[469] Anastas. Bibliothec., in Hadriano I Papae.
[470] Epidannus, Histor. apud Goldast., tom. 1. Rer. Alamann.
[471] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[472] Chronic. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Italic.
[473] Chronic. Vulturnens. lib. 3, P. II, tom. II, Rer. Ital.
[474] Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Papae Vita.
[475] Maffei, Verona illustrata, lib. 11.
[476] Paulus Diaconus, de Episc. Melitens.
[477] Antiquit. Ital., Dissert. I.
[478] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.
[479] Ughell., Ital. Sacr. tom. V, in Episc. Tarvis.
[480] Anonym. Salernitan. P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[481] Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCLXXV. Indiz. XIII.
ADRIANO I papa 4.
LEONE IV imperad. 25 e 1.
CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 2.
Si partì in quest'anno da Costantinopoli con una poderosa flotta di navi
_Costantino Copronimo Augusto_, risoluto di portar la guerra contro de'
Bulgari, co' quali era da qualche tempo in rotta, ed era anche succeduto
più d'un cimento. Ma arrivato che fu al castello di Strongilo, stando in
nave, diede fine alla sua vita nel dì 14 settembre, con lasciar dopo di
sè un'abbominevol memoria presso i cattolici per la fiera persecuzione
da lui fatta alle sacre immagini e a chiunque le venerava e difendeva.
Rimase suo successor nell'imperio _Leone IV_ suo figliuolo, già
dichiarato Augusto e collega suo fin dall'anno 751, e marito
dell'augusta _Irene_. In quest'anno ancora, soggiugne Teofane, _Teodoto_
re dei Longobardi con venire a Costantinopoli ricorse all'aiuto
dell'imperadore. Lo autore della Miscella[482] ossia chi diede quella
storia alla luce, credendo un errore quel _Teodoto_, sostituì il nome di
_Adelgisa_ nella versione del passo di Teofane. Ma è da osservare il
costume dei Greci superbi, che nella corte loro cambiavano in un greco
nome il nome dei principi stranieri. Così vedremo nel secolo decimo
_Berta_ figliuola d'Ugo re di Italia, maritata a Romano juniore,
figliuolo di Costantino Porfirogenota, assumere, giunta che fu in
Costantinopoli, il nome d'_Eudocia_. L'andata di Arigiso colà, e la
protezion dell'imperadore, siccome vedremo, mise de' sospetti e non poca
paura nel pontefice _Adriano_; e corse anche voce ch'egli, tenendo
intelligenza coi duchi d'Italia, minacciasse di ricuperare il suo regno.
Ma questi erano tutti spauracchi senza fondamento, perchè Leone Augusto
pensava a tutt'altro che a portar le sue armi in Italia. Adelgiso
null'altro ottenne in quella corte, che il titolo e la dignità di
patrizio, e quivi, siccome scrisse Eginardo, ossia l'autore degli Annali
lauresamensi, invecchiò, e diede fine in istato privato ai suoi giorni.
Si crederà ciascuno, che dappoichè Carlo Magno ebbe conquistato in buona
parte il regno longobardico, non tardasse punto a restituire alla Chiesa
romana tutto quanto le era stato occupato dai Longobardi, colla giunta
ancora del di più ch'egli avea promesso a papa Adriano I. Infatti
Sigeberto[483], il Dandolo[484] ed altri lasciarono scritto ch'egli
restituì tutto, immaginando quello che dovea essere, ma non già quello
che fu. Volentieri corse negli anni avanti il re Pippino a gastigare
Guaifario potente duca dell'Aquitania, usurpatore dei beni delle chiese,
perchè se gli offeriva questo plausibil motivo di conquistar quella
provincia. Non fu minor lo zelo di Carlo Magno suo figliuolo in prendere
per lo stesso titolo le armi contra del re Desiderio, perchè v'andava
unita la conquista d'un regno. Ma per disgrazia non contento di aver
acquistato sì bel paese, trovava anche dolce il ritenere ciò che si avea
da restituire a s. Pietro. Non sono a noi pervenute le lettere passate
fra papa Adriano e lui, nè i lor maneggi e patti, allorchè trattarono di
distronar Desidero. Ne restano bensì dall'altre, dopo questo fatto
scritte da esso pontefice al medesimo re Carlo, e conservate nel Codice
Carolino, ma senza che rimanga vestigio del tempo, in cui furono date.
Da esse andremo vedendo con quale puntualità Carlo Magno mantenesse la
sua parola. Intanto è da dire, aver giudicato i padri Cointe e Pagi, che
la lettera quinquagesima quinta appartenesse al precedente anno. Io la
stimo piuttosto dell'anno presente, oppure del susseguente. Quivi dice
papa Adriano che Gaufrido, cittadin pisano, _retulit nobis de immensis
victoriis, quas vobis omnipotens et redemptor noster Dominus Deus, per
intercessionem beati Petri principis Apostolorum concedere dignatus
est_. Se crediamo al padre Pagi, non era per anche presa Pavia allorchè
fu scritta questa lettera. Ma quali _immense vittorie_ aveva mai
riportate Carlo Magno, dacchè calò in Italia e mise l'assedio a Pavia?
Niuna. Ben più probabile sembra che tali _vittorie_ riguardino la
Sassonia, dove nell'anno precedente Carlo ripigliò la guerra, e nel
presente o in alcuno de' susseguenti riportò molte vittorie. Soggiugne
il papa, che nel venire il suddetto Gaufrido a Roma, _Allone_ duca
l'avea voluto uccidere, ed avea posto spie per coglierlo, se tornava
indietro. Questo Allone era duca certamente di Lucca; e, per attestato
del Fiorentini e di Cosimo della Rena, si cominciano a trovar memorie di
lui nelle carte dell'archivio archiepiscopale di Lucca sotto l'anno 782
e ne' susseguenti il che può far dubitare che anche molto più tardi
fosse scritta la lettera suddetta quinquagesima quinta da papa Adriano.
Il qual poscia prega il re Carlo di voler rimettere in libertà i vescovi
di Pisa, di Lucca e di Reggio, condotti da lui verisimilmente in
Francia, perchè sospettava della lor fedeltà. Il dirsi dal papa che
s'erano fatte orazioni per esso re in Roma, _ab illo tempore, et die,
quo ab hac romana urbe in alias partes profecti estis_, sembra piuttosto
indicar l'anno 782, in cui Carlo andò in Sassonia, dopo essere stato nel
precedente a Roma.
A quest'anno poscia pretendono i suddetti due scrittori che s'abbia a
riferire la epistola sessagesima terza del Codice Carolino. Quivi il
pontefice attesta la sua allegrezza per aver inteso dalle lettere di
Carlo Magno, _quod Domino protegente remeantes vos Saxonia, mox et de
praesenti, ad implenda, quae et polliciti estis, properare desideratis_.
Ma non in questo solo anno fu in Sassonia il re Carlo: vel richiamò la
guerra anche in altri susseguenti; e però non è certo neppur il tempo
d'essa lettera. Di qui nondimeno a buon conto apprendiamo che non aveva
egli per anche eseguite le promesse da lui fatte al romano pontefice.
Furono portate queste lettere al papa da _Possessore_ vescovo e da
_Babigaudo_ abbate; e però si trova coerente a queste la lettera
quinquagesima ottava, in cui Adriano scrive al re Carlo, che presentita
la venuta di questi due inviati, avea mandato loro incontro per
riceverli un decente equipaggio. Ma ch'essi giunti che furono a Perugia,
in vece di continuare il viaggio, erano iti ad abboccarsi con
_Ildebrando_ duca di Spoleti, con far anche presso di lui una lunga
posata. Avea loro scritto il papa, pregandoli di passar prima a Roma per
trattar con loro de' correnti affari, dopo di che sarebbono andati a
Benevento. E pure essi, nulla curando un tale invito, da Spoleti s'erano
portati a Benevento: cose tutte che empievano di mille sospetti e di non
poco affanno l'animo d'esso pontefice. Il quale perciò gli ricorda che
la mossa dell'esercito, e tante spese per la guerra d'Italia non per
altro erano state fatte da Carlo _nisi pro justitiis beati Petri
exigendis, et exaltatione sanctae Dei Ecclesiae_, con aggiugnere una
particolarità di gran considerazione; cioè che esso re avea, quando fu
in Roma, fatta l'offerta del _ducato di Spoleti_ a s. Pietro per
sollievo dell'anima sua. _Quia et ipsum ducatum vos praesentialiter
obtulistis proctetori vestro beato Petro per nostram mediocritatem_ (e
non già a' tempi di Pippino) _pro animae vestrae mercede_.
Conseguentemente il prega di liberarlo da quell'afflizione, e di
effettuar la promessa. Ma il re Carlo non apparisce punto che eseguisse
mai la sua promessa per conto del ducato di Spoleti, il quale da lì
innanzi non si truova signoreggiato dai papi, ma bensì incorporato nel
regno d'Italia, e que' duchi sottoposti ai re di Italia. Nella Cronica
del monistero di Farfa[485] si veggono atti del medesimo Carlo Magno,
ne' quali è mentovato _Hildeprandus dux noster_, e in tutto si scuopre
re padrone sovrano di quel ducato, e _Ildeprando_ vassallo di lui, e non
già del romano pontefice, senza avere esso papa veduta mai attenuta la
donazione, o promessa suddetta. E qui convien osservare per conto del
ducato di Spoleti una notizia involta in molte tenebre. Rapportò il
padre Mabillone[486] una donazione fatta nell'anno 787 al monistero
farfense da _Ildeperto_ duca di Spoleti. Tanto esso padre Mabillone
quanto io nelle annotazioni al medesimo documento, da me pubblicato
nella Cronica suddetta, abbiamo creduto che fosse scritto in quella
carta _Ildeperto_ ossia _Ildeberto_, in vece di _Ildeprando_ ossia
_Ildebrando_, il quale anche, per testimonianza del catalogo antico de'
duchi di Spoleti, posto avanti alla cronica suddetta, tenne il ducato di
Spoleti dall'anno 774 sino ai 789. Ma ho io poscia avvertito avere
l'Ughelli accennato un altro documento spettante all'anno 775, in cui si
legge espresso: _Dum nos Hildepertus gloriosus dux ducatus spoletini
residessemus Spoleti in palatio_, etc. Oltre a ciò, ho io
rapportato[487] varie notizie dell'archivio farfense, chiaramente
indicanti che questo medesimo _Ildeberto_ duca fece altri atti in quel
ducato nell'anno 778; e pur ne' medesimi tempi vi comandava il duca
_Ildebrando_. Difficile a credere è che sia stato cambiato in tutti que'
documenti il nome d'_Ildebrando_ in quello _d'Ildeberto_; e più
verisimil sarebbe l'immaginare che l'uno di que' duchi comandasse a
Spoleti e l'altro a Camerino; ovvero che due duchi nello stesso tempo
avesse allora Spoleti, siccome gli ebbe in altri tempi, se pure
Ildebrando per sospetti di sua fede in alcun tempo non fu deposto, con
risorgere poi come prima nel grado suo. In fatti dalla lettera
quinquagesima nona del Codice Carolino, scritta nel tempo stesso delle
due precedenti, papa Adriano screditò forte esso duca _Ildebrando_
appresso il re Carlo, con fargli sapere essere ritornati da Benevento
Possessore vescovo e Rabigaudo abbate, i quali avevano pregato
istantemente esso papa di ricevere in sua grazia il suddetto Ildebrando
che era pronto a presentarsi davanti a lui in Roma. Aggiugne ancora di
aver penetrato che il medesimo duca di Spoleti, _Arigiso_ duca di
Benevento, _Rodgauso_ duca del Friuli, e _Regnibaldo_ ossia _Reginaldo_
duca di Chiusi aveano tramata una congiura con _Adelgiso_ figliuolo di
Desiderio, e destinato ch'egli venisse nel prossimo marzo con una flotta
di Greci, affin d'assalire _questa nostra città di Roma_, e di rimettere
in piedi il regno de' Longobardi. Il perchè scongiura esso re Carlo di
porgergli senza dimora soccorso, e di venire in persona a Roma per
reprimere i nimici di s. Pietro e della Chiesa romana, e del popolo
nostro della _repubblica_ de' Romani, _et ut ea, quae eidem Dei Apostolo
vestris propriis, pro animae vestrae mercede, obtulistis manibus, ad
effectum perducatis_: dal che si conosce che Carlo Magno non avea per
anche dato effetto alle promesse sue.