NOTE:

[311] Idem, ibid., c. 57.

[312] Fiorent., Memor. di Matilde, lib. 3.

[313] Antiq. Italic., Dissert. XXVIII, p. 769.

[314] Ibid., Dissert. XIV.

[315] Anastas., in Gregor. III.

Anno di CRISTO DCCXXXVII. Indiz. V.

GREGORIO III papa 7.

LEONE Isauro, imperad. 21.

COSTANTINO Copronimo Augusto 18.

LIUTPRANDO re 26.

ILDEBRANDO re 2.

Per attestato di Andrea Dandolo[316], essendo nata una civile discordia

fra il popolo di Venezia, restò in quest'anno ucciso il lor duca _Orso_;

e perciocchè le parti non si poterono accordare per eleggere un nuovo

duca, si convenne di dare il governo ad un maestro di militi, ossia ad

un generale d'armata, la cui autorità non durasse più d'un anno. E

questi fu _Domenico Leone_, primo ad esercitar quella carica. Crede il

medesimo Dandolo che in quest'anno accadesse nel Friuli uno sconcerto,

raccontato da Paolo Diacono[317], ma che forse appartiene ad alcuno

degli anni precedenti. Era tuttavia duca del Friuli _Pemmone_, postovi

dal re Liutprando; era patriarca di Aquileia _Callisto_. Ora nei tempi

addietro avvenne che _Fidenzio_ vescovo della città di Giulio-Carnico,

capitale una volta della Carnia, non trovandosi sicuro in quella terra a

cagion delle scorrerie degli Avari e Schiavoni, ottenne licenza dai

precedenti duchi del Friuli di poter fissar la sua abitazione in Cividal

di Friuli, cioè nella diocesi del patriarca d'Aquileia, non avendo

questa città vescovo proprio, come fu osservato dal cardinal Noris[318].

Venne a morte il vescovo Fidenzio, e in suo luogo fu eletto _Amatore_,

che seguitò a tenere la residenza in quella città. Nella Cronica de'

patriarchi d'Aquileia, da me data alla luce[319], si legge che a

Fidenzio succedette _Federigo_, e a Federigo _Amatore_. Gran tempo era

che i patriarchi d'Aquileia non potendo abitarvi in Aquileia, città

disfatta e suggetta alle scorrerie dei sudditi imperiali dimoranti nelle

isole di Venezia e nell'Istria, s'erano ritirati a Cormona[320], terra

della loro diocesi. Ora non sapeva digerire il patriarca Callisto che un

vescovo d'altra diocesi si fosse stabilito nella diocesi sua, ed

abitasse in quella città in compagnia del duca e della nobiltà, e

fors'anche si usurpasse alcuno de' diritti a lui spettanti, mentre egli

era astretto a menar sua vita come in villa fra persone plebee.

Sopportò, finchè visse Fidenzio; ma vedendo continuar questo giuoco, e

forse fattene più doglianze, ma indarno, venuto un dì a Cividal del

Friuli con molto seguito di persone, cacciò da quella città il nuovo

vescovo Amatore, e si mise ad abitar nella casa stessa che dianzi

serviva al medesimo prelato. Se l'ebbe molto a male questo fatto il duca

Pemmone, e però unitosi con molti nobili longobardi, prese il patriarca,

e condottolo al castello Ponzio, o Nozio, vicino al mare, vi mancò poco

che nol precipitasse in quell'acque. Si ritenne, o fu ritenuto, e

contentossi di chiuderlo in una dura prigione, dove per qualche tempo si

nudrì col pane della tribolazione. Portato l'avviso di questa sacrilega

violenza al re Liutprando, s'accese di collera, privò del ducato

Pemmone, e conoscendo _Ratchis_ suo figliuolo per uomo valoroso, il creò

duca in luogo di suo padre. Disponevasi Pemmone, dopo questo colpo, di

fuggirsene in Ischiavonia; ma cotanto si adoperò con preghiere il

figliuolo Ratchis presso al re, che gli ottenne il perdono, e fidanza

che non gli sarebbe fatto male; e però coi figliuoli e con tutti quei

nobili longobardi che avevano avuta mano in quell'attentato, se n'andò

alla corte del re. Allora Liutprando nella pubblica udienza avendoli

tutti ammessi, donò a Ratchis _Pemmone_ di lui padre, ed inoltre

_Ratcait_ e _Astolfo_ di lui fratelli, e li fece andar dietro alla sua

sedia; poscia ad alta voce ordinò che fossero presi tutti quei nobili.

Allora Astolfo sbuffando, e non potendo pel dolore sofferir questa

ingiustizia, fu per isfoderar la spada affine di tagliar la testa al re;

ma Ratchis suo fratello il trattenne. Furono messe le mani addosso a

que' nobili, a riserva di Ersemaro, il quale sguainata la spada, benchè

inseguito da molti, sì bravamente si difese, che potè salvarsi nella

basilica di s. Michele. Egli dipoi, solo a cagion di questa prodezza,

meritò che il re gli facesse la grazia; agli altri toccò di fare una

lunga penitenza nelle carceri. Tornò poscia il patriarca _Callisto_,

liberato dalla prigione, a Cividale, dove, per attestato della Cronica

suddetta dei patriarchi, fabbricò la chiesa e il battistero di s.

Giovanni e il palazzo patriarcale. Diede fine alla sua vita in

quest'anno _Teoderico IV_, re de' Franchi, e per cinque anni stette la

Francia senza re, governando gli stati _Carlo Martello_, il quale è da

maravigliarsi come non si mettesse la corona sul capo. Ebbe anche esso

Carlo nell'anno presente da far pruova del suo valore contra de'

Saraceni, che tornati ad infestar le contrade cristiane, per relazione

del Continuator di Fredegario[321], s'impadronirono della città di

Avignone. Fu ricuperata questa città da Carlo Martello, che v'accorse

con tutte le sue forze, e poi rivolse l'armi contra la Linguadoca,

posseduta da quegl'infedeli, ed assediò la città di Narbona. Allora i

Saraceni di Spagna, fatto uno sforzo, vennero per liberar quella città.

Tra essi e l'esercito di Carlo seguì un sanguinoso fatto d'armi colla

sconfitta totale d'essi Saraceni. Non potè neppur con tutti questi

vantaggi Carlo sottomettere Narbona; diede bensì il sacco a tutta la

Linguadoca, smantellò Nismes ed altre città, e pieno di gloria se ne

tornò alla sua residenza. Anche Paolo Diacono[322] fa menzione di questa

vittoria.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 82 / 339 题