[488] Theoph., in Chronogr.
[489] Annales Bertiniani.
[490] Hugo Flaviniacensis, in Chron.
[491] Monac. Sangall., lib. 2 de reb. gest. Caroli M. apud. Duchesne,
tom. 2.
[492] Antiquit. Ital., Dissert. XXV.
[493] Antiquitat. Italic., Dissert. XXI, pag. 197.
Anno di CRISTO DCCLXXVII. Indiz. XV.
ADRIANO I papa 6.
LEONE IV imperadore 27 e 3.
COSTANTINO Augusto 2.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 4.
Benchè le lettere del Codice Carolino, perchè prive d'ordine
cronologico, non ci lascino accertar gli anni in cui furono scritte;
pure sarà a me lecito il rapportare al presente tutto quanto ivi si
legge intorno a _Leone_ arcivescovo di Ravenna. Nell'epistola
cinquantesimaterza d'esso Codice papa _Adriano_ scrive a _Carlo Magno_
d'avere inteso dalle di lui lettere, come il suddetto arcivescovo si era
portato in persona a visitare il re, e ne mostra piacere; ma con
soggiugnere, che se Leone gli avesse prima notificato il pensiero
d'andarvi, con esso lui avrebbe spedito un suo messo: tacitamente
significando che non molto gli piaceano i lor colloquii senza
l'assistenza di qualche suo ministro. Si fece a credere il padre
Pagi[494] che l'andata di questo arcivescovo seguisse nell'anno
antecedente, allorchè il re Carlo si trovava in Trivigi. Trovansi poi
replicate nella stessa lettera le istanze tante volte fatte, _ut
velociter ea, quae beato Petro pro magna animi mercede, etc. per tuam
donationem offerenda spopondisti, adimplere jubeas,_ con aggiugnere che
siccome san Pietro portinaio del cielo l'ha aiutato a conquistare il
regno de' Longobardi, così renderà anche coll'intercessione sua presso
Dio sottomesse a Carlo tutte l'altre barbare nazioni. Seguita la lettera
quinquagesima prima, in cui Adriano ricorda al re Carlo la promessa
fatta di spedire a Roma i suoi messi; ma essere già passato novembre,
senza che alcuno si sia veduto. Perciò gli spedisce _Andrea_ vescovo e
_Pardo_ egumeno, ossia abbate, ben informati degli affari, insistendo
ancor qui per l'esecuzione di quanto il re Pippino promise a san Pietro,
e il medesimo re Carlo avea confermato. Evvi poi una giunta, con cui gli
notifica, qualmente Leone arcivescovo _postquam a vobis reversus est, in
nimiam superbiam elevatus, nullo modo nostris praeceptionibus, sicut
antea, obedire voluit, sed brachio forti usque hactenus in sua potestate
detinere videtur Imolam atque Bononiam, dicens: quod easdem civitates
nullo modo beato Petro, neque nobis concessistis, nisi tantummodo eidem
Leoni archiepiscopo_. Aggiugne d'avere spedito a Ravenna Giorgio
saccellario, affinchè facesse andare a Roma i giudici delle città
dell'esarcato, e si facesse dare il giuramento dei popoli; ma che
l'arcivescovo l'aveva impedito. E perciocchè il papa avea posto per
conte, cioè per governatore, nella picciola città di Gavelio Domenico,
raccomandatogli dal medesimo re, da Leone erano stati colà inviati dei
soldati, che il condussero prigione a Ravenna. Aveva questi inoltre
vietato l'andare a prendere dal papa impiego a tutti gli abitanti delle
città dell'Emilia, cioè di _Faenza_, del _ducato di Ferrara_, di
_Comacchio_, di _Forlì_ e _Forlimpopoli_, _Cesena_ e _Bobbio_. Di
Modena, Reggio, Parma, e Piacenza non si parla, perchè queste non furono
mai comprese nelle donazioni dei re franchi. Finalmente dice che per
conto delle città dell'una e dell'altra Pentapoli, cominciando da
_Rimini_ sino a _Gubbio_, tutti quei popoli erano ubbidienti al dominio
del sommo pontefice, pregando perciò il re Carlo di metter freno alla
superbia di Leone arcivescovo, e di non permettere che i beni da lui e
dal padre conceduti a san Pietro sieno usurpati dalla gente maligna.
Similmente nella lettera cinquantesima seconda fa il papa intendere a
Carlo Magno che nel dì 27 di ottobre essendogli giunta una lettera di
_Giovanni_ patriarca di Grado, immediatamente l'avea spedita ad esso
Carlo; ma con dispiacere, per avere scoperto che _Leone_ arcivescovo di
Ravenna avea prima dissigillata e letta quella lettera; nè per altro
fine che per farne sapere il tenore ad _Arigiso_ duca di Benevento, e
agli altri nemici del re e del papa. Ma confidar egli che Carlo
effettuerà tutte le promesse fatte a san Pietro. A parte poi ripete ciò
che è detto di sopra della tirannica superbia del suddetto Leone, che
non lasciava andar persona di Ravenna e dell'Emilia a Roma, e andava
vantando che Carlo non avea conceduto a san Pietro _Imola_ e _Bologna_,
ma sì bene a lui, che se ne era messo in possesso. Leggonsi le medesime
doglianze nella lettera cinquantesima quarta, e particolarmente vi si
dice che Leone arcivescovo, _postquam vestra exellentia a civitate Papia
in partes Franciae remeavit, ex tunc tyrannico ac procacissimo intuitu
rebellis beato Petro et nobis extitit, et in sua potestate diversas
civitates Æmiliae detinere videtur, scilicet Faventiam, Forum populi_,
ec. Ed aver egli tentato anche lo stesso nella _Pentapoli_; ma con
trovar que' popoli saldi all'ubbidienza della santa Sede. Perciò se ne
lamenta Adriano, mentre que' paesi che ai tempi de' Longobardi la Chiesa
romana signoreggiava, ora sotto Carlo re le sieno tolti. E circa il
dirsi da Leone arcivescovo che era stato a lui dato l'esarcato di
Ravenna con quel potere che ebbe _Sergio_ suo antecessore, risponde
essere stato consegnato l'esarcato a _Stefano_ suo predecessore e a lui
stesso, e volerne, per conseguente, il dominio, ed essere ben noto che
Sergio arcivescovo, allorchè cominciò a cozzare con papa Stefano III, fu
levato di Ravenna; siccome ancora che ne' tempi addietro si mandavano
colà da Roma i giudici a far giustizia con altri atti di possesso e di
signoria in quelle parti. Perlochè si raccomanda e prega il re Carlo di
non permettere questo danno ed obbrobrio alla Chiesa di san Pietro, sì
se vuole in questo mondo lunga vita ed immense vittorie, e nell'altro la
celeste beatitudine. Le parole latine riferite di sopra ci fan conoscere
che Leone arcivescovo cominciò nell'anno 774 a far da padrone
nell'esarcato; ed avendo seguitato non poco a tener salda la preda, par
difficile a credere che così egli operasse senza precedente scienza di
Carlo Magno, e tanto meno contra la di lui volontà, con restar poi allo
scuro come un re sì amico e divoto della santa Sede comportasse atti
tali dall'arcivescovo di Ravenna in vilipendio del sommo pontefice. Come
poi finisse questa controversia, non apparisce chiaro nè dalle lettere
di papa Adriano, nè dalla storia di que' tempi. Sarebbonsi probabilmente
avute intorno a ciò molte notizie dal pontificale di Ravenna, scritto
cinquant'anni dappoi da Agnello, se quell'opera non fosse stata (ha
molto tempo) castrata, con pervenire a noi troppo lacera e smunta. Dagli
atti nondimeno che si andran rammentando, e dal non udirsi più sopra
queste doglianze del papa, abbastanza comprenderemo che Leone dovette
essere messo in dovere, e che risorse nell'esarcato il dominio temporale
de' romani pontefici. Si son poi fatti a credere il Cointe e il Pagi che
fosse scritta nel presente anno da papa Adriano la lettera quinquagesima
del Codice Carolino. Abbiamo da essa che il re Carlo faceva sperare al
papa la sua venuta in Italia pel prossimo ottobre affine di effettuare
le promesse fatte a san Pietro, le quali restavano tuttavia sospese. E
perciocchè Carlo era mal soddisfatto di Anastasio messo del papa, per
avere sparlato contra di lui, e perciò gli negava il congedo; duolsi di
ciò il papa, allegando che per la notizia di questo fatto i Longobardi e
Ravennati spargevano voci che non passava più buona armonia fra il papa
e il re Carlo. In questi tempi, per attestato del Dandolo[495], perchè
_Maurizio_ duca ossia doge di Venezia aveva accresciuto il suo merito
col buon governo de' popoli, i Veneziani in ricompensa dichiararono suo
collega nel ducato e successore Giovanni suo figliuolo, venendo con ciò
per la prima volta ad avere Venezia due dogi nello stesso tempo; esempio
che, andando innanzi, produsse de' perniciosi effetti.