[302] Anastas. Bibliothec., in Greg. III.
[303] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.
Anno di CRISTO DCCXXXIII. Indizione I.
GREGORIO III papa 5.
LEONE Isauro Imperadore 17.
COSTANTINO Copronimo Augusto 14.
LIUTPRANDO re 22.
Sotto quest'anno abbiamo da Teofane[304] che _Leone_ imperadore diede
per moglie a _Costantino Copronimo_ Augusto suo figliuolo una figliuola
del principe de' Gazari, cioè dei Tartari Turchi, avendo essa prima del
matrimonio abbracciata la religion cristiana, e preso il nome d'_Irene_.
Questa riportò la lode di buona principessa, studiò le sacre lettere, si
distinse nella pietà, e non mai approvò l'empie opinioni del suocero nè
del marito. Ora il medesimo Augusto Leone, in vece di accudire a
reprimere i Saraceni che in questi tempi diedero il guasto alla
Paflagonia, e si arricchirono colla rovina di que' popoli, ad altro non
pensava che a sfogare il suo sdegno contro del papa e contro di chiunque
contrastava in Roma al suo astio verso le sacre immagini. Però allestì
una poderosa armata navale per gastigarli, e sotto il comando di Mane
duca de' Cibirrei la spedì nel mare Adriatico. Confuse Iddio i di lui
perversi disegni, perchè alzatasi un'orribil burrasca, fracassò o
dissipò tutto quello stuolo, con vergogna e rabbia incredibile di chi lo
avea spedito. Altro dunque non potendo per allora l'infuriato Augusto,
imperversò contro le sostanze de' popoli della Sicilia e Calabria,
accrescendo di un terzo il tributo della capitazione. Oltre a ciò, fece
confiscare i patrimonii spettanti fin dagli antichi tempi alla Chiesa
romana, posti parimente in Sicilia e Calabria, dai quali essa Chiesa
ricavava ogni anno tre talenti e mezzo d'oro. Di questi patrimonii
usurpati alla santa Chiesa di Roma in tal occasione parlano ancora
Adriano I in un'epistola a Carlo Magno, e Nicolò I papa in un'altra a
Michele imperadore. Ne fecero in fatti varie volte istanza i sommi
pontefici agl'imperadori greci, ma sempre senza frutto, finchè i
Saraceni, siccome vedremo, vennero ad assorbir tutto. Non so mai se
potesse appartenere all'anno presente un avvenimento narrato da Agnello
storico ravennate[305], mentre era arcivescovo di Ravenna _Giovanni_
successor di _Felice_. La spedizion della flotta cesarea nell'Adriatico,
accaduta in quest'anno, e il sapere che i Ravegnani andavano d'accordo
coi sommi pontefici nel sostener le sacre immagini, e che il suddetto
Giovanni loro arcivescovo senza paura nè dell'imperadore, nè
dell'esarco, era intervenuto nel precedente anno al concilio romano
celebrato contra gl'iconomachi, mi fan credere non improbabile che in
Ravenna succedesse quanto vien raccontato dal medesimo Agnello; cioè,
che tornò di nuovo un ministro imperiale con varie navi armate per
saccheggiar Ravenna, come era accaduto negli anni addietro. Venuto quel
popolo in cognizione dell'iniquo disegno, dato di piglio all'armi, in
forma di battaglia andò ad incontrare i Greci. Finsero essi cittadini di
prendere la fuga, ed allorchè furono allo stadio della Tavola, voltata
faccia, cominciarono a menar le mani contra de' Greci. Intanto il
vescovo Giovanni, il clero e tutti i maschi e femmine restati entro la
città, vestiti di sacco e di cilicii, imploravano con calde preghiere e
lagrime l'aiuto celeste in favore dei suoi. Sentissi una voce, senza
sapersi onde venisse, nel campo ravennate, che loro intonò la sicurezza
della vittoria: laonde tutti più che mai coraggiosamente s'avventarono
contra de' Greci, i quali, vedendo rotta un'ala dell'esercito loro,
presero la fuga, con ritirarsi nelle navi chiamate dromoni. Allora i
Ravennati saltarono anch'essi nelle lor barchette e picciole caravelle,
e furono addosso ai nemici, con ucciderne assaissimi, e precipitarne
molti nel braccio del Po, che in questi tempi arrivava fino a Ravenna,
di maniera che per sei anni dipoi la gente si astenne dai pesci di quel
fiume. Questo conflitto accadde nel dì 26 di giugno, giorno de' santi
Giovanni e Paolo, solennizzato dipoi da lì innanzi dal popolo di Ravenna
quasi al pari del dì santo di Pasqua, con addobbi e con una processione
in rendimento di grazie a Dio, perchè restasse in quel dì liberata la
città dal mal talento de' Greci. Veramente sembra che non s'intenda come
stando allora in Ravenna l'esarco _Eutichio_ e seguitandovi a stare
dipoi, il popolo di quella città si rivoltasse contra de' Greci, e
continuasse poscia a far festa di quel prosperoso successo. Ma è da
avvertire, che tanto in Roma che in Ravenna s'era sminuita di molto
l'autorità degli esarchi, e questi navigavano come poteano.
Nell'esercizio della giustizia e ne' tributi ordinarii era prestata loro
ubbidienza; ma di più non veniva loro permesso, essendo quei popoli
risoluti di sostener le sacre immagini, e di non lasciarsi opprimere
dalle violenze indebite dell'empio imperadore. Era certo allora in
disgrazia d'esso Augusto anche papa Gregorio III; e pure sappiamo da
Anastasio[306] che questo pontefice ottenne dall'esarco Eutichio sei
colonne onichine, le quali furono da lui poste nel presbiterio della
basilica vaticana con travi soprapposti, tutti coperti con lastre
d'argento effigiate. Vi pose ancora varii gigli e candellieri alti
alcune braccia per le lucerne, tutti di argento, pesanti libbre
settecento. Quel tanto dirsi da altri scrittori greci, che l'Italia
s'era sottratta all'ubbidienza di Leone Isauro, non si dee credere che
sia affatto senza fondamento.