NOTE:

[482] Historia Miscella, tom. 1 Rer. Ital.

[483] Sigebertus, in Chron.

[484] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[485] Chron. Farfense, P. II. T. 11 Rer. Ital.

[486] Mabill., in Annal. Benedictin.

[487] Antiquit. Ital. Dissert. LXVII.

Anno di CRISTO DCCLXXVI. Indiz. XIV.

ADRIANO I papa 5.

LEONE IV imperadore 26 e 2.

COSTANTINO Augusto 4.

CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 3.

L'imperadore de' Greci _Leone_, fattosi in quest'anno pregare dai suoi

baroni, perchè dichiarasse Augusto e collega nell'imperio il picciolo

_Costantino_ figliuolo suo e dell'imperadrice Irene, volentieri

s'accomodò alle istanze loro[488]; e però Costantino cominciò a contar

nel presente anno quelli del suo imperio. Ancorchè si trovasse il re

_Carlo_ impegnato non poco nella guerra contra de' Sassoni, popoli che

per forza s'andavano oggi sottomettendo, e domani tornavano a

ribellarsi; tuttavia premendogli forte gli affari d'Italia, s'era già

incamminato sul fine del precedente anno alla volta d'Italia, con

solennizzare la festa del santo Natale in Scelestat nell'Alsazia.

_Rodgauso_ duca del Friuli, di nazion Longobardo, veniva accusato per

manipolatore di una gran ribellione contra di lui, e già abbiamo veduto

quanto ne scrisse ad esso re il pontefice Adriano. All'apparir della

primavera piombò il re Carlo con poderose forze sopra il Friuli, e, per

attestato degli Annali de' Franchi[489], venuto alle sue mani esso

Rodgauso, il privò di vita. Assediò Stabilino suocero di lui in Trivigi,

e forzò quella città alla resa. Ugone Flaviniacense[490] scrive che

Pietro _italiano_ quegli fu che gli consegnò essa città di Trivigi, _et

ob hoc de Virdunensi episcopatu honoratus est_. In quella città celebrò

il re Carlo la santa Pasqua, e dopo aver prese l'altre città che s'erano

ribellate, in tutte mise degli uffiziali franzesi. Ivi lasciò _Marcario_

con titolo di _duca_. Poscia obbligato dalla guerra de' Sassoni, se ne

tornò vittorioso a ripigliar l'armi contra di quei popoli. Sembra

eziandio che possa ricavarsi da tali notizie, che al duca del Friuli

fossero allora sottoposte varie città, che fosse formata la _Marca

Trivisana_, o _del Friuli_. Può parimente essere che a questi tempi

appartenga ciò che racconta il monaco di s. Gallo[491] nella vita di

Carlo Magno con dire, che trovandosi egli nelle parti del Friuli, perchè

era freddo, portava una pelliccia fatta di pelli conce di castrato;

imperciocchè per più secoli anche in Italia fu in gran vigore l'uso

delle pellicce, siccome ho dimostrato altrove[492]. Erano capitati a

Pavia nel mese avanti mercanti veneziani, gente che più d'ogni altra

attendeva allora al commercio, ed aveano portato di Levante una gran

copia di galanterie, e spezialmente delle stoffe e delle pelli fine.

Corsero tosto i cortigiani di Carlo a provvedersene con quell'ansietà

con cui i mal accorti Italiani corrono oggidì a comperare i _bijoux_ e

le stoffe altramontane e forestiere, e fecero poi bella comparsa con

quegli abiti. Venuto un dì di festa, dopo la messa il re volle andare

con essi cortigiani alla caccia, ed era tempo freddo e piovoso. Que'

sontuosi abitini tutti bagnati dalla pioggia e maltrattati dal bosco, si

trovarono la sera lacerati e ridotti in pessimo stato, spezialmente dal

fuoco, a cui corsero que' nobili cacciatori per iscaldarsi. Volle Carlo

la mattina seguente che comparissero con quelle medesime vesti così

guaste, ed allora dimandò a que' vanerelli, qual abito fosse più utile e

prezioso: il suo che gli costava un soldo, ed era restato bianco ed

illeso, oppure que' loro pagati sì caro e che a nulla più servivano.

Furono di parere i padri Cointe e Pagi che in quest'anno il medesimo

pontefice scrivesse al re Carlo la lettera quadragesima nona del Codice

Carolino, con esprimere l'afflizion sua, perchè dopo le speranze a lui

portate da _Filippo_ vescovo e da _Megisto_ arcidiacono, ch'esso re

Carlo sarebbe colla regina _Ildegarde_ venuto a Roma avanti la Pasqua,

per dare il contento al papa di tenere al sacro fonte _filium, qui nunc

vobis procreatus est_; s'avvicinava già il dì di Pasqua senza sentore

alcuno del loro viaggio. Crede il padre Pagi che questo figliuolo di

Carlo Magno sia _Carlomanno_, appellato poscia _Pippino_, che fu re

d'Italia, e ch'egli nascesse in quest'anno. Ma non par molto probabile,

che se qui si parla di Pippino, egli nascesse nell'anno presente,

riflettendo alla data di questa lettera scritta prima del dì 25 di

marzo, in cui cadde la Pasqua, e al tempo necessario al viaggio de'

suddetti inviati, e all'improbabilità di condurre in mesi di verno a

Roma un principino poco fa nato. Comunque sia, non sappiam bene se al

presente anno appartenga la predetta epistola quarantesima nona. Certo è

bensì che nella medesima papa Adriano fa nuove istanze per l'adempimento

delle promesse: dal che finora egli s'era astenuto. Aggiugne le seguenti

parole: _Et sicut temporibus beati Sylvestri romani pontificis, a

sanctae recordationis piissimo Constantino magno imperatore, per ejus

largitatem sancta Dei catholica et apostolica romana Ecclesia, elevata

atque exaltata est, et potestatem in his Hesperiae partibus largiri

dignatus est: ita et in his vestris felicissimis temporibus atque

nostris sancta Dei ecclesia, idest beati Petri apostoli, germinet atque

exultet, et amplius atque amplius exaltata permaneat._ Passa poi a dire

che Carlo sarà chiamato un nuovo Costantino, se ingrandirà la Chiesa

romana: parole tutte che sembrano indicar già nata quella famosa

donazione di Costantino, che oggidì da tutti i saggi vien riconosciuta

per finta: non già che Costantino non donasse molto alla Chiesa romana,

ma che le donasse stati e dominii temporali. E di stati appunto pare che

qui si parli, con soggiugnere poi altre istanze per la restituzione de'

patrimoni e allodiali, spettanti per giustissimi titoli alla Chiesa

romana in varie parti d'Italia. _Sed et cuncta alia_ (seguita egli a

dire) _quae per diversos imperatores, patricios etiam et alios Deum

timentes, pro eorum animae mercede, et venia delictorum, in partibus

Tusciae, Spoleto, seu Benevento, atque Corsica, simul et Savinensi

patrimonio, beato Petro apostolo, sanctaeque Dei et apostolicae romanae

Ecclesiae concessa sunt: et per nefandam gentem Langobardorum abstracta

et ablata sunt, vestris temporibus restituantur._ E, per giustificar

meglio i diritti della sua Chiesa, dice di avergli anche spedito molte

donazioni cavate dall'archivio lateranense. Certo è da maravigliarsi

come Carlo Magno, dopo avere intrapresa la spedizione d'Italia

specialmente per reintegrare la Chiesa romana ne' beni ad essa occupati

dai Longobardi, divenuto che fu padron d'essa Italia, si mettesse sì

poco pensiero di restituirle e farle restituire essi beni. E di qui

parimente apparisce che papa Adriano niuna autorità doveva allora

esercitare in Benevento e Spoleti, nella Corsica e nella Sabina, la qual

ultima provincia almeno in parte era in questi tempi sottoposta ai duchi

di Spoleti. Truovasi in quest'anno un _Giovanni_ duca, che s'intitola

figlio del fu duca _Orso_[493], il quale fa una magnifica donazion di

beni al monistero di Nonantola, situato _Pago Persiceta, territorio

Motinense_, dove era abbate _Anselmo_, di cui s'è altre volte parlato.

Di qual città egli fosse duca non apparisce. Dice egli che il casale,

ossia villa della Verdeta, era stata donata ad Orso duca suo padre dal

_serenissimo Astolfo re_. Questa villa è del distretto di Modena.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 118 / 339 题