NOTE:

[270] Anastas., in Gregor. II.

[271] Anastas., in Gregor. II.

[272] Pagius, ad Annal. Baron.

[273] Theoph., in Chronogr.

[274] Anastas., in Gregor. II.

[275] Johannis Damasceni Oper. tom. 1.

Anno di CRISTO DCCXXVIII. Indiz. XI.

GREGORIO II papa 14.

LEONE Isauro imperad. 12.

COSTANTINO Copronimo Augusto 9.

LIUTPRANDO re 17.

Scoprivasi ogni dì più empiamente animato l'imperador _Leone_ non solo

contro le sacre immagini, ma eziandio contro il santo pontefice

_Gregorio_ difensore delle medesime. Tentarono i suoi ministri con

replicati ordini imperiali[276] di muovere contro di lui i popoli della

Pentapoli, cioè di cinque città, che son credute Rimini, Pesaro, Fano,

Umana ed Ancona, tuttavia in que' tempi soggette ai Greci, e parimente i

Veneziani. Ma que' popoli risolutamente negarono di consentire a sì nera

iniquità, anzi protestarono d'essere pronti a dar la vita per la difesa

del medesimo pontefice. Nè ciò loro bastando, scomunicarono l'esarco

_Paolo_, e chiunque teneva con lui, giugnendo a non volere i governatori

da lui destinati per le città, e ad eleggerne essi quelli che fossero

uniti alla Chiesa romana. Furono anche vicini que' popoli d'Italia

ch'erano sudditi dell'imperio, a creare un nuovo imperadore, con disegno

di condurlo a Costantinopoli, e ne tennero varie consulte. Ma il saggio

e piissimo papa disturbò questa loro risoluzione, sperando sempre che

l'imperadore s'avesse a ravvedere e a rimettersi nel buon cammino.

Accadde poscia che anche _Esilarato_ duca di Napoli, accecato dal

desiderio di farsi del merito coll'imperadore, sedusse non pochi di

quella parte della Campania, che tuttavia ubbidivano all'imperio, e

venne insieme con _Adriano_ suo figliuolo alla volta di Roma, pieno di

mal talento contro del pontefice. Allora il popolo romano, acceso di

zelo, uscì coll'armi contro di costoro, e preso esso Esilarato col

figliuolo, amendue li privarono di vita. Saputo poscia che _Pietro_

novello duca di Roma avea scritto alla corte contro del papa, il

cacciarono fuor di città. Nè minore fu il tumulto che durante questi

torbidi si svegliò in Ravenna. Molti aderivano all'empietà

dell'imperadore, ma i più erano in favore e difesa del romano pontefice.

Si venne perciò alle mani fra loro, e in quel conflitto restò ammazzato

lo stesso esarco Paolo. Era finora stato solamente spettatore di queste

brutte scene d'Italia, accadute per la pazza condotta di Leone Augusto,

il re _Liutprando_. Ma vedendo crescere il fuoco, e cotanto irritati e

sì mal disposti gli animi de' sudditi imperiali contro del loro sovrano,

volle cavar profitto da questa disunione, prendendo, credo io, motivo e

pretesto di muovere le sue armi dalla persecuzione d'esso imperadore

contro della Chiesa e del capo visibile della medesima. Nè duro fatica a

figurarmi che fosse anche invitato a questo giuoco da non pochi, i quali

non sapevano digerire d'aver per signore un imperador empio, e che, per

attestato di Anastasio, avea spogliate varie chiese: laddove sotto i re

longobardi la religion cattolica e i suoi ministri godevano tutta la

possibil tranquillità e il dovuto rispetto. Però uscito in campagna col

suo esercito, si spinse contro le terre dell'esarcato. Pare che la sua

prima impresa fosse l'assedio di _Ravenna_, dove stette sotto per alcuni

giorni; ed è certo che la prese, benchè Anastasio espressamente nol

dica, attestandolo chiaramente Paolo Diacono[277] ed Agnello

ravennate[278], che un secolo dopo scrisse le vite di quegli

arcivescovi. Anzi esso Agnello ci ha conservato qualche particolarità di

quel fatto, con dire che, per intelligenza di uno di que' cittadini,

Liutprando v'entrò, perchè avendo finto di dare un fiero assalto alla

porta del Vico Salutare, ed essendo corsi tutti i cittadini colà alla

difesa, il traditore intanto aprì la porta che va al Vico Leproso, e

introdusse i Longobardi. Gran somma di danaro era stata promessa a

costui; si sbrigarono da questo pagamento i Longobardi con ammazzarlo il

primo nell'entrare in città, se pure non morì per un trave cadutogli

addosso, come pare che voglia dire lo storico Agnello. Impadronissi

ancora Liutprando del castello, ossia della Città di Classe, e, secondo

la testimonianza d'Anastasio, ne portò via immense ricchezze. Han

creduto e credono tuttavia i Pavesi, che in tal congiuntura il re

Liutprando asportasse da Ravenna a Pavia la bella statua di bronzo di un

imperadore a cavallo, stimato Antonino Pio, la qual tuttavia serve di

ornamento alla lor piazza, ed è da loro chiamata il _Regisole_.

Oltre a ciò, altri paesi vennero in potere del re Liutprando, perchè,

secondo Paolo, egli prese _Castra Æmiliae, Formianum et Montem Bellium,

Buxeta et Persiceta, Bononiam et Pentapolim, Auximumque_. Anastasio

scrive che _Longobardis Æmiliae Castra, Feronianus, Montebelli, Bononia,

Verablum cum suis oppidis Buxo et Persiceto, Pentapolis quoque et

Auximana civitas se tradiderunt_. Quale di questi autori abbia copiato

l'altro nol so, perchè le vite dei papi son di varii scrittori. Si

conosce ben da queste parole che la città di _Osimo_ era distinta dalla

_Pentapoli_, e che _Feronianum_ era il _Fregnano_, picciola provincia

del ducato di Modena nelle montagne, dove sono Sestola, Fanano ed altre

terre. _Mons Bellius_ è _Monte Veglio_ o _Monte Vio_ nel territorio di

Bologna presso il fiume Samoggia. _Verablo_ e _Busso_, o _Bussetta_, son

forse nomi guasti, non potendo qui entrar _Busseto_ posto fra Parma e

Piacenza verso il Po, perchè non è mai credibile che i Longobardi

padroni delle città circonvicine avessero differito fino a questi tempi

la conquista di quel luogo. _Persiceto_ è un tratto di paese spettante

negli antichi secoli al contado di Modena, siccome ho dimostrato nelle

Antichità italiche[279], in cui era allora compreso il celebre monistero

di Nonantola. Tuttavia la nobil terra di san _Giovanni in Persiceto_

ritien questo nome nel distretto di Bologna. Dalla parte ancora del

ducato di Spoleti, per testimonianza d'Anastasio, dai Longobardi fu

occupata la città di _Narni_, nè sappiamo se la restituissero. Presero

anche il castello di _Sutri_, dipendente dal ducato romano; ma questo

nol tennero che cento quaranta o pur quaranta giorni; perchè il buon

papa con tante lettere e regali si adoperò presso il re Liutprando, che

l'indusse a rilasciarlo, dopo averlo spogliato di tutte le sostanze de'

cittadini. Nè volle il re cederlo a' ministri imperiali, ma bensì ne

fece una donazione alla Chiesa romana. Può essere che in tal congiuntura

accadesse ciò che narra il suddetto Paolo, cioè, che trovandosi il re

Liutprando nella _Pentapoli a Vico Pilleo_, una gran moltitudine di

quegli abitanti andava a portargli de' regali, per esentarsi dal sacco

ed ottener delle salve guardie. Sopravvenne una gran brigata di soldati

romani, che uccisero e fecero prigione quella sfortunata gente. In

questi tempi venne a Napoli _Eutichio_ patrizio eunuco, che altra volta

vien detto avere esercitata la carica di esarco d'Italia, rivestito

della medesima dignità. Costui portava ordini pressanti dell'empio

Augusto di levar di vita il santo pontefice Gregorio II. Nè molto stette

a risapersi il suo crudel disegno, e ch'egli meditava ancora di dare il

sacco alle chiese, e di far altri malanni. Fu colto un suo uomo

incamminato a Roma con lettere indicanti ch'esso esarco la voleva contro

la vita del papa e dei principali di Roma. Fecero istanza i Romani che

s'impiccasse il messo, ma il misericordioso pontefice il salvò dalla

morte. Per questa cagione poi dichiararono scomunicato l'esarco

Eutichio, e tutti s'obbligarono con giuramento di non mai permettere che

ad un papa sì zelante per la religione, e difensor delle chiese, fosse

recato alcun nocumento, o tolta la sua dignità. Ora veggendo Eutichio,

che non gli potea venir fatto il sacrilego colpo finchè non allontanava

i Longobardi dall'amicizia e protezion dei Romani, si studiò di ottener

l'intento con promettere dei gran doni ai duchi de' Longobardi, e allo

stesso re Liutprando, se desistevano dallo spalleggiare i Romani. Ma

conoscendosi il mal talento e la malizia del perfido eunuco ministro

imperiale, tanto i Romani quanto i Longobardi si strinsero maggiormente

in lega, protestandosi che si riputerebbono gloriosi se potessero

spendere le lor vite per la conservazione e difesa di un sì pio e santo

papa, e risoluti di non gli lasciar fare alcun torto dai nemici di Dio e

di lui. Intanto il buon pontefice attendeva a far di copiose limosine,

orazioni, digiuni e processioni, confidando più nel soccorso di Dio che

in quello degli uomini, con ringraziar nondimeno il popolo

dell'amorevole lor volontà, e raccomandar loro di far buone opere e di

sperare in Dio, esortandoli nello stesso tempo a non desistere

dall'amore e dalla fedeltà del romano imperio. Questa verità, attestata

da Anastasio bibliotecario[280] e da Paolo Diacono[281], autori ben

informati delle cose d'Italia, e comprovata dai fatti, ci fa chiaramente

conoscere che Teofane[282] scrittor greco, e chiunque gli tenne dietro,

s'ingannò in iscrivendo che papa Gregorio II (da lui per altro

sommamente lodato) sottrasse dall'ubbidienza dell'imperadore Roma,

l'Italia e tutto l'Occidente. Se il santo pontefice avesse voluto, era

finita allora per gl'imperadori greci in Italia; ma a lui bastò di

difendere le ragioni della Chiesa e la sua propria vita, ed impedì che i

popoli sollevati non passassero all'elezione di un altro imperadore.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 73 / 339 题