NOTE:

[276] Anastas., in Gregor. II.

[277] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 54.

[278] Agnell., Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.

[279] Antiquit. Italic., Dissert. XXI.

[280] Anastas. Biblioth., in Greg. II.

[281] Paulus Diacon., de Gest. Longobard., lib. 6, cap. 54.

[282] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCCXXIX. Indizione XII.

GREGORIO II papa 15.

LEONE Isauro imperadore 13.

COSTANTINO Copronimo Augusto 10.

LIUTPRANDO re 18.

A mio credere, in quest'anno furono scritte da papa _Gregorio_

all'imperador _Leone_ le due sensatissime lettere che il cardinal

Baronio[283] diede alla luce all'anno 726, credendole appartenenti a

quel tempo. Stimò il padre Pagi[284] che si dovessero riferire all'anno

730; perchè parlandosi nella prima d'esse della statua del Salvatore,

che Leone Augusto volle far gittare a terra in Costantinopoli (attentato

che costò la vita, o almeno di buone sassate al di lui ministro, essendo

insorte contro di lui alcune zelanti donne, le quali poi furono

martirizzate per questo) esso padre Pagi adduce l'autorità di Stefano

diacono, autore della vita di s. Stefano juniore, che dice accaduto un

tal fatto dopo la deposizione di s. _Germano_ dal patriarcato di

Costantinopoli e l'intrusione dell'eretico Anastasio. Ora certo essendo

che san Germano fu deposto nell'anno 730, conseguentemente prima di

quell'anno non possono essere scritte le suddette lettere di s. Gregorio

II. Ma Stefano diacono non fu autore contemporaneo, e perciò non è

infallibile la sua asserzione. Teofane[285], che scriveva nello stesso

tempo che Stefano, cioè sul principio del secolo nono, parla di questo

fatto all'anno 726. Quel che è più, la stessa lettera del papa fa

abbastanza conoscere ch'era ben succeduto il fatto della statua, ma che

s. Germano teneva tuttavia la sedia episcopale, nè era stato a lui

sostituito il perverso Anastasio. Se un sì santo prelato fosse già stato

deposto, ed occupata la sua cattedra dall'ambizioso suo discepolo, non

avrebbe mancato lo zelante papa Gregorio di rinfacciare ancor questo

delitto con gli altri, che egli andò ricordando al male consigliato

imperadore. Ma avverte il padre Pagi dirsi dal papa: _Ecclesias Dei

denudasti, tametsi talem habebas pontificem, domnum videlicet Germanum

fratrem nostrum et comministrum. Hujus debebas tamquam patris et

doctoris,_ etc. _consiliis obtemperare. Annum enim agit hodie vir ille

nonagesimum quintum,_ etc. _Illum igitur omittens lateri tuo adjungere,

improbum illum Ephesium Apsimari filium, ejusque similes audisti._ Ma

queste parole confermano che sussisteva tuttavia s. Germano nel

patriarcato, perciocchè il santo papa accusa l'imperadore di non essersi

consigliato con lui. Che avrebbe poi detto se l'avesse anche

ingiustamente cacciato dalla sua sedia? E il testo greco non dice

assolutamente, _benchè tu avessi un tal pontefice_, ma dice: Καἰ τοι γε

τοιοῦτον ἒχων ̓Αρχιερέα, che può significare, _benchè tu abbi

un tal pontefice_. Egli è poi da notare in essa lettera la risposta che

dà s. Gregorio alle minacce dell'imperadore di far condurre prigione lo

stesso papa a Costantinopoli, com'era intravenuto al di lui predecessore

san Martino. Risponde il saggio pontefice, ch'egli non è già per

combattere coll'imperadore, ma bastargli di ritirarsi solamente

ventiquattro stadi fuor di Roma nella Campania; e che venendo o mandando

poi esso Augusto, farà sol battaglia coi venti. Questo ci fa intendere

che i confini del ducato beneventano, posseduto dai duchi di Benevento,

erano distanti solamente poco più di tre miglia dalla città di Roma per

la parte della Campania; e però in pochi passi poteva trasferirsi il

pontefice in paese, dove non si stendeva il braccio dell'imperadore.

Sembra nondimeno incredibile che arrivasse così vicino a Roma il dominio

dei Longobardi. Camillo Pellegrino[286] dubitò che fosse scorretto il

testo greco, oppure che le tre miglia suddette si debbano computare dal

confine del ducato romano sino alla prima fortezza dei Longobardi. A noi

mancano le memorie per decidere questo punto.

In quest'anno, per quanto io vo conghietturando, ricuperarono i Greci la

città di Ravenna. Leggesi una lettera, a noi conservata da Andrea

Dandolo[287], rapportata dal Baronio e da altri, in cui papa Gregorio

scrive ad _Orso_ duca di Venezia, essere stata presa la città di

Ravenna, capo di tutte, _a nec dicenda gente Longabardorum_; e sapendosi

che l'esarco _nostro figliuolo_ dimora in Venezia, però gli comanda di

unirsi con noi affine di rimettere sotto il dominio de' _signori nostri

figliuoli Leone e Costantino_ grandi imperadori quella città. Non può

negarsi; questa lettera ha tutta la patina dell'antichità; eppure io non

lascio di aver qualche dubbio intorno alla sua legittima origine.

Questo, perchè ho pena a persuadermi che quel saggio papa nelle

circostanze di questi tempi potesse chiamar la nazion longobarda _nec

dicendam_ (lo stesso è che dire _nefandam_), titolo che si dava ai

Saraceni, e che fu anche dato ai Longobardi, allorchè sui principii

erano crudeli, nemici fieri di Roma ed ariani. In questi tempi noi

sappiamo che tutti professavano la religion cattolica, erano figliuoli,

come gli altri, della santa Chiesa romana, e gli abbiam veduti

protettori del sommo pontefice contro le violenze dell'imperadore; e

senza l'aiuto di essi il pontefice Gregorio restava preda del sacrilego

furor de' Greci. Come mai un sì avveduto pontefice potè sparlare in tal

forma dei Longobardi? Aggiungasi che non si può sì facilmente concepire

tanta premura del pontefice in favor dell'esarco rifugiato, come ivi si

dice, in Venezia. Se s'intende di _Paolo_ esarco, costui, per attestato

di Anastasio, era scomunicato, e poi fu ucciso dai Ravennati. Se di

_Eutichio_, anch'egli, per asserzion del medesimo storico, era

scomunicato e in disgrazia del pontefice, e toccò dipoi, siccome

vedremo, al re Liutprando di rimetterlo in sua grazia. Potrebbe

solamente dirsi che la presa e ricupera di Ravenna succedette nell'anno

725 prima che spuntasse l'eresia degl'iconoclasti, come ha creduto il

Sigonio con altri, e pare che si ricavi dallo stesso Anastasio: nel qual

tempo passava buona armonia fra il papa e l'imperadore, e i suoi

ministri. Ma ciò non sussiste. Si sa da Anastasio medesimo che l'esarco

_Paolo_ fu mandato in Italia con ordine di levar dal mondo papa Gregorio

II, e fece quanto potè per eseguirlo. Certo è altresì che non già

nell'anno 725, ma molto più tardi, e certo dappoichè Leone Augusto si

dichiarò nemico delle sacre immagini, e cominciò la persecuzione per

cagion d'esse, Ravenna fu presa. Ne abbiamo l'autentica testimonianza

dello stesso Gregorio II, che, dopo aver narrato nella prima lettera a

Leone Isauro l'affare della statua del Salvatore, per cui esso Augusto

avea fatto uccidere alcune donne, aggiugne che divulgata la fama di

queste sue crudeli puerilità, i popoli più lontani aveano calpestate le

immagini del medesimo Augusto, e che _i Longobardi e i Sarmati ed altri

popoli settentrionali aveano fatto delle scorrerie per l'infelice

Decapoli_ (cioè per le dieci città sottoposte a Ravenna), _ed occupata

la stessa metropoli Ravenna, con iscacciarne i magistrati cesarei, e

porvi al governo i lor propri, ed ora minacciano d'invadere gli altri

luoghi imperiali vicini, e Roma stessa, giacchè esso imperadore non ha

forza per difenderli. E questo tutto avvenuto per l'imprudenza e

stoltezza dello stesso Augusto._ Adunque scorgiamo seguita l'occupazion

di Ravenna dappoichè Leone s'era scatenato contro le sacre immagini; nè

questa città, allorchè il papa scrisse, era stata per anche ricuperata

da' Greci, nè il papa mostra d'aver data mano per ripigliarla, nè

premura perchè si ripigli. Finalmente è da osservare che nè Anastasio

bibliotecario, nè Paolo Diacono parlano punto che s. Gregorio

s'impacciasse in far ritorre ai Longobardi Ravenna; e pur questo sarebbe

stato di gran gloria d'esso pontefice, il quale avrebbe renduto bene per

male ad un imperadore sì fatto, cioè ad un persecutore della di lui vita

e dignità. Comunque sia, o fosse il papa o fosse l'esarco che

accalorasse questa spedizione, egli è fuor di dubbio che Ravenna tornò

alle mani de' Greci e fu ritolta ai Longobardi. Si dee la lode di questo

fatto al valore fino in que' tempi riguardevole dei Veneziani, asserendo

Paolo Diacono[288], che stando in _Ravenna Ildebrando nipote del re

Liutprando_, _e Peredeo duca di Vicenza_, all'improvviso arrivò loro

addosso l'armata navale dei Veneziani; e che nella battaglia da essi fu

fatto prigione Ildebrando: e che Peredeo bravamente combattendo vi restò

ucciso. Agnello ravennate[289] anch'egli lascia abbastanza intendere,

benchè molto ci manchi della sua storia, che Ravenna fu ricuperata;

perciocchè dopo aver narrata l'occupazione fattane dai Longobardi, dice

che sdegnati i Ravegnani contra di _Giovanni_ loro arcivescovo (senza

allegarne il perchè), il cacciarono in esilio, e perciò egli stette per

un anno in Venezia con danno notabile della sua chiesa. Ma ravveduti

dipoi fecero che l'esarco il richiamasse alla sua sedia. Quegli

scrittori moderni che rapportano varie particolarità della presa di

Ravenna, le han tolte dalla sola loro immaginazione. Per altro non si

può assegnare per mancanza di memorie il tempo preciso nè della

occupazione, nè della ricupera d'essa città, e dee a noi bastare di

saper con sicurezza che l'una e l'altra avvenne dappoichè fu principiata

la guerra contra le sacre immagini. Cosa accadesse della _Pentapoli_

occupata dai Longobardi, non ce l'han rivelato gli antichi; ma da

Anastasio[290] sufficientemente si ricava che ritornò anch'essa allora

alle mani dell'esarco.

Abbiamo poi da esso Anastasio[291] che nel gennaio di quest'anno fu

veduta per più di dieci giorni una cometa. E parimente da lui sappiamo

che _Eutichio_ patrizio ed esarco fece lega col re Liutprando, essendosi

convenuto fra loro di unir l'armi, affinchè il re potesse sottomettere

alla sua corona i duchi di Spoleti e di Benevento, e l'esarco di Roma

all'imperadore. Se fosse certo che in questo medesimo anno fosse stata

ricuperata Ravenna dai Greci e Veneti, potremmo immaginare che il re

Liutprando per riavere il nipote _Ildebrando_, condotto prigione a

Venezia, s'inducesse a far la pace e lega coll'esarco. Paolo altro non

dice, se non che esso re si mosse a questa unione per desiderio di

soggiogare i duchi di Spoleti e di Benevento. Non è noto onde nascesse

questo mal animo del re Liutprando contro que' duchi suoi vassalli.

Crede il conte Campelli[292] che il re mal sofferisse di vedere quei

principi come assoluti padroni di quelle contrade, e che non

riconoscessero nel re se non la semplice sovranità; e però portato

dall'ambizione volesse assoggettarseli come gli altri duchi della

Neustria, Austria e Toscana, che erano governatori delle città. Se ciò

fosse, non è chiaro. Solamente vedremo da una lettera di papa Gregorio

III, che quei duchi protestavano d'esser pronti a soddisfare a tutti i

lor doveri verso del re, _secondo l'antica consuetudine_; del che non

doveva essere contento il re Liutprando, con esigere di più. Ma quella

lettera non ha che fare con questi tempi, essendo scritta nell'anno 741.

Ora Anastasio racconta che il re colle sue forze andò a Spoleti; e

perciocchè _Trasmondo_ duca di quella contrada, siccome ancora il duca

di Benevento (secondo i conti di Paolo Diacono, dovrebbe essere stato

_Romoaldo II_) conobbero di non potere resistere alla di lui potenza, si

umiliarono, e gli promisero ubbidienza con solenni giuramenti, dandogli

anche degli ostaggi per pegno della lor parola. Poscia coll'esercito

marciò alla volta di Roma, e si attendò nel campo di Nerone. Sapeva il

buon papa Gregorio II che la pietà non era l'ultima delle virtù del re

Liutprando, e però intrepidamente uscito della città, andò a trovarlo e

a parlargli. Non potè Liutprando resistere alle paterne ammonizioni del

santo padre, e ne restò sì ammollito e compunto, che se gli gittò a'

piedi, con promettergli di non far male ad alcuno. Poscia entrati nella

basilica vaticana, ch'era allora fuori di Roma, esso re davanti al corpo

del principe degli Apostoli spogliossi del manto regale, de'

braccialetti, dell'usbergo, del pugnale, della spada dorata, della

corona d'oro e della croce d'argento, e tutto lasciò in dono e in

memoria della sua venerazione a quel celebratissimo sepolcro. Finita

l'orazione, fu pregato il papa da Liutprando di volere rimettere in sua

grazia ed assolvere l'esarco _Eutichio_: il che fu fatto; e poscia il re

con esso esarco se ne tornò indietro, senza aver fatto male ad alcuno.

Resta a noi il solo abbozzo di questi avvenimenti, ma senza che sieno a

notizia nostra pervenuti i motivi e le circostanze d'essi. Nè vo'

lasciar di dire che in quest'anno[293] il figliuolo del principe dei

Gazari, cioè dei Turchi, entrò nell'Armenia e nella Media, possedute da'

Saraceni, sconfisse l'esercito loro, comandato da Garaco generale di

essi Arabi Mussulmani, e, dopo aver saccheggiate quelle provincie,

ritornò al suo paese, con lasciare un gran terrore nella nazione de'

Saraceni.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 74 / 339 题