CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 3.

Dopo avere l'infaticabil re Carlo costretti colla forza i Sassoni negli

anni precedenti all'ubbidienza, e indotti non pochi d'essi ad

abbracciare la religione di Gesù Cristo, volle in quest'anno far pruova

delle forze sue contra de' Saraceni dominanti nella Spagna. Pertanto con

due eserciti per due diversi siti valicò i monti Pirenei, prese

Pamplona, Huesca e Jacca; forzò Saragozza a dar degli ostaggi, e fissò

maggiormente la sua autorità in Barcellona, Gironda e in altri luoghi

della Catalogna. Ma in ritornando verso la Francia le truppe sue, fra le

quali si contavano ancora alcuni reggimenti di Longobardi, allorchè

furono nelle cime de' Pirenei e ne' paesi stretti di una valle, ebbero

una fiera spelazzata dai perfidi Guasconi che quivi stavano imboscati in

agguato, con restarvi disfatta la retroguardia, e andare a sacco tutto

il loro equipaggio. Eginardo[496] racconta fedelmente il fatto,

asserendo che fra gli altri uffiziali della regale armata quivi perirono

Eginardo soprintendente alla mensa del re, Anselmo conte del palazzo, e

Rolando governatore della Marca di Bretagna. E questa è la battaglia di

Roncisvalle, divenuta poi celebre ne' romanzi di Spagna, Francia ed

Italia, dove finsero i poeti restassero uccisi i paladini di Francia, e

particolarmente l'invincibile Orlando (lo stesso che Rolando), di cui

nondimeno altra memoria non ci ha conservato la vera storia, se non le

poche suddette parole di Eginardo. Il motivo che indusse Carlo Magno a

non continuar le conquiste nella Spagna, in tempo appunto che i Saraceni

non aveano forze da opporgli, fu la ribellione de' Sassoni. Vedendo

costoro impegnato il re col maggior nerbo delle sue truppe nell'impresa

della Spagna, commossi spezialmente da _Witichindo_, valoroso principe

di quella nazione, ripigliate l'armi, passarono il Reno, giunsero fin

presso Colonia, ed empierono di stragi e d'incendii quelle contrade.

L'avviso d'essere tornato in Francia sano e salvo il re Carlo, e qualche

reggimento spedito contra di loro, bastarono a farli retrocedere; anzi

sorpresi dai Francesi al fiume Adarna, non pochi d'essi rimasero messi a

fil di spada sul campo. Partorì in quest'anno la regina Ildegarde al re

Carlo due figliuoli cioè _Lottario_, che da lì a due anni mancò di vita,

e _Lodovico_, che fu poi re d'Aquitania, e col tempo suo successore ed

imperadore. Giacchè resta incerto il tempo di non poche lettere di papa

Adriano I a noi conservate nel Codice Carolino, sia a me lecito di

rapportar qui un affare trattato in esse. Nell'epistola sessantesima

nona fa esso papa istanza perchè sia restituita a san Pietro una tenuta

di beni posti nella provincia della Sabina, e destinati per la luminaria

della basilica vaticana e per le limosine a' poveri, che lo stesso re

Carlo avea confermato alla Chiesa romana. A questo fine gli spedisce

_Agatone_ diacono e _Teodoro_ eminentissimo console e _duca_, suo

nipote. Poscia nella lettera quinquagesima sesta gli dà avviso come i

suoi messi in compagnia di quei del re, inviati _ad suscipiendum in

integro patrimonium nostrum ravennense_ (s'ha da scrivere _savinense_),

aveano trovato testimonii comprovanti che circa cento anni addietro la

Chiesa romana avea posseduto quel patrimonio; e che, ciò non ostante,

esso interamente non era stato restituito. Similmente nell'epistola

sessantesima ottava gli notifica la buona disposizione dei messi regali

per consegnare intero quel patrimonio a san Pietro; ma che alcuni

perversi ed iniqui uomini di quel paese l'aveano impedito, con

aggiugnere che il re _Desiderio_ avea ben fatta la restituzion di molti

poderi, ma non di tutti. Da ciò comprendiamo che la Sabina non era in

questi tempi sotto la signoria del romano pontefice, perchè compresa nel

ducato di Spoleti. E se fosse stata dipendente dal ducato romano, tanto

più comparirebbe che il papa allora non era signore nel temporale di

Roma e del suo ducato. Non si intende poi perchè niuna menzione sia

quivi fatta del duca _Ildebrando_, dominante in quel ducato: se pure in

questi tempi ne era egli duca, mentre dalle memorie del monistero di

Farfa, da me pubblicate[497], si truova in quest'anno _Ildeberto_ duca

di Spoleti. Veggasi nondimeno ciò che abbiam detto all'anno 775.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 120 / 339 题