[446] Anastas., in Stephani III.
[447] Eginhardus, in Annalib.
[448] Anastas., in Stephano III Papa.
[449] Anastas., in Hadriani I Vita.
[450] Sigebertus, in Chronico.
Anno di CRISTO DCCLXX. Indizione VIII.
STEFANO III papa 3.
COSTANTINO Copronimo imperadore 51 e 30.
LEONE IV imperadore 20.
DESIDERIO re 14.
ADELGISO re 12.
Erano già insorti nuvoli di discordia tra _Carlo Magno_ e _Carlomanno_
re suo fratello, dandosi ben a conoscere che con fondamento fu detto:
_Rara est concordia fratrum_. Per riconciliarli insieme si mosse la
comune lor madre _Berta_, appellata da altri _Bertrada_, che portatasi a
Carlomanno, maneggiò con lui la concordia. E perciocchè era imminente
anche la guerra contra di _Tassilone_ duca di Baviera, il quale
insuperbito non volea riconoscere per suo sovrano il re Carlomanno, e la
faceva piuttosto da re che da duca, si adoperò la saggia regina per
impedire ancora un sì fatto incendio. Prese motivo papa Stefano III
dalla buona armonia rimessa fra i due re fratelli di scrivere loro la
lettera quadragesima settima del Codice Carolino, in cui si rallegra con
essi per tale riconciliazione, augurando loro la continuazione e
l'accrescimento della pace e dell'amore fraterno. Passa dipoi a pregarli
di voler impiegare i loro uffizii perchè la chiesa di san Pietro abbia
interamente le sue giustizie, e di adoperare ancora la forza dei
Longobardi: altrimenti ne renderan conto nel tribunale di Dio. Non
nomina egli il re Desiderio; ma, per quanto si ricava dalla vita del suo
successore Adriano[451], Desiderio avea promesso e giurato sopra il
corpo di s. Pietro di fare restituire le giustizie della Chiesa di Dio,
e poi nulla avea ottenuto della sua parola. Abbiamo nondimeno dalla
lettera quadragesima quarta del suddetto Codice Carolino, scritta non so
se nel presente o nel susseguente anno da papa Stefano alla regina Berta
e al re Carlo Magno, per rendere loro grazie del buon servigio prestato
da Iterio lor messo, spedito nel ducato beneventano, perchè colla sua
premura avea la Chiesa romana ricuperati dei beni in quelle parti, senza
che il papa vi dica altra parola di Desiderio, o si lagni di lui.
Siccome s'ha dagli Annali de' Franchi, passò la regina Berta dalla
Baviera in Italia e a Roma, e di là venne ad abboccarsi con esso re
Desiderio, e a trattar dell'accasamento di _Gisila_, ossia _Gisla_, sua
figliuola, sorella di Carlo Magno, con _Adelgiso_ figliuolo d'esso re
Desiderio, e di dare per moglie ai re Carlo e Carlomanno suoi figliuoli
due figliuole del suddetto re longobardo. Nulla più che questo bramava
il re Desiderio per istabilir maggiormente l'amicizia con que' due
potentissimi re, che soli poteano fare a lui paura. Non sì tosto penetrò
questo avviso alla conoscenza di papa Stefano, che risentitamente
scrisse loro la lettera quadragesima quinta del Codice Carolino, per
dissuaderli da queste nozze, perchè nozze illecite ed invalide, perchè
amendue, vivente anche il padre, s'erano ammogliati, e le mogli erano
viventi tuttavia. Che se i pagani faceano di queste azioni, non le
doveano già fare principi cristiani. E fin qui cammina con tutti i piedi
lo zelante gridar del papa. Ma strano è ch'egli seguiti a dire: _Che
pazzia è mai questa, o eccellentissimi figliuoli, re grandi (appena oso
dirlo), che la vostra nobil gente dei Franchi, eminente sopra l'altre
genti, e la splendida e nobilissima prole della regal vostra possanza,
si voglia macchiare colla perfida e puzzolentissima gente dei
Longobardi, la qual neppure è computata fra le genti, e dalla cui
nazione sappiam di certo che son venuti i lebbrosi? Niuno c'è, che non
sia pazzo, al quale possa neppur nascere sospetto che dei re sì rinomati
si vogliano impacciare in un contagio sì detestabile ed abbominevole.
Imperciocchè, come dice s. Paolo? Quae societas luci ad tenebras aut
quae pars fideli cum infideli?_ Torna più sotto a dire, che non è loro
permesso il prendere mogli di nazione straniera; e che avendo promesso a
s. Pietro d'essere amici degli amici, e nimici dei nimici,
commetterebbono peccato, imparentandosi co' Longobardi, gente spergiura
e nimica di Roma. Aggiunge in fine d'aver posta quella esortazione sopra
il sepolcro di san Pietro, e d'inviarla da quel santo luogo, con intimar
loro la scomunica, se opereranno in contrario.
Certo conveniva al vicario di Gesù Cristo l'alzar forte la voce contra
quei maritaggi, quando vero fosse che già quei due re avessero moglie,
essendo il divorzio contrario alla legge di Gesù Cristo. Ma sì poco
proprie della maestà e carità pontifizia compariscono quelle tante
esagerazioni, a dismisura piene di odio contro i Longobardi, ch'io ho
talvolta dubitato, e dubito tuttavia, che quella lettera potesse essere
stata finta da qualche bel cervello di que' tempi, ed attribuita al
papa. Sanno gli eruditi che prima ancora che i Longobardi calassero in
Italia, formavano una riguardevol nazione, ed erano già seguite
parentele fra i re di quella gente e i re franchi. In dugento anni poi
di dimora d'essi Longobardi in Italia, ognun dee credere che quei re e
il loro popolo s'erano ingentiliti, nè cedevano ad altre nazioni
nell'essere buoni cattolici, in fondar chiese, monisteri, spedali. Nè
certo la lebbra era nata ai tempi loro. E pure s'odono in questa lettera
vituperii sì lontani da ogni credenza. Altronde poi non apparisce che i
due re fossero già ammogliati; e però o quella lettera è finta, o, se
vera, troppo essa disdice ad un romano pontefice. Comunque sia, il fine
di questi maneggi fu che non condiscese Carlomanno a prendere per moglie
una figliuola del re Desiderio. La prese bensì il re Carlo, ma non
peranche divenuto Magno, senza curar la scomunica che si pretende
intimata dal romano pontefice, se pure è vero che Carlo Magno fosse
allora ammogliato. E questo avvenne per esortazione di Berta sua madre.
Si dee nondimeno aggiugnere che, secondo gli antichi Annali de'
Franchi[452], efficacemente si adoperò essa regina Berta, affinchè il re
Desiderio restituisse molte città alla Chiesa romana, e l'ottenne. _Et
redditae sunt Civitates plurimae ad partem sancti Petri_, il che si può
dubitare se sia vero, perchè non apparisce che si disputasse di città
tolte in questi tempi alla Chiesa. E quando pur sia vero, questo fa
vedere che noi non sappiam bene gli affari di que' tempi, nè i gruppi e
sviluppi succeduti fra i sommi pontefici e i re longobardi per
dissensioni di beni temporali. Verisimilmente ancora nell'anno presente
venne a morte _Sergio_ arcivescovo di Ravenna. Ricavasi poi da
Agnello[453], storico ravennate del secolo susseguente, che questo
arcivescovo la fece da padrone nell'esarcato e nella Pentapoli.
_Judicavit a finibus Perticae totam Pentapolim, et usque ad Tusciam, et
usque ad mensam Walani, veluti Exarchus; sic omnia disponebat, ut sunt
soliti modo Romani facere._ Se non fossimo per vedere che Leone suo
successore fece altrettanto, si potrebbe credere che questa fosse una
invenzione d'Agnello, scrittore d'animo corrotto verso i romani
pontefici, a' quali indubitato è che fu fatto il dono dell'esarcato, e
non già agli arcivescovi di Ravenna. Ma dalla lettera quinquagesima
quarta del Codice Carolino si raccoglie che _Leone_ arcivescovo,
allorchè cominciò ad usurpar la signoria dell'esarcato, allegava
l'esempio del suo predecessore _Sergio_, che avea quivi signoreggiato.
Di ciò parleremo meglio disotto all'anno 777. Nel Codice estense, che ci
ha conservata la parte che resta della storia del suddetto Agnello, si
legge nel margine una giunta da me stampata[454], da cui potrebbe taluno
essere indotto a sospettare, che il soprammentovato Sergio arcivescovo,
condotto a Roma, fosse quivi stato strangolato. Ma convien avvertire,
essere quella giunta uscita dalla penna d'un ignorante, che confuse
l'arcivescovo _Sergio_ di Ravenna con _Sergio_ figliuolo di Cristoforo,
da noi veduto di sopra, e che veramente fu con violenza levato dal
mondo. Sembra ancora avere costui confuso _Leone_ arcivescovo,
successore di _Sergio_, con qualche altro _Leone_ romano: e però di niun
valore è quella giunta. Per attestato dell'autore della vita di Stefano
III, dopo la morte dell'arcivescovo Sergio si fece scisma nella Chiesa
di Ravenna. Fu, è vero, eletto per quella cattedra _Leone_ arcidiacono;
ma _Michele_ archivista della Chiesa ravennate, benchè non alzato per
anche ad alcun ordine sacerdotale, se n'andò a trovare _Maurizio_ duca,
cioè governatore di Rimini, il quale, per consiglio del re Desiderio
(che in tutte le cose mal fatte si vuole che avesse mano), raunata una
banda d'armati, si portò a Ravenna, e quivi con braccio forte fatto
eleggere il suddetto Michele, l'introdusse nel palazzo archiepiscopale,
e mandò prigione a Rimini il poco fa riferito Leone. Scrisse poi
Maurizio, e scrissero i Ravennati a Stefano papa per ottener che Michele
fosse da esso papa consecrato; ma nulla poterono conseguire, stando
forte il papa nella negativa, perchè costui non era sacerdote. Ma
possiamo ben credere che molto più che questa ragione facesse il papa
valere la nullità dell'elezione, perchè estorta dalla violenza.
Nondimeno questo avvenimento ci può far sospettare che non avesse per
anche gran forza il romano pontefice nel governo temporale dell'esarcato
di Ravenna. Truovasi spettante al gennaio dell'anno presente
un'iscrizione, da me[455] data alla luce, da cui risulta che _Trasguno_
era duca della città di Fermo, correndo tuttavia l'anno XIII del re
Desiderio e l'XI di Adelgiso suo figlio.