[337] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 5.
[338] Anastas. Biblioth., in Zacharia, tom. 12 Rer. Italic.
[339] Campelli, Storia di Spoleti, lib. 13.
[340] Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.
[341] _Gl'imperadori di Costantinopoli, amici ed alleati dei Veneziani,
sovente davano questo titolo, allora di molto onore, ai capi della
repubblica._
[342] Sansovino, Venezia illustrat., lib. 13, facciata 356.
Anno di CRISTO DCCXLI. Indizione IX.
ZACHERIA papa 1.
COSTANTINO Copronimo imperadore 22 e 1.
LIUTPRANDO re 30.
ILDEBRANDO re 6.
L'ultimo anno della vita di _Leone Isauro_ imperadore fu questo.
Un'idropisia il condusse al fine de' suoi giorni nel dì 18 di giugno,
con lasciare il suo nome in abominazione ai popoli per la guerra da lui
cominciata contro alle sacre immagini. Restò alla testa dell'imperio
_Costantino Copronimo_, principe peggiore e più crudele del padre, de'
cui vizii non si saziano di parlare gli scrittori greci[343]. Ma sul
principio corse egli pericolo di perdere affatto l'imperio e la vita.
Era egli uscito in campagna contra degli Arabi; quando _Artabasdo_ o
_Artabaso_, suo cognato, si sollevò contra di lui per torgli la corona
di capo. Dai suoi parziali fu fatta correre voce in Costantinopoli che
Costantino avea cessato di vivere. Di più non vi volle perchè tutto il
popolo ne facesse festa, e caricasse di villanie e maledizioni il
creduto defunto Augusto. Anche il patriarca _Anastasio_, uomo iniquo,
che sapea navigare ad ogni vento, d'iconoclasta ch'era dianzi, voltato
mantello, si cangiò in protettor delle sacre immagini; anzi con
giuramento protestò d'avere inteso dalla bocca di esso Costantino delle
orride asserzioni ereticali. Però tutto il popolo gridò al imperadore
_Artabasdo_, il quale non fu lento a portarsi a Costantinopoli, dove,
per cattivarsi gli animi de' cittadini, fece rimettere nelle chiese le
sacre immagini. A tutta prima fuggì Costantino Copronimo; poi ripigliato
alquanto di forza, venne alla volta di Costantinopoli, s'impadronì di
Crisopoli, dove era l'arsenale in faccia della città, e succedette anche
qualche zuffa fra i due rivali imperadori. Ma non veggendosi egli quivi
sicuro, si ritirò, o andò a svernare nella città d'Amoria. Era forte in
collera il re _Liutprando_ contra di Trasmondo per avere, ad onta di
lui, ripigliato il ducato di Spoleti, e contra del duca di Benevento che
s'era collegato con esso Trasmondo, ma più coi Romani, dacchè colle lor
forze avevano rimesso in casa quel duca. Però venuta la stagione in cui
sogliono i re uscire per far guerra, con una poderosa armata s'incamminò
verso Spoleti. Non è chiaro se a questi tempi, oppure alla guerra
dell'anno 728 e 729 appartenga ciò che narra Paolo Diacono[344], poco
curante dell'ordine de' tempi in riferir le imprese: cioè che mentre il
re Liutprando si trovava lontano, in Rimini, ossia nel suo territorio,
fu messo a fil di spada il di lui esercito. Per me credo più verisimile
che ciò accadesse nella precedente guerra. Certo è che in questa esso re
giunse nella Pentapoli, e nel passare da Fano a Fossombrone, in un bosco
situato fra quelle due città, gli Spoletini e Romani, che vi si erano
posti in agguato, gli diedero molto da fare, con impedirgli il passo.
Tuttavia a forza d'armi si fece largo, e continuò la marcia. Aveva egli
data la retroguardia a _Ratchis_ duca del Friuli e ad _Astolfo_ suo
fratello; e però ad essi più che agli altri toccò di sostenere il peso
de' nemici, i quali andavano malamente pizzicando alla coda i Furlani.
Tale nondimeno fu la bravura di questi due condottieri e della lor gente
a quel brutto passo, che sempre combattendo e ammazzando molti degli
avversarii, seguitarono il loro cammino, con restar solamente feriti
alquanti della loro brigata. Si avanzò fra gli altri uno de' più
valorosi Spoletini, tutto armato, per nome Berto o Bertone, che chiamato
per nome Ratchis, disse che la voleva con lui. Ratchis il lasciò venire,
e con un colpo il gittò da cavallo. Accorsero i Furlani del suo seguito;
ma Ratchis, uomo misericordioso, gli permise di fuggire; e colui, usando
di questa grazia, carponi colle mani e co' piedi aggrappandosi ebbe la
fortuna di salvarsi nel bosco. Anche addosso ad Astolfo due coraggiosi
Spoletini corsero, mentr'egli stava passando per un ponte venendogli
alla schiena. Ma egli, voltata faccia, con un fendente ne cacciò l'uno
giù dal ponte, e immediatamente rivolto all'altro, l'uccise e fecelo
rotolar giù nel fiume.
Allorchè succedette l'altra rottura fra i Romani e Longobardi nell'anno
728 e 729, veggendosi a mal partito il santo papa Gregorio II, perchè
dall'un canto venivano contra di Roma i Longobardi, e dall'altro avea
l'imperadore nemico, cioè più disposto a fargli del male che del bene,
prese la risoluzione di raccomandarsi efficacemente con sue lettere a
_Carlo Martello_ reggente della Francia, potentissimo e prode guerriero
de' tempi presenti. Questa particolarità la ricaviamo dal solo
Anastasio[345], ma senza sapere che effetto producesse cotal ricorso.
Della stessa massima si servì ancora, e molto più solennemente, papa
_Gregorio III_ per l'impegno preso dai Romani in favore del duca di
Spoleti contra del re Liutprando, ben conoscendo che restava esposto il
ducato romano alle forze e sdegno di quel re irritato. Però abbiamo dal
continuatore di Fredegario[346] ch'esso papa spedì in quest'anno l'una
dietro l'altra due ambascerie a Carlo Martello (cosa non più veduta per
l'addietro in Francia), e gli mandò le chiavi del sepolcro di san Pietro
con grandi ed infiniti regali. Pare anche che Anastasio[347] faccia
menzione di questo fatto, ma non parla se non d'una sola ambasceria. Le
dimande del papa erano, come i padri Ruinart e Pagi han dimostrato, che
Carlo Martello volesse imprendere la difesa di Roma contra dei
Longobardi, poichè in ricompensa esso papa coi Romani gli offerivano di
levarsi affatto dall'ubbidienza dell'imperadore, che non potea
soccorrerli, anzi gli aveva in odio, e di dare a lui la signoria di Roma
col titolo di _console_, ossia di _patrizio_. Carlo Martello con
ammirabil magnificenza ricevette questa ambasceria; mandò anch'egli de'
suntuosi regali al papa; e tornando gli ambasciatori pontifizii
indietro, unì con loro _Grimone_ abbate di Corbeia, e Sigeberto monaco
rinchiuso di san Dionisio, con ordine di venire a Roma. Di più non
dicono gli storici. Ma che questa fosse l'intenzione del papa, pare che
chiaramente si deduca dalle parole di una lettera scritta dipoi al
medesimo Carlo Martello da esso Gregorio III, riportata dal cardinal
Baronio[348] e nelle raccolte de' concilii, dove dice: _Conjuro te per
Deum vivum et verum, ut per ipsas sacratissimas claves confessionis
beati Petri, quas vobis AD REGNUM direximus, ut non praeponas amicitiam
regum Langobardorum amori principis Apostolorum_, ec. E negli Annali di
Metz presso il Du-Chesne[349] si legge che in tal occasione papa
Gregorio III mandò a Carlo Martello una lettera _col decreto de'
principali Romani_, contenente che il popolo romano, _relicta
imperatoris dominatione_, desideravano di mettersi sotto la difesa ed
invitta clemenza di esso Carlo. Cosa risolvesse Carlo Martello, amico
del re Liutprando, e da lui soccorso nell'anno precedente, resta ancora
da sapersi. Solamente abbiamo dalla divisione de' regni fatta da
Lodovico Pio fra' suoi figliuoli[350], che egli loro raccomanda la cura
e la difesa della Chiesa di san Pietro, cioè de' romani pontefici,
siccome l'aveano avuta _Carlo_ suo bisavolo, _Pippino_ avolo, _Carlo_
genitore ed egli stesso. Ma questo non chiarisce se Carlo Martello
accettasse veramente il patriarcato di Roma, in quanto esso portava seco
anche la signoria di Roma e del suo ducato; nè se cessasse allora in
essa Roma totalmente il dominio imperiale.
Intanto il re Liutprando continuava il suo viaggio per far pentire
Trasmondo duca di Spoleti, i Romani e i Beneventani della lega fatta
contro di lui. Ma qui si truova un gruppo assai intricato di storia, che
non si può bene sciogliere, e convien solo giocar ad indovinare. Nè
Paolo Diacono, nè Anastasio dicono punto che il re Liutprando passasse
all'assedio di Roma; eppur pare che questo si deduca, e lo dedusse in
fatti il cardinal Baronio dalle due lettere scritte da papa Gregorio
III. Si sa che Liutprando conquistò il ducato di Spoleti, e parrebbe che
questo dovesse precedere l'insulto fatto a Roma; ma Anastasio scrive che
i Romani furono in aiuto del re contra degli Spoletini. Parimente è a
noi noto che Liutprando passò anche a Benevento, e ne scacciò il duca
_Godescalco_; ma senza che si sappia il tempo preciso di tale azione.
Dirò io quello che mi sembra più verisimile. Condusse il re Liutprando
l'armata sua addosso al ducato di Spoleti, dove Trasmondo colle forze
sue e de' collegati cominciò a difendersi con tutto valore. Mentre si
disputava fra loro, l'armata regale, parte pel bisogno, e parte per gli
eccessi quasi inevitabili delle guerre, attendeva a bottinare, non
solamente in quel ducato, ma eziandio nelle terre vicine del ducato
romano, certo essendo che la giurisdizione del ducato spoletino si
stendeva per la Sabina ad una gran vicinanza di Roma, e fra gli altri
andarono a sacco molti poderi e beni della Chiesa romana. In questi
brutti frangenti, e nel timore di peggio, Gregorio III papa scrive le
due lettere suddette[351] a Carlo Martello, colle quali, il più
pateticamente che può, lo scongiura d'aiuto, con dirgli, fra l'altre
cose, che nell'anno precedente nel passaggio dei Longobardi verso
Spoleti aveano patito di molto nelle parti di Ravenna i beni allodiali e
livellarii spettanti alla chiesa di san Pietro, che servivano alla
luminaria d'essa chiesa e al sovvenimento de' poveri. Che in ripassando
per colà in quest'anno i Longobardi aveano fatto del resto, mettendo a
ferro e fuoco quanto incontravano per cammino. Che facevano ora lo
stesso in varie parti del ducato romano, con avere distrutti i beni del
beato Pietro principe degli Apostoli, e condotti via gli armenti. Il
prega di non credere ai re Liutprando ed Ilprando, se gli rappresentano
d'aver giusti motivi di procedere contro i duchi di Spoleti e Benevento,
perchè questi in niuna cosa hanno mancato, ed essere solamente
perseguitati per non aver voluto nell'anno innanzi volgere le lor armi
contra del ducato romano, nè devastare i beni de' santi Apostoli, nè
dare il sacco ai Romani, come aveano fatto essi due re. Poichè per altro
i suddetti due duchi si esibivano pronti a soddisfare a tutti i lor
doveri verso dei re _secondo l'antica consuetudine_. Nell'altra lettera
torna a toccare la persecuzione ed oppressione fatta dai Longobardi, con
aver tolto _omnia luminaria ad honorem ipsius principis Apostolorum.
Unde et ecclesia sancti Petri denudata est, et in nimiam desolationem
redacta_. Di qui ricavò il cardinal Baronio che l'armata longobarda
fosse sotto a Roma, ed empiamente saccheggiasse la basilica vaticana,
con inveir poscia contra del re Liutprando, e trovare che per gastigo di
questa iniquità egli mancò di vita senza prole; quasichè Dio in tanti
anni di matrimonio per l'addietro non gli avesse data successione in
pena di un peccato che egli dovea poi fare. Va anche dubitando lo
zelante cardinale che Carlo Martello in quest'anno, per non aver dato
aiuto al papa, presto e miserabilmente morisse, quando appunto egli da
lunghe febbri e da una grave inappetenza oppresso, non potè accudire
all'Italia, e morì in tempi di queste medesime turbolenze. Sebbene è
probabile ancora che l'aiutasse con raccomandazioni al re Liutprando,
giacchè vedremo fra poco s'esso re fosse o non fosse rispettoso verso i
sommi pontefici e verso la santa Chiesa romana. Ma il punto principale
è, che non sussiste il sacco che il dottissimo cardinale immaginò dato
alla basilica vaticana dall'esercito di Liutprando. Papa Gregorio III
non parla quivi d'essa _basilica_, parla della _Chiesa di s. Pietro_,
cioè della _Chiesa romana_, secondo l'uso di questi tempi, ne' quali
ogni chiesa e monistero prendeva il nome dal suo titolare. Nomavansi in
questa maniera le chiese _di sant'Ambrosio_ di Milano, di _san
Giminiano_ di Modena, e simili. Nè altro dice esso pontefice, se non che
i beni posseduti dalla santa Chiesa romana in varii di quei territorii,
dove si faceva la guerra, erano stati devastati; male accaduto in
infiniti altri incontri di questa fatta, e spesso contra il volere dei
lor re e dei generali. Però non si accorda colla verità che Liutprando
andasse sotto Roma, e molto meno che saccheggiasse la basilica
sacrosanta del Vaticano; e per questa ragione Anastasio, o chiunque sia
l'autor della vita di papa Zacheria, non parlò punto di questa
insussistente empietà.
Potrebbe poi parere che mentre il re Liutprando era impegnato nella
guerra contro Spoleti, accadesse un altro fatto, raccontato fuor di sito
da Paolo Diacono[352], cioè che i Romani, unito un grosso esercito, alla
testa di cui era _Agatone_ duca di Perugia, vennero per ritorre
_Bologna_ dalle mani de' Longobardi. Ma v'erano di guarnigione tre bravi
uffiziali, cioè Valcari, Peredeo e Rotari, i quali facendo una vigorosa
sortita sopra essi Romani, molti ne tagliarono a pezzi, e il resto
misero in fuga. Resta tuttavia in essa città di Bologna una bella
memoria del dominio dei re Liutprando ed Ilprando, cioè un vaso di marmo
nella chiesa di s. Stefano, per uso sacro, coll'iscrizione di stile
barbaro, quale in quei tempi d'ignoranza sovente si trova. Fu essa
inscrizione spiegata ed illustrata dal conte Valerio Zani, e si legge
presso il conte Malvasia[353]. Eccone le parole.
VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE
DOMNORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE
ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI
BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE
BONONIENSIS. HIC IN HONOREM RELIGIOSI SVA
PRAECEPTA OBTVLERVNT, VNDE HVNC VAS
IMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORIS
ET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERIT
DEVS REQVIRET
Per altro è incerto se il tentativo fatto dai Romani, cioè dai sudditi
dell'imperadore, per ricuperar Bologna, appartenga alla precedente
guerra dell'anno 728 e 729, ovvero ai tempi presenti. Ora noi sappiamo
da Anastasio[354], che non intervenne il popolo romano alla difesa di
Trasmondo, allorchè il re Liutprando armato venne per ritorgli il ducato
di Spoleti. E ne adduce quello storico la ragione, o il pretesto, perchè
Trasmondo, dopo essere rientrato nel possesso di quel ducato, non si
prese più cura o pensiero di cavar dalle mani del re le quattro città
dianzi occupate di ragion del ducato romano, e per non aver mantenuto
altri patti seguiti fra loro. Soggiugne Anastasio, che mentre il re
Liutprando si preparava con tutto l'esercito per passare all'offesa del
ducato romano, Dio chiamò a miglior vita il pontefice _Gregorio III_,
con lasciare in Roma un bell'odore di santità, e non poche memorie della
sua pietà e munificenza, che son descritte ad una ad una dallo stesso
autore. Finì egli di vivere sul fine di novembre. Diede alla luce
monsignor Fontanini[355] una lettera non più veduta di questo papa,
cavata dalla Raccolta MS. degli antichi Canoni, fatta dal cardinal
Deusdedit. Essa è scritta ai vescovi _Tusciae Langobardorum_, con
pregarli di unirsi con Adeodato suddiacono regionario, _ad obsecrandum
et Deo favente obtinendum pro quatuor castris, quae anno praeterito
beato Petro oblata sunt, ut restituantur a filiis nostris Liutprando et
Hilprando. _ Leggesi la data_ idus octobris Indictione IX_, cioè,
secondochè pensa il suddetto prelato, nell'anno 740. Ma non essendoci
probabilità che nell'anno 739 il re Liutprando, impegnato co' suoi
soccorsi nella guerra dei Saraceni in Provenza, facesse l'impresa di
Spoleti, convien credere che l'occupazion di quelle quattro castella o
città seguisse _anno praeterito_, cioè nell'anno 740, siccome ho detto;
e per conseguente che quella lettera sia scritta nel presente 741, prima
che questo pontefice passasse a miglior vita, e che in vece
d'_Indictione IX_, si abbia a leggere _Indictione X_, se pure
l'indizione allora non correva in Roma sino al fine dell'anno: nel qual
caso nulla sarebbe da mutare. Che se lo stesso monsignor Fontanini ci fa
quivi sapere che _Perugia_ era la capitale _della Toscana de'
Longobardi_, avrebbe egli durata fatica a provar quest'asserzione,
perchè sotto i Longobardi non apparisce che la Toscana costituisse un
ducato, o marca, di cui fosse capo qualche città. Quello ch'è peggio,
abbiam veduto poco fa _Agatone duca di Perugia_ uffizial de' Romani,
ossia degl'imperiali; e però neppur si vede che _Perugia_ in questi
tempi fosse sottoposta ai Longobardi, non che capitale della Toscana ad
essi spettante.
Ora dopo quattro giorni di sede vacante fu assunto al pontificato romano
_Zacheria_ di nazione greco, personaggio di gran benignità, di tutta
bontà, amatore del clero e popolo romano, che non sapea se non con
fatica andare in collera, facile a perdonare, e che fu liberale infin
verso coloro che dianzi l'aveano perseguitato. Questo buon papa[356],
trovati i pubblici affari in iscompiglio per la guerra di Spoleti, in
vece di mettere le sue speranze nel soccorso de' Franchi, lo mise in
Dio, e coraggiosamente spedì tosto un'ambasceria al re Liutprando con
esortazioni da padre, perchè non fosse turbata la pace del popolo
romano, con pregarlo spezialmente della restituzione delle suddette
quattro città, ed esibirgli la unione del popolo romano contro al duca
di Spoleti di lui ribello. Con tutta sommessione accolse Liutprando
questa ambasciata, e diede parola di restituir le città suddette. Dopo
di che unitosi l'esercito romano con quello de' Longobardi, marciarono
insieme alla volta di Spoleti. Il duca Trasmondo, veggendo che non v'era
scampo per lui, elesse il partito di rimettersi nella clemenza del re
Liutprando, e andò a gittarsi nelle di lui mani. Il re si contentò
ch'egli si facesse cherico, ricompensa adeguata a chi aveva obbligato il
padre ad abbracciar quello stato; e poi sostituì in suo luogo duca di
Spoleti _Ansprando_, ossia _Agiprando_, suo nipote. Così Anastasio, così
Paolo Diacono[357]; se non che Paolo nulla dice che i Romani fossero in
aiuto del re Liutprando contra di Trasmondo. Per altro non è sì facile
l'accordare insieme la narrativa di Anastasio colle lettere sovraccitate
di papa Gregorio III. Dice il papa non avere Trasmondo avuto altro reato
presso di Liutprando, che quello di aver ricusato di muovere le sue armi
nell'anno antecedente contra di Roma. Anastasio all'incontro narra che
Liutprando, dopo essersi impadronito del ducato romano, fece istanza ai
Romani, perchè gli dessero il fuggito Trasmondo; e a cagione del loro
rifiuto occupò le quattro già mentovate città, e quietamente dipoi se ne
tornò a Pavia. S'egli avesse avuto mal animo contro di Roma, era allora
vittorioso, aveva accresciute le sue forze coll'acquisto dell'ampio
ducato di Spoleti, e con un duca nuovo sua creatura: non potea darsi più
propizia congiuntura di quella per far del male ai Romani. Pure, secondo
Anastasio, nulla ne fece, e tornossene alla sua reggia. Vuole la lettera
di papa Gregorio, che Trasmondo fosse innocente, ed ingiustamente
perseguitato da Liutprando; e noi abbiamo da Anastasio che papa
Zacheria, pontefice non inferior di virtù al suo antecessore,
consigliava i Romani di unire le lor armi contra d'esso duca Trasmondo:
il che maggiormente servì ad abbatterlo. Tralascio altre osservazioni.
Fu in quest'anno maestro dei militi e governator di Venezia _Giovanni
Fabriciaco_, per quanto attesta il Dandolo[358]. Ma costui non arrivò a
compire l'anno del suo governo, perchè i Veneziani il deposero, e gli
cavarono anche gli occhi. Nel mese ancor d'ottobre del presente anno
finì di vivere dopo lunga malattia _Carlo Martello_, reggente per tanti
anni della monarchia franzese; celebre per tante vittorie da lui
riportate, e benemerito di quella corona per avere oppressi molti
tiranni, ma più benemerito della sua famiglia, ch'egli incamminò ad
occupar quella stessa corona. Tuttavia perchè questo principe si servì
delle rendite delle chiese per pagare i soldati in occasion di tante
guerre, e introdusse lo abuso di dar le badie dei monaci in beneficio ai
suoi uffiziali laici, lasciò dopo di sè una memoria svantaggiosa, e
servì d'esempio ai suoi figliuoli e nipoti per continuar nell'abuso
suddetto. Restarono di lui tre figliuoli _Carlomanno_, e _Pippino_, nati
dalle prime nozze, e _Griffone_ dalle seconde. Non accordandosi i due
primi coll'altro, si venne all'armi. Griffone fu da quelli preso e
confinato in una prigione, e _Sonichilde_ sua madre in un monistero. Il
cognome di _Martello_ dato ad esso Carlo, non si truova presso alcuno
degli antichi annalisti franzesi. Solamente comincia a leggersi nelle
storie di Epidanno e Odoranno, che fiorirono nel secolo undecimo.