[406] Anastas., in Steph. II Vita. Annales Francorum.
[407] Sigonius, de Regno Italiae.
[408] Rer. Ital., P. II, tom. I.
[409] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.
[410] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[411] Antiquit. Ital., Dissert. IV, p. 136.
Anno di CRISTO DCCLV. Indizione VIII.
STEFANO II papa 4.
COSTANTINO Copronimo imperadore 36 e 15.
LEONE IV imperadore 5.
ASTOLFO re 7.
Bisognerà ben credere che _Astolfo_ re dei Longobardi fosse uomo di poca
coscienza, ed anche di men giudizio, da che egli non istette molto a
calpestare i giuramenti fatti e ad irritar la pazienza del re Pippino,
principe di potenza tanto superiore alla sua. Non solamente nulla
restituì di quanto avea promesso, ma furibondo sul principio dell'anno
corrente, se pur non fu di giugno, unito tutto lo sforzo delle sue armi
e del ducato beneventano, passò all'assedio di Roma con dare il guasto
ai contorni, asportare i corpi de' Santi ritrovati nelle chiese fuori
della città, e tormentare con frequenti assalti la città medesima.
Siccome costa dal Codice Carolino, cioè dal carteggio che allora passava
tra i romani pontefici e i re di Francia, e come lasciò scritto anche
Anastasio, ossia l'autore della vita di papa Stefano II, diede esso
pontefice prontamente avviso della prepotenza e perfidia di Astolfo al
re Pippino, inviandogli per mare i suoi legati, cioè _Giorgio_ vescovo e
_Tomarico_ conte, in compagnia di _Guarnieri_ abbate franzese, che a
nome di Pippino si trovava in Roma. Seguitando poi con più furia
l'assedio, nè udendosi movimento alcuno de' soccorsi desiderati, scrisse
il medesimo pontefice una lettera a nome di san Pietro apostolo ad esso
re Pippino, a' suoi figliuoli e a tutta la nazion franzese, rapportata
dal cardinal Baronio e dal Codice Carolino, in cui si finge che esso
Apostolo li chiami, con quante formole patetiche si seppero trovare,
all'aiuto di Roma, promettendo loro per tale azione la vita eterna in
paradiso, e minacciando, se nol facevano, l'eterna lor dannazione.
_Questa lettera,_ dice l'abbate di Fleury[412], _è importante per
conoscere il genio di quel secolo, e fin dove le persone più gravi
sapevano spingere la finzione, quando la credevano utile. Nel resto essa
è piena di equivochi, come le precedenti. La Chiesa vi significa non
l'assemblea de' fedeli, ma i beni temporali consecrati a Dio; la greggia
di Gesù Cristo sono i corpi e non già le anime; le promesse temporali
dell'antica legge sono mischiate colle spirituali del Vangelo; e i
motivi più santi della religione impiegati per un affare di stato._
Certamente nulla è più capace di travolgere le nostre idee e di farci
nascere in mente delle dolci e strane immaginazioni, che la sete e
l'amore de' beni temporali innata in noi tutti. Ma intorno a questa
delicata materia basterà per ora il poco che ho riferito dello storico
franzese. Ora noi abbiamo dai continuatori di Fredegario, da Anastasio e
da altri, che il re Pippino, raunato un potentissimo esercito si mosse
alla volta d'Italia: del che avvertito Astolfo, sciolto l'assedio,
lasciò libera Roma, ed accorse colle sue forze alla difesa dei confini
dell'Italia, per opporsi ai Franzesi. In questo mentre arrivarono a Roma
due ambasciatori spediti dall'Augusto _Costantino_ al re di Francia,
cioè _Gregorio_ capo de' segretarii, e _Giovanni_ silenziario, con
ordine, per quanto apparisce, di commuovere esso re contra de'
Longobardi, e di procurar la restituzione dell'esarcato al romano
imperio. Udito poi che già il re Pippino era marciato colla sua armata,
se ne stupirono forte, nè lo sapevano credere. Perciò senza perdere
tempo, messisi in viaggio per mare, e seco conducendo un messo dato loro
dal papa per accompagnarli, in breve pervennero a Marsiglia, dove udendo
che già il re Pippino avea valicato l'Alpi, se ne afflissero non poco.
Aveano essi, per quanto si può conghietturare, scoperto prima, o certo
scoprirono allora, che i negoziati del papa contra de' Longobardi erano,
non già in favore dell'imperador loro padrone, ma bensì in profitto del
sommo pontefice e della Chiesa romana, alla quale Pippino avea promesso
in dono l'esarcato. Per ciò s'ingegnarono in tutte le forme, e colle
brusche ancora, di tenere indietro il messo del papa, e in fatti il
suddetto Gregorio andando innanzi, trovò Pippino poco lungi da Pavia, e
presentate le lettere imperiali, non omise preghiere per indurlo a fare
restituire all'imperadore suo padrone le città dell'esarcato, siccome
paese a lui usurpato, e su cui non aveano per anche acquistato alcun
legittimo diritto i Longobardi, con esibirsi di pagar le spese occorse
nella guerra. Ma Pippino in poche parole apertamente gli disse di aver
fatto un dono di quella contrada a san Pietro, cioè alla Chiesa romana,
e che per tutto l'oro del mondo non cambierebbe mai pensiero. Se i
ministri cesarei impugnassero il disegno di questo donativo, come di
cosa altrui, nol sappiamo. Solamente si sa ch'essi ministri furono
licenziati, senza che ottenessero neppur buone parole.
Intanto posto l'assedio a Pavia, Astolfo si trovò verso il fine
dell'anno costretto a chiedere perdono, a pagare gran somma di danaro, e
a promettere in forma più stretta di rendere le città al papa,
aggiungendo anche alle medesime la città di Comacchio, che dianzi doveva
essere del re longobardo, e non già inchiusa nell'esarcato. Allora fu
che Pippino, siccome attesta Anastasio, fece una donazione in iscritto
di essa città a san Pietro, ossia alla Chiesa romana, ed inviò tosto
_Fulrado_ abbate del monistero di san Dionisio a prendere il possesso,
con ritornarsene egli intanto in Francia. Andò Fulrado coi deputati del
re Astolfo a città per città dell'esarcato e della Pentapoli (segno che
tutte erano dianzi venute in potere de' Longobardi), e ricevendone le
chiavi e gli ostaggi, coi principali cittadini d'esse passò a Roma, dove
sopra l'altare di san Pietro pose le chiavi suddette, insieme colla
donazion fattane dal re Pippino, e diede a san Pietro e a tutti i suoi
vicarii romani pontefici per l'avvenire il possesso di quelle città:
cioè di _Ravenna_, _Rimini_, _Pesaro_, _Fano_, _Cesena_, _Sinigaglia_,
_Jesi_, _Forlimpopoli_, _Forlì col castello Sussubio_, _Monfeltro_,
_Acerragio_, _Monte di Lucaro_, _Serra_, _Castello di san Mariano_
(forse san Marino), _Bobio_ (diverso dall'altro della Liguria),
_Urbino_, _Cagli_, _Luceolo_, _Gubbio_, _Commachio_, colla giunta ancora
della città di _Narni_, che i duchi di Spoleti molti anni prima aveano
tolta al ducato romano. Ma qual fosse e con quali condizioni una tal
donazione non resta a noi ben chiaro, essendo periti gli atti e
strumenti d'allora, e a nulla servendo per illuminarci i posteriormente
finti, se mai uscissero alla luce. Papa Stefano in una delle sue lettere
al re Pippino[413] scrive che il re Astolfo _nec unius palmi terrae
spatium beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae, vel reipublicae Romanorum
reddere passus est_. Aggiunge che Pippino avea confermato _propria
voluntate per donationis paginam beato Petro, sanctaeque Dei Ecclesiae,
reipublicae, civitates et loca restituenda_. Altri passi ci sono, ne'
quali si parla della restituzione che s'avea da fare alla _repubblica_,
chiaramente distinta dalla Chiesa romana. Il padre Cointe negli Annali
ecclesiastici della Francia pretese, che sotto nome di _repubblica_
venisse il _romano imperio_, ossia la camera e il fisco imperiale. A
questa opinione non acconsentì il padre Pagi[414]; ma, per quanto mi
sono io ingegnato di provare nelle Antichità italiane[415], indubitata
cosa è che sotto il nome di _repubblica_ veniva l'_imperio romano_,
benchè non apparisca qual cosa fosse ora restituita ad esso imperio,
essendo anche incerto come restasse in questi tempi il governo di Roma.
Pretende bensì il suddetto padre Pagi, che da lì innanzi i romani
pontefici avessero in pieno lor dominio non meno essa città che
l'esercato; ma senza che si veggano prove concludenti di tal opinione.
Certo non si può mettere in dubbio la donazione dell'esarcato e della
Pentapoli fatta dal re Pippino alla santa Sede romana, con escluderne
affatto la signoria de' greci Augusti; ma se avvenisse per conto di Roma
e del suo ducato lo stesso, e se Pippino si riservasse dominio alcuno
sopra lo stesso esarcato, non pare finora concludentemente deciso, come
altrove osservai[416]. E questo, a mio credere, è il primo esempio di
dominii temporali con giurisdizione dati alle chiese e a' sacri pastori,
del quale poi profittarono a poco a poco le altre chiese, la maggior
parte delle quali procurò a sè stessa ed ottenne di somiglianti
signorie, siccome andremo vedendo. Gloriosamente in quest'anno coronò il
corso di sua vita san _Bonifacio_, celebre arcivescovo di Magonza, con
sofferire il martirio dai Pagani. Credesi parimente che riuscisse al re
Pippino di sottomettere la città di Narbona dopo tre anni di assedio,
con ritorla ai Saraceni, i quali perciò furono cacciati da tutta la
provincia della Settimania, oggidì Linguadoca. Per attestato ancora del
Dandolo[417], in quest'anno _Deusdedit_ doge di Venezia, mentre era
dietro per fabbricare un castello fortissimo alla riva del porto della
Brenta, per congiura di uno scellerato uomo appellato _Galla_, fu ucciso
dal suo popolo. Dopo di che lo stesso _Galla_ portatosi a Malamocco,
occupò la sedia e il nome ducale, ma per poco tempo, siccome vedremo.