[436] Anastas. Bibliothec., in Vita Pauli Papae.
Anno di CRISTO DCCLXIII. Indizione I.
PAOLO I papa 7.
COSTANTINO Copronimo imperadore 44 e 23.
LEONE IV imperadore 13.
DESIDERIO re 7.
ADELGISO re 5.
Mi sia lecito il rapportare a questo anno la lettera trentesima sesta
del Codice Carolino, scritta da tutto il _senato_ e dalla generalità del
_popolo romano_ al re _Pippino, patrizio de' Romani_. Il ringraziano
essi perchè abbia presa la difesa della vera fede per le controversie
che allora bollivano coi Greci, e perchè abbia procurata la salute al
popolo romano con proteggerlo dai Longobardi. Dicono d'avere ricevuto
con tutto onore una lettera graziosa d'esso re, in cui gli esortava ad
essere fermi e fedeli verso la Chiesa romana e verso il sommo pontefice
Paolo, e protestano d'essere fermi e fedeli servi della santa Chiesa di
Dio e del beatissimo padre e signor nostro Paolo papa, perchè egli è
nostro padre ed ottimo pastore, e non cessa di operare per la nostra
salute, siccome ancor fece papa Stefano suo fratello, con governar noi
come pecorelle ragionevoli a lui consegnate da Dio, mostrandosi sempre
misericordioso e imitatore di san Pietro, di cui è vicario. Il pregano
ancora di voler perfezionare la dilatazione di questa provincia, ch'egli
avea liberata dalle mani de' Longobardi, e di continuare nella difesa di
tutti loro, per poter vivere con sicurezza della pace. Veramente si
aspettava il lettore di poter apprendere da questa lettera qual fosse
allora il governo di Roma, cioè se ne era sì o no sovrano il sommo
pontefice. Ma non si può quindi accogliere assai di lume per ben chiarir
questo fatto, se non che al papa è ivi dato il titolo di _domino
nostro_; il che lascerò decidere ad altri, se sia un concludente indizio
di quel che si cerca. Certo non apparisce assai palesemente, quantunque
sia verisimile, che l'imperadore avesse perduta affatto la sua autorità
sopra di Roma, nè come si reggesse allora il popolo romano, potendo
essere che si governasse a repubblica, di cui fosse capo il sommo
pontefice. Lo stesso scrivere il re Pippino al senato e popolo, con
raccomandargli di onorare papa Paolo, porge luogo a conghietturare che
anche presso di loro risedesse in parte l'autorità del comando
temporale. E tanto più, perchè se nel papa era già trasferita, come vien
preteso, la sovranità sopra Roma, non ben s'intende come Leone III, per
quanto vedremo, volesse privarne sè stesso e i suoi successori, con
trasferirla in Carlo Magno, allorchè il dichiarò imperadore Augusto. Si
possono qui dir molte cose, ma forse niuna sarà bastevole a mettere ben
in chiaro il sistema d'allora; e massimamente perchè neppure ben
sappiamo in che consistesse l'autorità e il grado di _patrizio de'
Romani_ conferito in questi tempi ai re di Francia. Nell'anno presente,
essendo probabilmente mancato di vita _Gisolfo_ duca di Spoleti,
succedette in suo luogo, se crediamo al catalogo posto avanti alla
Cronica di Farfa, _Teoderico_ duca. Ma si dee scrivere _Teodicio_, i cui
Atti si cominciarono a vedere sotto quest'anno nelle memorie del
suddetto monistero, che io ho rapportato altrove[437]. Di lui parimente
è fatta menzione in varii siti della Cronica sopraddetta. Seguitava
intanto una fiera guerra fra il re _Pippino_ e _Guaifario_ duca
d'Aquitania, colla peggio dell'ultimo.