NOTE:

[395] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[396] Anastas., in Stephan. II Vit.

[397] Chronic. Vulturnens., part. II, tom. 1 Rer. Italic.

[398] Mabill., Saecul. III Benedictin., part. 2.

[399] Theoph., in Chronogr.

[400] Annales Metenses apud Du-Chesne.

Anno di CRISTO DCCLIII. Indizione VI.

STEFANO II papa 2.

COSTANTINO Copronimo imperadore 34 e 13.

LEONE IV imperadore 5.

ASTOLFO re 5.

Continuarono le vessazioni del re _Astolfo_ contra del ducato romano; e

forse nell'anno presente, piuttosto che nel precedente, arrivò a Roma

_Giovanni_ silenziario, spedito dalla corte di Costantinopoli[401], che

portava lettere dell'imperadore assai premurose a papa _Stefano II_ per

la conservazione degli stati, ed altre esortatorie al re _Astolfo_,

acciocchè volesse restituire al romano imperio gli usurpati luoghi. Non

perdè tempo il pontefice ad inviare il ministro imperiale in compagnia

di Paolo Diacono suo fratello ad Astolfo, allora dimorante in Ravenna. A

nulla servì questa spedizione. La risposta del re fu ch'egli intendeva

di spedire un suo messo alla corte imperiale, per informar l'imperadore

e trattar seco di questi affari, siccome egli in fatti eseguì. A questo

avviso Stefano papa mal contento di simile sutterfugio, anch'egli inviò

messi e lettere a Costantinopoli, con pregar l'Augusto sovrano che, a

tenore di tante promesse già fatte, mandasse un esercito in Italia,

capace non solo di difendere il ducato romano dai Longobardi, ma

eziandio di liberare dalle lor mani l'Italia tutta: memorie ed azioni

chiaramente comprovanti che Roma non s'era levata in addietro dalla

ubbidienza de' greci imperadori, e che essi godevano tuttavia l'attual

possesso e dominio di quella gran città e del suo ducato. Accrebbe

intanto il re Astolfo le sue minacce contro del popolo romano, con dire

che se non consentivano alla di lui volontà, gli avrebbe tutti messi a

fil di spada. Però il santo pontefice attese in questi tempi coi Romani

ad implorare la divina misericordia con orazioni e processioni di

penitenza, in una delle quali portò appeso alla croce lo scritto di quei

patti violati dal re longobardo. Ma vedendo in fine che a nulla

giovavano le preghiere e gl'innumerabili regali inviati al re Astolfo,

ricevuto anche avviso dalla corte cesarea che dall'imperadore non era da

sperare soccorso alcuno: allora fu che dall'Oriente rivolse i suoi

pensieri all'Occidente; e seguitando l'esempio de' suoi predecessori,

cioè dei due ultimi Gregorii e di Zacheria, che erano ricorsi a _Carlo

Martello_, non già re de' Franchi, come scrive Anastasio, ma direttore

del regno dei Franchi, segretamente inviò lettere per mezzo di un

pellegrino al re _Pippino_, implorando l'aiuto suo in mezzo a tante

angustie. Spedì Pippino in Italia _Drottegango_ abbate di Gorizia, per

assicurare il papa di tutta la sua prontezza a soccorrerlo; e da lì a

non molto inviò _Crodegango_ vescovo di Metz ed _Autcario_ duca, che

invitarono il papa al viaggio di Francia. Arrivò in questo frangente

ancora da Costantinopoli _Giovanni_, silenziario imperiale, con ordine

al papa di portarsi al re Astolfo, per intimargli la restituzion di

Ravenna e delle città da essa dipendenti. Chiesto poi passaporto ad esso

re Astolfo, il pontefice, in compagnia del medesimo imperiale ministro e

de' messi del re dei Franchi, nel dì 14 di ottobre dell'anno presente,

accompagnato da molti Romani e dal pianto dei popoli, si mise in viaggio

alla volta di Pavia, dove il duca Autcario a lui preceduto lo aspettava.

Era già egli vicino a quella città, quando comparvero messi, inviati dal

re Astolfo, per vivamente pregarlo di non muovere parola intorno alla

restituzione dell'esarcato; ma il papa protestò che non desisterebbe dal

farlo. E in fatti arrivato a Pavia, dopo avere regalato copiosamente il

re, il tempestò con preghiere e lacrime, acciocchè restituisse il mal

tolto. Altrettanto fece l'ambasciatore imperiale, allorchè presentò al

re le lettere dell'augusto suo padrone. Ma non piacendo una tal sinfonia

all'ostinato re, si sciolsero in fumo tutti questi maneggi. Fece ancora

quanto potè Astolfo per impedire l'andata del papa in Francia; ma per

timore dei ministri presenti del re Pippino, benchè fremendo, il lasciò

partire. Pertanto il pontefice nel dì 15 di novembre, presi seco

alquanti del suo clero, con due vescovi s'incamminò verso l'Alpi; ma per

istrada avvertito che il re pentito d'avergli data licenza, era dietro

ad attraversare il suo viaggio, sì frettolosamente cavalcò colla sua

brigata, che arrivò alle Chiuse, cioè ai confini della Francia, dove

ringraziò Dio di vedersi in salvo. Giunse dipoi al monistero agaunense

di san Maurizio ne' Vallesi, dove il concerto era che seguirebbe

l'abboccamento col re Pippino; ma colà essendo arrivati _Fulrado_

arcicappellano di esso re, e _Rotardo_, duca, il pregarono di continuare

il viaggio sino alla villa regale di Pontigone, perchè quivi il re avea

destinato di accoglierlo. Venne poscia ad incontrarlo il principe

_Carlo_ primogenito del re; poscia tre miglia lungi dal palazzo della

villa suddetta _Pippino_ stesso colla moglie e coi figliuoli fu a

riceverlo, ed immantinente smontato da cavallo, addestrò a' piedi per un

certo tratto di via il santo padre, e condusselo al prefato palazzo nel

dì 6 di gennaro dell'anno seguente.

In questi tempi, giacchè il re Astolfo avea donato ad _Anselmo_ abbate

suo cognato un luogo deserto nel contado di Modena, appellato Nonantola,

di là dal fiume Panaro, e dove esso abbate coi suoi monaci avea già

fabbricata una chiesa con un ampio monistero, fu esso tempio consecrato

da Geminiano vescovo di Reggio e susseguentemente da Sergio arcivescovo

di Ravenna per ordine di papa Stefano, come s'ha dalla vita del medesimo

sant'Anselmo, rapportata dall'Ughelli[402] e dal padre Mabillone[403];

se pure non v'ha delle favole mischiate col vero. Dopo di che bramando

Anselmo di ottenere dal romano pontefice il corpo di s. Silvestro, per

maggiormente nobilitare il suo monistero, indusse il re Astolfo ad andar

seco a Roma per impetrargli sì prezioso regalo. Colà giunti il re e

l'abbate, e benignamente accolti dal papa, ottennero quanto

desideravano, ed inoltre una bolla del medesimo papa Stefano, in cui si

asserisce donato all'abbate Anselmo il corpo di s. Silvestro papa con

altre reliquie. Quivi parimente si legge che esso pontefice esentò dalla

giurisdizione del vescovo di Modena e di ogni altro prelato il monistero

nonantolano. Questa è data nell'_Indizione sesta, a dì 13 di gennaio

dell'anno primo di esso Stefano papa_. In essa bolla viene specificata

la venuta a Roma del re Astolfo, e che allora si teneva dal papa un

concilio, dove anche intervenne _Sergio_ arcivescovo di Ravenna. Ma non

ho io saputo finora persuadermi della legittimità di essa bolla, perchè

indirizzata ai vescovi e cristiani _Deo deservientibus regno italico, et

patriarchatu romano_; ed Astolfo chiamato _rex italici regni_: formole

che dubito non usate in que' tempi. Da questa sola vita abbiamo un

_Geminiano_ vescovo allora di _Reggio_. Ma difficilmente si può credere

un vescovo di tal nome in quella città, essendo questo nome piuttosto di

un vescovo di Modena; e noi abbiamo da sicuri documenti che circa questi

tempi fiorì _Geminiano II vescovo di Modena_. Di quel concilio romano

non v'ha vestigio alcuno nella storia ecclesiastica. Ma, quel ch'è più,

non si può accordare con quanto abbiam veduto finora l'andata del re

Astolfo a Roma nel gennaio del presente anno. Già era cominciata la

discordia e guerra fra esso re e i Romani: come mai figurarsi un sì

pacifico ingresso d'Astolfo in Roma, e ch'egli fosse in quella bolla

appellato _piissimus rex_, quando ci vien descritto solamente per iniquo

e perfido dalla storia romana d'allora? Tralascio ciò che ivi è scritto

intorno alle chiese battesimali, ed altre cose degne di riflessione. Per

altro che fosse trasportato a Nonantola il corpo di san Silvestro, ciò

vien asserito in alcuni antichi diplomi d'essa badia, la quale in poco

tempo divenne una delle più insigni e ricche d'Italia, siccome vedremo.

Se poi l'intero corpo di quel santo pontefice, o pure una sola parte

toccasse a Nonantola, lasceremo disputare a chi lo pretende tuttavia a

Roma nel monistero di s. Martino de' Monti. Certamente nella sedicesima

lettera del Codice Carolino, scritta pochi anni dopo da papa Paolo al re

Pippino, si legge di s. Silvestro: _Cujus sanctum corpus in nostro

monasterio a nobis reconditum requiescit, ec. Justum perspeximus, ut sub

ejus fuisset ditione, ubi ipsum reverendum corpus requiescit._

Altrettanto si ha da Anastasio bibliotecario[404] e da una bolla del

suddetto Paolo I riferita dal cardinal Baronio[405]. Però bisogna andar

cauto in prestar fede a certi antichi diplomi, perchè ne' secoli

barbarici non mancarono imposture, e di questi pochi archivii, per non

dire niuno, ne vanno esenti. Abbiamo ancora dalla vita suddetta, che il

soprallodato s. Anselmo abate fondò uno spedale per i pellegrini ed

infermi, quattro miglia lungi da Nonantola, coll'oratorio di santo

Ambrosio, dove, a mio credere, ora è il passo di s. Ambrosio, sulla via

Claudia, ossia romana, presso il fiume Panaro. Ne' confini ancora di

Vicenza ne fabbricò a sue spese un altro, con porvi dei monaci al

servigio pei poveri, ed uno similmente in un luogo appellato Susonia.

Talmente in somma il santo abbate si adoperò, che in sua vita sotto il

suo governo in varii siti ebbe mille cento quaranta quattro monaci senza

i novizii, se dobbiam prestar fede alla Vita suddetta.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 97 / 339 题