[359] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 57.
[360] Camill. Peregrinus, Histor. tom. 2 Rer. Ital.
[361] Anastas., in Zachar.
[362] Niceph. in Chron.
[363] Theoph., in Chronogr.
[364] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, c. 17.
[365] Roderic., in Histor. Arab.
[366] Margarinius, Bullar. Casinen. tom. 2, Constitut. 7.
Anno di CRISTO DCCXLIII. Indizione XI.
ZACHERIA papa 3.
COSTANTINO Copronimo imperadore 24 e 3.
LIUTPRANDO re 32.
ILDEBRANDO re 8.
Fu decisa in quest'anno la controversia dell'imperio fra _Costantino
Copronimo_ ed _Artabaso_, ossia _Artabasdo_[367]. Vennero alle mani
questi due rivali in Sardi. La peggio toccò ad Artabasdo, che lasciò
anche l'equipaggio in preda ai vittoriosi. Si avventurò un'altra
battaglia, _Niceta_ figliuolo di esso Artabasdo con grande strage de'
suoi fu anch'egli obbligato alla fuga. Ritiraronsi essi in
Costantinopoli, città che venne strettamente assediata da Costantino, e
presa nel dì 2 di novembre. Rimase prigione Artabasdo co' figliuoli.
Costantino, dopo averli fatti accecare insieme col patriarca
_Anastasio_, e coi loro parziali, li fece condurre per loro scherno nel
circo sopra degli asini colla faccia volta alla coda. Nulladimeno
persuaso che l'iniquo patriarca aderisse alle sue opinioni contra le
sacre immagini, il rimise poscia nella sua sedia. Aveva il re Liutprando
ben fatta pace col ducato romano, ma non già coll'esarcato di Ravenna,
nè colla Pentapoli, provincie tuttavia dipendenti dall'imperio. Perciò
in quest'anno fece grande ammasso di genti con disegno di impadronirsi
di quelle provincie; e gli uffiziali suoi cominciarono la danza con
espugnar alcune terre e città. Atterrito da questo turbine e
dall'impotenza di resistere _Eutichio_ patrizio ed esarco di Ravenna,
altro scampo non ebbe, che di ricorrere all'intercessione del sommo
pontefice[368]: al qual fine spedì a Roma una supplica, a nome ancora di
_Giovanni_ arcivescovo d'essa città e de' popoli delle città dell'Emilia
e della Pentapoli, scongiurando che accorresse alla lor salvazione. Il
primo ripiego che prese Zacheria, fu quello d'inviare con lettere e
regali al re Liutprando _Benedetto_ vescovo e visdomino della santa
Chiesa romana, insieme con _Ambrosio_ primicerio de' notai, ad esortarlo
e pregarlo che desistesse dalle offese degli stati imperiali. Trovarono
essi ostinatissimo il re nel disegno di quell'impresa. Allora il buon
papa, lasciato il governo di Roma a _Stefano_ patrizio e duca, qual
padre amorevole, non atterrito dalle fatiche in pro de' suoi figliuoli,
si mosse da Roma alla volta di Ravenna. Fu incontrato il santo pontefice
dall'esarco alla basilica di s. Cristoforo quaranta miglia lungi da
Ravenna, in un luogo chiamato all'Aquila. Presso poi a quella città gli
uscì incontro gran parte del popolo dell'uno e dell'altro sesso,
benedicendo Iddio per la di lui venuta. Di colà spedì egli al re
suddetto Stefano prete ed Ambrosio primicerio, per notificargli il suo
arrivo e la risoluzion presa di portarsi a trovarlo. Arrivarono essi ad
Imola, città in questi tempi posseduta, non men che Bologna e Cesena,
dai Longobardi; ma quivi trovarono delle difficoltà per proseguire nel
viaggio, studiandosi i ministri del re di impedire la venuta del papa.
Di ciò avvertito il santo pastore, confidato nell'aiuto di Dio, mosse
arditamente da Ravenna, e raggiunti i suoi messi nella giurisdizione
longobardica, gl'inviò innanzi al re, che a tutta prima non li volle
ammettere, perchè mal sofferiva la venuta del buon pontefice, il quale
nel dì 28 di giugno arrivò al Po, con trovar ivi i principali ministri
mandati dal re per riceverlo. Con essi il papa si portò a Pavia, e
fermatosi nella basilica di s. Pietro in _Cielo aureo_, situata allora
fuor di Pavia, correndo la vigilia dello stesso principe degli Apostoli,
quivi celebrò messa solenne: dopo di che entrò nella città. Nella festa
seguente invitato dal re nella medesima basilica, solennemente compiè i
sacri uffizii, pranzò col re, e seco poscia con accompagnamento
magnifico fu introdotto nel regal palazzo. Quivi adoperò il pontefice
l'eloquenza sua non solo per distornar Liutprando dall'opprimere
l'esarcato di Ravenna, ma eziandio per indurlo a restituir le città
occupate. Si trovò nel re una gran durezza: tuttavia condiscese in fine
di rilasciare alcuni territorii a Ravenna, e due parti del territorio di
Cesena alla parte della _repubblica_, cioè al romano imperio (che tale
era il linguaggio d'allora), con ritenerne la terza parte in pegno,
finchè tornassero da Costantinopoli i suoi ambasciatori. Ciò fatto, si
partì di Pavia il pontefice, accompagnato da esso re fino al passo del
Po, dove prese comiato da lui, ma con inviar seco i suoi duchi e
primati, ed altri che eseguissero il concordato. Continuato poscia il
viaggio, e riempiendo di consolazione i popoli per dovunque passava,
siccome messagger di pace, arrivò finalmente a Roma, dove in rendimento
di grazie a Dio celebrò di nuovo con tutto il popolo la festa dei santi
apostoli Pietro e Paolo. Degna cosa di osservazione si è che in
quest'anno nell'indizione XII, cominciata nel settembre, fu celebrato da
papa Zacheria un consiglio in Roma, composto di molti vescovi, dove
furono stabiliti varii canoni riguardevoli per la disciplina
ecclesiastica. In fine vi si legge: _Factum est hoc concilium anno
secundo Artabasdi imperatoris, necnon et Liutprandi regis anno trigesimo
secundo, Indictione duodecima._ Non s'era dianzi negli atti romani
giammai mentovato l'anno dei re longobardi. Diligentemente poi ci
avvertì il cardinal Baronio che in vece dell'_anno secondo di Artabasdo_
si dee leggere l'_anno terzo_, perchè a Roma non si era per anche intesa
la di lui caduta e il risorgimento di _Costantino Copronimo_. Ad esso
imperadore Costantino avea già papa Zacheria inviato un suo nunzio; ma
questi trovato _Artabasdo_ sul trono imperiale, saggiamente si era
ritirato senza fare alcun personaggio, aspettando ciò che la sorte
determinasse di questi rivali. Andò in fatti, siccome dissi, per terra
Artabasdo; ed allora fu che il Copronimo vincitore ordinò che si
cercasse conto del ministro pontificio, e dopo aver fatta la donazione
al papa e alla Chiesa romana di due masse, cioè di due tenute
considerabili di terreno, gli diede licenza di tornarsene in Italia.
Queste masse erano appellate Ninfa e Normia, e appartenevano dianzi alla
_repubblica_, cioè all'imperio: segno manifesto che tuttavia durava in
Roma l'autorità e il dominio imperiale; nè i papi nè i popoli si erano
sottratti dall'ubbidienza dell'imperadore, nè era stata fulminata
espressa scomunica contro di Costantino Augusto, tuttochè nimico e
persecutore delle sacre immagini.