NOTE:

[433] Camill. Peregrin., Rer. Ital., P. I, tom. 2.

Anno di CRISTO DCCLIX. Indizione XII.

PAOLO I papa 3.

COSTANTINO Copronimo imperadore 40 e 19.

LEONE IV imperadore 8.

DESIDERIO re 3.

ADELGISO re 1.

Senza alcun ordine e senza data si veggono registrate nel Codice

Carolino le lettere inviate in questi tempi dai romani pontefici ai re

di Francia; e però solamente a tentone si può fissar l'anno, in cui

furono scritte. Porto io opinione che al presente si debba riferire la

quattordicesima, che comincia _Quas praeclara_. Scrive in essa papa

_Paolo_ al re _Pippino_ d'aver inteso come il re _Desiderio_ avea voluto

fargli credere di non avere recato alcun danno agli stati della Chiesa;

ma che non gli presti fede, essendo verissimi i saccheggi e danni

inferiti dai Longobardi, e le minacce fatte dal re loro, siccome _hoc

praeterito_ anno con sue lettere aveva esso papa significato a Pippino.

Si riduce nondimeno a dire che l'ostilità de' Longobardi era seguita _in

civitate nostra senogalliensi_, e in Campagna di Roma, _Castro nostro,

quod vocatur Valentis_. Aggiunge, che essendo poi venuti i messi di

Pippino, ed avendo riconosciuta la verità del fatto, avevano obbligato i

Longobardi a rifare il danno. Medesimamente sembra a me credibile che

sia scritta nell'anno presente da papa Paolo al re Pippino la lettera

diciassettesima del Codice Carolino, in cui gli notifica, che, essendosi

abboccati in presenza sua i messi longobardi coi messi spediti da esso

Pippino e coi deputati delle città della Pentapoli, s'era chiarito il

conto di alcune giustizie, cioè de' bestiami tolti dall'una parte e

dall'altra, e che n'era seguita la restituzione. Ma, per conto dei

confini delle città romane e de' beni patrimoniali di san Pietro

occupati dagli stessi Longobardi, nulla fin allora era stato restituito;

anzi ne aveano occupato degli altri. Però si era conchiuso, che i messi

di Pippino coi deputati delle città si portassero a Pavia, per chiarire

davanti al re Desiderio i diritti delle parti. Replica susseguentemente

il papa le sue istanze che Pippino voglia operare in maniera da fargli

ottenere interamente le _giustizie_, affinchè il beato Pietro principe

degli Apostoli, per la restituzione della cui luminaria s'era impegnato

esso Pippino, gliene dia una somma ricompensa. Quel che è strano,

confessa il medesimo papa, in iscrivendo la lettera trentesimaquarta del

Codice Carolino al suddetto re, che i Greci non per altro odiavano e

perseguitavano il papa e la Chiesa romana, se non per cagione delle

sacre immagini, da loro abborrite e difese da Roma. _Non ob aliud (sono

le sue parole) ipsi nefandissimi nos persequntur Graeci, nisi propter

sanctam et orthodoxam fidem, et venerandorum patrum piam traditionem,

quam cupiunt destruere atque conculcare._ Qui son chiamati

_nefandissimi_ i Greci per consolazione de' Longobardi, che si veggono

anch'essi onorati col medesimo titolo, qualora prendevano l'armi contra

dei Romani. Intanto, quando si voglia ammettere che oltre all'acquisto

dell'esarcato, Stefano II papa, fratello e predecessore di papa Paolo,

cominciasse ad esercitare un pieno dominio in Roma con escluderne

affatto l'imperadore, non si sa intendere come esso Augusto per questa

da lui creduta usurpazione non fosse forte in collera contra de' Romani

pontefici. E pur dalle parole suddette non apparisce che Costantino

facesse doglianza di ciò, con lasciar conseguentemente dubbio se allora

il governo e dominio di Roma fosse quale ora viene supposto. Ammettendo

poi questo dominio, è ben da maravigliarsi, come il papa rifonda lo

sdegno dell'imperadore nella sola discrepanza del culto delle immagini

sacre, quando v'era ancora l'essersi ritirati i Romani dalla ubbidienza

di lui. Sotto quest'anno riferisce Girolamo Rossi[434] una bolla di papa

Paolo, in cui narra che fu conceduto dal suo predecessore papa Stefano

ad _Anscauso_ vescovo di Forlimpopoli il monistero di sant'Ilario della

Galliata, ossia Calligata, situato nella diocesi di quel vescovo

nell'Apennino, di cui vien fatta menzione anche nella lettera

settantesimaquarta del Codice Carolino, scritta da papa Adriano I. Ora

essendo poi venuto a morte esso vescovo, il pontefice Paolo restituisce

alla Chiesa di Ravenna quel monistero, perchè conosciuto essere di

ragione della medesima. La bolla è data _nonis februarii imp. domno_

(forse D. N. cioè _domino_ o _domno nostro) piissimo Augusto Costantino,

a Deo coronato, magno imper. anno XL. et pacis ejus_ (ivi sarà scritto

_P. C. ejus_, cioè _post consulatum ejus) anno XX. Sed et Leone majore

imp. ejus filio anno VII. Indictione XII._ Se niuno errore fosse scorso

negli anni di _Leone Augusto_ figliuolo del Copronimo, avremmo qui da

correggere il conto del padre Pagi, che di uno o due anni anticipò la di

lui assunzione al trono. Ma forse in quella bolla sarà stato _anno

VIII_, oppure _VIIII_. Pretende ancora esso Pagi, che invece dell'_anno

XL_ di Costantino s'abbia a scrivere _XXXIX_. Ma quando si ammetta per

legittimo quel documento, non si saprebbe intendere come il copista

avesse posto un sì diverso numero per un altro. E notisi che tuttavia in

Roma si segnavano i pubblici documenti col nome dell'imperadore: il che

serve di qualche fondamento per dubitare se ivi fosse estinta la di lui

autorità e signoria. Quindi ancora veniamo ad intendere che _Sergio_

arcivescovo di Ravenna era ritornato alla sua Chiesa, e godeva della

grazia del romano pontefice.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 103 / 339 题