[445] Anastas., in Vit. Stephani III Papae.
Anno di CRISTO DCCLXIX. Indizione VII.
STEFANO III papa 2.
COSTANTINO Copronimo imperadore 50 e 29.
LEONE IV imperadore 19.
DESIDERIO re 13.
ADELGISO re 11.
Giunti che furono a Roma dodici vescovi di Francia, fra' quali
specialmente si contarono _Lullo_ arcivescovo di Magonza e _Tilpino_
arcivescovo di Rems, quel medesimo che sotto nome di Turpino acquistò
tanta fama dalle favole dei romanzi italiani, papa _Stefano III_
celebrò[446] nell'aprile un concilio nella chiesa patriarcale del
Laterano, al quale intervennero ancora molti vescovi della Toscana e
Campania, e di altre città di Italia. Ancorchè sieno periti gli atti di
quella sacra adunanza, pure si sa che furono stabiliti canoni contro
coloro che, essendo laici, fossero eletti al grado episcopale, o colla
violenza dell'armi fossero promossi al vescovato. Fu parimente
condannato il falso concilio tenuto negli anni addietro in
Costantinopoli contro le sacre immagini, e profferita scomunica contro
chiunque disprezzasse o credesse indegne di venerazione le medesime
immagini. Fu provveduto a coloro che erano stati ordinati da
_Costantino_ falso papa, decretando che seguisse di nuovo la loro
elezione e consecrazione. Introdotto lo stesso Costantino, benchè cieco,
alla presenza dei Padri, ed interrogato, come essendo laico, avesse
osato di passare al papato, perchè allegò in sua scusa l'esempio di
_Sergio_ arcivescovo di Ravenna e di _Stefano_ vescovo di Napoli, i
preti gli diedero molte guanciate, e il cacciarono fuori da quella sacra
assemblea. Dal trattato di papa Adriano a Carlo Magno si raccoglie che
_Sergio_ arcivescovo di Ravenna non intervenne a questo concilio, ma vi
mandò Giovanni Diacono, che sostenne il culto delle sacre immagini,
provandolo con un'antica pittura esistente in Ravenna. Significò poscia
il papa con sue lettere all'imperadore _Costantino_ Copronimo il
risultato di questo concilio; ma altro ci voleva a ritirare da' suoi
errori ed eccessi quel traviato Augusto. Era toccata a Carlo re di
Francia in sua parte, come dicemmo, l'Aquitania conquistata da Pippino;
ma _Unaldo_, già duca di quella provincia, che tanti anni prima aveva
abbracciata la vita monastica, dappoichè intese la morte del duca
_Guaifario_ suo figliuolo, invogliatosi delle cose mondane, deposto il
cappuccio, se ne tornò al secolo, e trovò partigiani che il riconobbero
per duca d'essa Aquitania[447]. Gli fu ben tosto addosso colle sue armi
al re Carlo, e il costrinse a ritirarsi in Guascogna presso _Lupo_ duca
di quella contrada, da cui poscia, a forza di minacce, lo ebbe vivo
nelle mani. Poichè _Carlomanno_ suo fratello non volle in tal
congiuntura dargli aiuto, cominciarono i dissapori fra loro, che
andarono poi a finire in male. Nè è da tacere che in quest'anno
l'imperador Costantino diede per moglie a _Leone IV_ Augusto suo
figliuolo, _Irene_ fanciulla greca, di cui avremo da parlare andando più
innanzi.
Apparisce poi dalle lettere scritte in questi tempi da papa Stefano e
Carlo Magno, e da quanto ancora ha Anastasio, che erano fatte istanze al
re _Desiderio_ da esso papa per la restituzione delle giustizie di s.
Pietro, cioè di allodiali, rendite e diritti che appartenevano alla
Chiesa romana nel regno longobardico. Notizie tali hanno servito al
Cointe, al Mabillone e al Pagi, per credere che il re Desiderio non le
avesse interamente restituite finchè visse papa Paolo, con rapportare
per tal cagione alcune lettere di esso pontefice Paolo, dove si tratta
delle giustizie suddette agli anni 766 e 767, le quali sono sembrate a
me scritte alcuni anni prima. Seguito nondimeno io a credere che
Desiderio avesse, vivente papa Paolo, soddisfatto al suo dovere, perchè
da varie lettere del medesimo pontefice si raccoglie che era stabilita
buona amicizia fra lui e il re suddetto, e il pontefice Paolo ricercava
aiuto da Desiderio contra le minacce de' Greci. E perciocchè Pippino re
di Francia nella lettera trigesima aveva esortato il medesimo re a
mantenere una buona pace ed amicizia col re Desiderio, rispose papa
Paolo d'essere pronto a farlo, purchè ancora Desiderio _in vera
dilectione et fide, quem vestrae excellentiae, et sanctae Dei romanae
Ecclesiae spopondit, permanserit_; e più non disse di voler conservare
questa armonia, se il re farà restituzione dei beni spettanti a s.
Pietro. Anzi, siccome s'è veduto di sopra, lo stesso papa Paolo nella
lettera vigesima sesta confessa di avere ricevuto le giustizie _de
partibus beneventanis atque tuscanensibus. Nam et de ducatu spoletino,
nostris vel Longobardorum missis illic adhuc existentibus, ex parte
justitias fecimus, ac recepimus. Sed et reliquas, quae remanserunt,
modis omnibus plenissime inter partes facere student._ Il perchè se
sotto papa Stefano III s'odono risvegliate pretensioni di giustizie
usurpate alla Chiesa romana, pare ben più probabile che sì fatte
usurpazioni sieno non già le antiche, ma bensì nuove e diverse dalle
antecedenti, cioè succedute mentre la cattedra di s. Pietro si trovava
occupata dal falso pontefice Costantino, e Roma involta in molti
sconcerti. Fors'anche non v'ebbe parte Desiderio, ma solamente i duchi
di Benevento e Spoleti. Intanto neppure in quest'anno potè godere Roma
della sua quiete. Se vogliam credere ad Anastasio[448] bibliotecario, o
chiunque sia l'autore della vita di Stefano III papa, perchè Cristoforo
primicerio e Sergio secondicerio suo figliuolo andarono al re Desiderio
a fare istanza per le giustizie di s. Pietro, il re se la prese
fieramente contra di loro, e macchinò la lor rovina. Pertanto guadagnò
Paolo Afiarta, ossia Asiarta, cameriere del papa, per mettere costoro in
diffidenza presso il santo padre. Penetratosi da Cristoforo che
Desiderio meditava di portarsi a Roma, fece gran massa di gente, presa
dalla Toscana e Campania e dal ducato di Perugia, e chiuse le porte di
Roma, con quegli armati si mise alla difesa della città. Arrivò in
questo punto il re Desiderio col suo esercito a s. Pietro in Vaticano,
che era allora fuori di Roma, ed invitò colà il papa, che v'andò, e che
dopo avere parlato con lui, se ne tornò nella città. Intanto Paolo
Afiarta col re trattò di sollevare il popolo romano contra di Cristoforo
e di Sergio; ma essi avutane contezza, armati entrarono nel Laterano,
dove era il pontefice, per cercare i loro insidiatori, e furono sgridati
forte per cotale insolenza. Nel dì seguente s'abboccò di nuovo il papa
col re Desiderio, che gli rappresentò le trame di Cristoforo e Sergio, e
poi fece serrar le porte della basilica vaticana. Allora il papa inviò
_Andrea_ vescovo di Palestrina, e _Giordano_ vescovo di Segna, per far
sapere a Cristoforo e a Sergio che eleggessero l'una delle due, cioè o
di farsi monaci, o di venire a san Pietro. Risaputa l'intenzion del
pontefice, cominciarono i lor partigiani ad abbandonarli, di maniera che
stimarono meglio amendue di portarsi al Vaticano, e di mettersi in mano
del papa, il quale ritiratosi poi in Roma, li lasciò in quelle de'
Longobardi, pensando di farli poscia venire la notte entro la città e di
salvarli. Ma Paolo Afiarta ito a trovare il re con una gran moltitudine
di popolo romano, trattò con lui direttamente. In fatti messe le mani
addosso a Cristoforo e Sergio, li condussero alla porta della città, e
quivi loro cavarono gli occhi. Cristoforo da lì a tre dì morì di
spasimo. Sergio, portato in una camera del Laterano, restò in vita sino
alla morte di papa Stefano, ed allora, per quanto vedremo, fu
strangolato. Tutti questi malanni, dice Anastasio, occorsero per segrete
trame di Desiderio re de' Longobardi.
Ma a poter ben giudicare degli avvenimenti suddetti, e se veramente se
ne debba rigettar la cagione e la colpa sulla malizia del Longobardo,
bisognerebbono altri lumi. L'odio de' Romani contra della nazion
longobarda era troppo gagliardo, e la loro passion trabocchevole ad
altro non pensava che a screditarli; e però il voler formare il processo
sull'unica relazion di essi, non è via sicura alla verità, quantunque
prudentemente si possa credere che Desiderio fosse uomo di raggiri e di
non molta lealtà. A buon conto abbiam veduto andar qui d'accordo il papa
e il re Desiderio. Abbiamo inoltre una lettera del medesimo papa Stefano
scritta a Carlo Magno e alla regina Berta sua madre, cioè l'epistola
quadragesima sesta del Codice Carolino, in cui assai differentemente
parla di questo fatto. In essa gli notifica che il nefandissimo
Cristoforo, e il più che malvagio suo figliuolo Sergio, unitisi con
Dodone messo del re Carlomanno, aveano congiurata la morte dello stesso
pontefice. A questo fine erano entrati violentemente coll'armi nella
basilica lateranense, ove egli sedeva, tentando di levarlo di vita; ma
che Dio l'avea salvato dalle loro mani, mercè l'aiuto ancora del re
Desiderio, capitato a Roma in questi tempi per trattare di diverse
_giustizie_ di s. Pietro. Che chiamati i due suddetti al Vaticano, non
solamente aveano ricusato d'andarvi, ma eziandio in compagnia di Dodone
e dei Franchi del loro seguito s'erano afforzati nella città, con
chiudere le porte, minacciare il papa, e impedirgli l'entrata in Roma.
Che veggendosi eglino finalmente abbandonati dal popolo, per necessità
erano venuti a s. Pietro, dove il papa con fatica gli avea difesi dalla
moltitudine che voleva ucciderli. Ma che mentre pensava di farli
introdurre nella città per salvarli, erano loro stati cavati gli occhi,
ma senza saputa e consentimento dello stesso papa, che chiamava Dio in
testimonio della verità. Però assicurava il re Carlo, che se non era
l'assistenza del re Desiderio, esso pontefice correva pericolo di
perdere la vita, con dolersi acremente di Dodone, che invece di essere
in aiuto suo, come ne avea l'ordine dal suo re, gli avea tramata la
morte, e con persuadersi che Carlomanno disapproverebbe il di lui
operato. Soggiugne in fine essere seguito accordo fra esso papa e il re
Desiderio, e di avere interamente ricevuto le giustizie appartenenti a
s. Pietro: del che ancora gl'inviati del medesimo re Carlo gli darebbono
buona contezza. Così in quella lettera. Ma il p. Cointe negli Annali
sacri della Francia, seguitato in ciò dal padre Pagi, fu di parere che
questa fosse scritta per forza dal papa, mentre egli era quivi detenuto
dal re Desiderio, e che, per conseguente, non le si debba prestar fede,
ma bensì alla relazion di Anastasio. Intorno a che hanno da osservare i
lettori, non sussistere primieramente il supposto del Cointe circa il
tempo in cui fu scritta quella lettera. Certo è che il papa la scrisse
dopo terminata quella scena, e dappoichè si trovava in tutta sicurezza,
ed erano stati accecati Cristoforo e Sergio: il che, per attestato del
medesimo Anastasio, accadde, essendo già tornato il papa in Roma, e
senza più abboccarsi col re Desiderio. Però indebitamente si pretende
forzato il papa a scrivere quella lettera, allorchè Anastasio il
rappresenta detenuto dal re nel Vaticano. Secondariamente son degne di
osservazione le parole dello stesso Anastasio, o, per dir meglio,
dell'autore della vita di papa Adriano primo[449], successore di Stefano
III. Faceva istanza esso pontefice Stefano al re Desiderio per la
restituzion dei beni di s. Pietro, e Desiderio rispondeva: _Sufficit
apostolico Stephano, quia tuli Christophorum et Sergium de medio, qui
illi dominabantur, et non illi sit necesse justitias requirendi. Nam
certe si ego ipsum apostolicum non adjuvero, magna perditio super eum
eveniet. Quoniam Carlomannus rex Francorum amicus existens praedictorum
Christophori et Sergii, paratus est cum suis exercitibus ad vendicandum
eorum mortem, Romam properandum, ipsumque capiendum pontificem._ Dalla
bocca del medesimo papa Stefano avea Adriano intese queste parole, con
avergli anche esso Stefano confessato di aver fatto cavar gli occhi a
Cristoforo e Sergio per suggestione di Desiderio; laddove nella suddetta
lettera quadragesima sesta esso protesta con giuramento di non aver
avuta parte nell'accecamento d'essi. Sicchè veniamo in chiaro che papa
Stefano andò d'accordo con esso re in quella occasione per liberarsi da
Cristoforo e Sergio, che voleano fargli da padroni addosso; e siccome
coll'assistenza dei Longobardi fu cacciato dalla sedia di s. Pietro
l'iniquo Costantino, e sostituito il legittimo papa Stefano, così
dell'aiuto degli stessi si servì egli in quest'altra occasione.
All'incontro, Dodone e i Franchi si dichiararono in tal congiuntura
contra del papa, perchè il re Carlomanno sosteneva il partito di
Cristoforo e di Sergio; e conseguentemente si viene ad intendere che non
fu ben informato di quel fatto Anastasio, o vogliam dire l'autor della
vita di Stefano III, oppure che il mal animo verso de' Longobardi gli
fece scrivere in maniera differente dal vero quel deforme successo. Ed
io l'ho rapportato all'anno presente, ma senza certa cognizione del
tempo; perciocchè Sigeberto[450], che parla sotto quest'anno, non ne
sapeva più di noi per conto di quegli affari.