NOTE:

[462] Agnell., Pont. Raven. P. I, tom. 2 Rer. Italic.

[463] Chronic. Navaliciense, P. II, tom. 1, Rer. Italic.

[464] Godefridus Viterbiensis, in Chronico.

[465] Anastas., in Hadriani I papae Vit.

[466] Chronic. Vulturnense, P. II, tom. I. Rer. Italic., pag. 402.

[467] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.

[468] Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.

Anno di CRISTO DCCLXXIV. Indiz. XII.

ADRIANO I papa 3.

COSTANTINO Copronimo imperadore 55 e 34.

LEONE IV imperadore 24.

CARLO MAGNO re de' Franchi e Longobardi 1.

Continuava con vigore l'assedio ossia blocco di Pavia nel marzo ancora

dell'anno presente, ed erano già passati sei mesi dacchè v'era sotto il

re _Carlo_ quando egli volle profittar di quell'occasione con portarsi a

Roma, parte per divozione e parte per visitare il pontefice _Adriano_.

Si fece fretta affin di giugnere colà nel sabbato santo, che in

quest'anno cadde nel dì 2 d'aprile[469]. Presentita la di lui venuta,

il pontefice tutto pieno di gaudio gli mandò incontro i senatori e

magnati sino a Novi, trenta miglia lungi da Roma, colle bandiere

spiegate. Un miglio poi presso alla città si trovarono ad incontrarlo

tutte le brigate della milizia e i fanciulli delle scuole che portavano

rami di palme e d'ulivo, e fecero con canto ed acclamazioni un festoso

accoglimento ad esso re dei Franchi. Fuori ancora della città uscirono

ad incontrarlo tutte le croci ed insegne, come era in uso di farsi per

onore ne' tempi addietro, allorchè l'esarco o il patrizio si trasferiva

a Roma, dove certo è che essi esarchi e patrizii signoreggiavano con

autorità delegata dagl'imperadori. All'aspetto delle suddette croci,

smontò da cavallo il re Carlo, e a piedi, col corteggio de' suoi

principi e nobili uffiziali, si incamminò verso la basilica vaticana,

nel cui atrio papa Adriano con tutto il clero e popolo romano lo

aspettava. Nell'ascendere colà baciò ad uno ad uno tutti i gradini, e

non sì tosto giunse dove era il pontefice, che cordialmente si

abbracciarono. Poscia amendue, stando Carlo alla destra, entrarono in

san Pietro, dove con canti ed orazioni restò onorato l'arrivo di sì

grande ospite. Fecero appresso il loro ingresso nella città, con essere

preceduti vicendevoli giuramenti per la lor sicurezza; e nel giorno

santo di Pasqua e ne' due dì seguenti si attese alle divozioni. Venuto

poi il mercordì, fece istanza il papa al re Carlo, perchè confermasse

le donazioni fatte dal re Pippino suo padre alla Chiesa romana; al che

puntualmente condiscese, e il diploma di questa conferma fu posto sopra

l'altare di san Pietro. Qui è che Anastasio specifica i confini e gli

stati allora donati, oppur confermati nella guisa che di sopra all'anno

757 abbiam veduto colle parole di Leone Ostiense. Ma qualch'errore si

può sospettare corso in quel testo, perciocchè non è mai credibile una

sì larga donazione in chi voleva essere re de' Longobardi. Togliendosi

da questo regno l'esarcato, le provincie della Venezia e dell'Istria,

e tutto il ducato di Spoleti e di Benevento, Parma, Reggio, Mantova,

Monselice e la Corsica, paesi e città tutti espressi, secondochè si

pretende, nella donazione suddetta, cosa mai veniva a restare del regno

dei Longobardi in potere di Carlo nuovo re dei Longobardi? La disgrazia

ha portato che non sieno giunti ai dì nostri gli autentici diplomi di

quelle donazioni per poterne ricavare la verità de' fatti. Ma intanto

è certo che la donazione fu fatta e confermata; e andremo anche

accennando alcuni di quegli stati o donati o promessi; ma insieme è fuor

di dubbio che, a riserva dell'esarcato, gli altri stati seguitarono ad

essere parte del regno longobardico e di giurisdizione dei re d'Italia.

Nè si dee dissimulare che veramente sul ducato di Spoleti acquistò

allora il romano pontefice qualche diritto. Abbiamo da Anastasio che

prima ancora dell'andata di Desiderio a difendere le frontiere del regno

alle Chiuse dell'Alpi, alcune persone di Spoleti e Rieti andarono a

suggettarsi a papa Adriano: in segno di che si fecero tosare alla

maniera de' Romani. Ma da che fu posto in fuga l'esercito longobardo

alle suddette Chiuse, e le milizie di Spoleti tornarono a casa,

l'università di quel ducato ricorse a Roma, pregando il papa di

prenderli al servigio di san Pietro, e di farli tosare alla romana.

Ebbe esecuzione la lor domanda, ed avendo essi eletto per loro

duca _Ildebrando_ signor nobilissimo, venne questi confermato dal papa.

Diersi parimente a san Pietro gli abitanti del ducato di Fermo, Osimo,

Ancona, e del castello di Felicità. Se durasse poi questo dominio

pontificio sopra il ducato di Spoleti, comparirà tra poco.

Proseguiva intanto l'assedio di Pavia, nè potendo più reggere alla

difesa il re _Desiderio_, capitolò in fine la resa, con restar

prigioniere. Fu egli dipoi colla regina _Ansa_ trasportato in Francia,

dove ebbe tempo per qualche anno ancora di far penitenza de' suoi

peccati. Scrivono gli antichi storici ch'egli fu relegato a Liegi sotto

la cura di _Agilfredo_ vescovo di quella città. Ma Epidanno monaco di

san Gallo[470] racconta ch'egli fu mandato colla moglie in esilio al

monistero di Corbeia, dove _in vigilis et orationibus et jejuniis et

multis bonis operibus permansit usque ad diem obitus sui_. Jacopo

Malvezzi[471], vecchio storico di Brescia, nota anch'egli di avere

trovato presso gli scrittori de' fatti di questo re, che condotto a

Parigi, attese quivi alle opere della pietà; anzi salì così avanti nella

santità, che andando alla notte a visitar le chiese, miracolosamente se

gli aprivano le porte delle medesime. Avrà egli letto questi miracoli

ne' romanzi, e non già in accreditati scrittori. L'autore antico della

Cronica della Novalesa[472], che fa parimente menzione di tal prodigio,

ha del romanziere anch'egli in molti altri suoi racconti. Per altro nel

re Desiderio, anche ne' tempi suoi felici, non mancò la pietà e la

religione. Giovanni monaco autore della Cronica del monistero di

Volturno[473] ne parla così: _Hic licet bello fuerit austerus, tamen

plurimis locis ecclesias construxit, ornavit, atque dilavit rebus ac

possessionibus multis. Deniqus ex iussione principis Apostolorum Petri,

monisterium aedificavit in honorem et vocabulum ejusdem nominis in Valle

Tritana_, ec. E già osservammo altrove gl'insigni monisteri da lui

fabbricati in Brescia. Abbiamo anche osservato che egli, allorchè il

papa gl'intimò la scomunica, se non desisteva dall'andare coll'esercito

a Roma, se ne tornò indietro _con gran riverenza_. Diede mano alla

Chiesa romana per liberarla dall'usurpator Costantino falso papa. Ma in

fine per la soverchia sua ambizione e poca prudenza precipitò dal trono,

e andò a finire in esilio i suoi giorni. _Adelgiso_ suo figliuolo, che

s'era ricoverato o difeso in Verona, probabilmente caduta che fu Pavia,

anch'egli quella città abbandonò alla discrezion dei Franchi, e si mise

in salvo. Veramente abbiamo da Anastasio[474] che il re Carlo nell'anno

precedente si mosse dall'assedio di Pavia, ed in persona andò con parte

della sua armata sotto Verona, e quivi stando, vennero a mettersi nelle

sue mani i nipoti, cioè i figliuoli del fu re Carlomanno suo fratello,

colla lor madre, e con Auteario personaggio illustre ed aio di que'

principini, che s'erano rifugiati colà con Adelgiso. Cosa poi divenisse

di questi principi, lo tace la storia, verisimilmente per non rivelare

un fatto che tornava in discredito d'esso Carlo, cioè la sua poca

umanità verso gl'innocenti nipoti. Potrebbe talun dedurre dal racconto

di Anastasio che in mano di Carlo Magno venisse nell'anno precedente

anche la città di Verona. Ma il chiarissimo marchese Scipione

Maffei[475] nella sua Verona illustrata osservò in un'antica pergamena,

che anche nell'aprile dell'anno corrente si segnavano gli atti pubblici

di quella città coi nomi di _Desiderio_ e di _Adelchi_, tuttavia

regnanti. Però resta evidente che sino a questi tempi si sostenne

Verona. Ma al vedere disperati gli affari, Adelgiso se ne fuggì al mare

col suo meglio, ed imbarcatosi a _Porto Pisano_, come lasciò scritto

Paolo Diacono[476], passò a Costantinopoli ad implorare l'aiuto di

quegli Augusti, che gli diedero bensì un buon pascolo di parole, ma non

mai grandi forze per rimetterlo sul soglio. Con che Carlo Magno non

avendo più contrasto, felicemente divenne re di Italia, e conquistò, a

riserva del ducato di Benevento, tutte le altre città e terre di questo

regno. Diede egli, per conseguente, principio ad un'epoca nuova. Pensa

il padre Pagi, aver egli usate due epoche diverse del regno

longobardico; l'una cominciata nel mese d'aprile e l'altra dopo la presa

di Pavia; e ch'egli prima ancora di essa conquista venisse riconosciuto

per re dei Longobardi. Nel Monistero di san Zenone di Verona una carta

scritta _regnante domno nostro Carolo_, ec. _excellentissimo rege in

Italia anno septimo mensis magii per Indictione tertia_, cioè l'anno

780, quando nulla vi manchi, indica la prima epoca, verisimilmente

principiata dappoichè fu divenuto padrone di Verona. Ma le notizie, che

ordinariamente si ricavano dalle carte italiane, portano un'epoca il cui

principio cadde negli ultimi giorni di maggio, o piuttosto nei primi di

giugno dell'anno presente[477], ne' quali egli trionfante entrò nella

superata reggia de' Longobardi.

Tanta facilità e felicità di Carlo Magno in conquistare il regno

d'Italia senza battaglia alcuna, senza che gli facesse opposizione città

o fortezza veruna, a riserva di Pavia che tenne saldo per più di otto

mesi, e di Verona che men tempo resistè, potrebbe dar motivo a taluno di

maraviglia. Non avvenne così a torla di mano ai Goti. Ma è da por mente

che le forze di Carlo Magno, padrone di tutta la Gallia e di non poca

parte della Germania, tali erano, che i popoli giudicarono più sano

consiglio il cedere che il resistere. Ma si aggiunsero a questa potenza

alcune ruote segrete, che agevolarono non poco la rovina del re

Desiderio. Non si farà torto veruno alla memoria del pontefice Adriano I

in credere che egli, autore della venuta in Italia del re dei Franchi,

impiegasse l'autorità e destrezza sua in quanti occulti maneggi egli

potè, affinchè la nazione longobarda, e massimamente gli antichi

abitatori della Italia concorressero ad accettare un re nuovo senza

contrasto. Ho io inoltre conghietturato altrove[478] che _Anselmo_,

abbate dell'insegne monistero di Nonantola nel territorio di Modena,

porgesse non poco influsso alla depressione del re Desiderio, e

all'esaltazione del re di Francia, giacchè resta una carta informe, atta

nondimeno a dar notizia di questi affari, che contiene una sterminata

donazion di beni fatta da Carlo Magno ad esso abbate, verisimilmente in

ricompensa de' buoni servigii a lui prestati in questa impresa. Abbiamo

un antico Catalogo di quegli abbati, pubblicato dall'Ughelli[479], da

cui apparisce che Anselmo governò quel monistero per anni cinquanta: _et

ex his septem passus est exsilium a Desiderio apud Casinum, sicut

multorum seniorum relatione didicimus_. Era stato Anselmo duca del

Friuli e cognato dei re Astolfo e Rachis. Già vedemmo che Rachis,

tuttochè divenuto monaco, contrariò a spada tratta Desiderio, allorchè

questi volle salire sul trono. Perciò Anselmo, qual persona o nimica o

sospetta, non fu più veduto di buon occhio da esso Desiderio, e non finì

la faccenda che il cacciò in esilio. Tali notizie ci fanno intendere

qual cosa troppo probabile che l'abbate Anselmo, unitosi col papa, si

servisse del credito e delle parentele sue, e della fazione dei re

precedenti, contraria a Desiderio, per ben servire in questa congiuntura

a Carlo Magno, con guadagnarli l'animo di molti Longobardi. In fatti,

siccome asserisce l'antico Anonimo salernitano[480] ne' Paralipomeni da

me dati alla luce, non pochi dei Longobardi insorsero contra del re loro

in favor dei Franzesi. _Dum iniqua cupiditate_ (così scrive egli)

_Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis

talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum

valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes, quia

istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes

multas cum variis indumentis, auro, argentoque intextis, in suum

committerent dominium. Quod ille praedictus rex Carolus cognoscens, cum

Francis, Alemannis, Burgundionibus, nec non et Saxonibus, cum ingenti

multitudine Italiam properavit. Postquam in Italiam rex Carolus venit,

rex Italiae Desiderius, a suis quippe, ut diximus, fidelibus callide est

ei traditus: quem ille vinctum suis militibus tradidit; et ferunt alii,

ut lumine eum privasset._ Che così passasse l'affare, possiamo anche

argomentarlo dalla fuga che l'esercito longobardo prese al solo comparir

del re Carlo alle Chiuse delle Alpi, senza aspettar di venir alle mani.

Finirono dunque i re di nazion longobarda, ma non fini il regno dei

Longobardi, di cui assunse il titolo di re il vincitor Carlo Magno.

Cambio che tornò anche in sommo vantaggio dell'Italia; perchè,

quantunque i sudditi dei re longobardi godessero interna quiete e

felicità, e fossero governati con buone leggi ed esatta giustizia, pure

provarono dipoi anche miglior trattamento sotto di Carlo Magno, monarca

che in altezza di mente, possanza e dirittura di giudizio superò tutti i

re franchi e longobardi. E tanto più perchè, siccome vedremo, da lì a

pochi anni esso diede all'Italia il suo re particolare, cioè _Pippino_

suo figliolo, venendo con ciò a continuare in Italia la corte regale,

con soddisfazione di tutti i sudditi. Ma si dee notare per tempo che

cadde bensì il re Desiderio, e il regno di Italia pervenne a Carlo

Magno; ma non venne già per allora, siccome dissi, in suo potere il

ducato di Benevento, che abbracciava la maggior parte di quello che ora

è regno di Napoli. _Arichi_ ossia _Arigiso_ era in questi tempi duca di

Benevento, ed avea per moglie _Adelberga_ figliuola del re Desiderio.

Udito che ebbe egli abissata la fortuna del suocero, pretese tosto di

succedere nelle ragioni di lui, con alzare perciò bandiera di sovranità;

e laddove fin qui avea portato il titolo di _duca_, da lì innanzi

cominciò ad intitolarsi _principe_, nome allora più cospicuo dell'altro

di duca, e significante chi non riconosce superiore sopra di sè. Si fece

inoltre incoronare dai vescovi, cominciò ad usare nei suoi diplomi la

formola _In sacratissimo nostro palatio_, e tutto poscia si applicò alla

difesa dei proprii stati. Carlo, che aveva allora sulle spalle la guerra

coi Sassoni, i quali, profittando della di lui lontananza, aveano fatte

non poche scorrerie ne' di lui stati, non potendo applicare alla guerra

dei Longobardi beneventani, tornossene in Francia, lasciando che Arigiso

continuasse in quelle parti la dispotica sua signoria. Notizie tali sono

state conservate da Erchemperto[481], dall'Anonimo salernitano, e da

Leone Marsicano vescovo ostiense.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 116 / 339 题