NOTE:

[185] Anastas., in Constant.

[186] Lupus, in Notis ad Canon. Concil. Trull.

[187] Pagius, ad Annal. Baron.

[188] Agnell., in Vit. Felicis, tom. 2, Rer. Italic.

[189] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 4.

[190] Theoph., in Chronogr.

[191] Niceph., in Chron.

[192] Cedren., in Annalib.

[193] Zonaras, in Historia.

[194] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 31.

Anno di CRISTO DCCXII. Indizione X.

COSTANTINO papa 5.

FILIPPICO imperadore 2.

ALIPRANDO re 1.

LIUTPRANDO re 1.

Sotto il nuovo imperadore _Filippico_ si credeva omai di goder pace e

tranquillità il romano imperio, quando costui si venne a scoprire

imbevuto di errori contrarii alla dottrina ed unità della Chiesa

cattolica. Si disse (ma forse fu una ciarla inventata da alcuno) che un

monaco del monistero di Callistrato molti anni prima gli avea più volte

predetto l'imperio, con raccomandargli insieme di abolire il concilio

sesto generale, come cosa mal fatta, se pure a lui premeva di star

lungamente sul trono. Gliel promise Bardane[195], ossia Filippico, e la

parola fu mantenuta. Poco dunque stette, dopo esser giunto al comando,

che raunato un conciliabolo di vescovi, o adulatori o timorosi, fece

dichiarar nullo il suddetto concilio, ed insieme condannare i padri che

lo aveano tenuto, avendo già cacciato dalla sedia di Costantinopoli

_Ciro_, e a lui sostituito _Giovanni_ aderente ai suoi errori. Se ne

stava poi questo novello Augusto passando le ore in ozio nel palazzo, e

pazzamente dilapidando i tesori raunati dai precedenti Augusti, e

massimamente dal suo predecessore Giustiniano II con tanti confischi da

lui fatti sotto varii pretesti. Per altro nel parlare era molto

eloquente, e veniva riputato uomo prudente; ma ne' fatti si scoprì

inabile a sì gran dignità, e specialmente sporcò la sua vita coll'eresia

e con gli adulterii, essendo penetrata la sua lussuria fin dentro i

chiostri delle sacre vergini. La fortuna di Filippico fu ancor quella di

_Felice_ arcivescovo di Ravenna, il quale accecato viveva in esilio

nella Crimea[196]. Venne egli rimesso in libertà dal nuovo Augusto, con

fargli restituire quanto avea perduto. Fu anche regalato da lui di molti

vasi di cristallo, ornati d'oro e di pietre preziose. Fra gli altri doni

v'era una corona picciola d'oro, ma arricchita di gemme di tanta valuta,

che un giudeo mercatante, a' tempi d'Agnello storico, interrogato da

Carlo Magno, quanto se ne caverebbe vendendola, rispose che tutte le

ricchezze e i paramenti della cattedral di Ravenna non valevano tanto

come quella sola corona. Ma questa, soggiugne Agnello, sotto lo

arcivescovo _Giorgio_, che fu ai suoi giorni, sparì. Racconta dipoi esso

storico un miracolo fatto da questo arcivescovo, con far morire

daddovero chi s'era finto morto per burlarlo. Ma in questi secoli una

gran facilità v'era a spacciare, e molto più a credere le cose

maravigliose; e noi, dopo aver veduto la superbia di questo prelato che

volle cozzar coi romani pontefici, non abbiamo gran motivo di tenerlo

per santo. Convien nondimeno confessare il vero, e ne abbiam la

testimonianza di Anastasio bibliotecario[197], che, ritornato questo

arcivescovo in Italia, pentito dell'antico orgoglio, mandò a Roma la sua

profession di fede e l'atto della sua sommessione al papa, con che si

riconciliò colla Chiesa romana, e visse poi sempre di accordo con lei.

Secondo tutte le apparenze, Felice arcivescovo quegli fu che fece depor

l'armi ai Ravennati e cessar la cominciata loro ribellione. Tre mesi

dopo l'arrivo in Roma di papa _Costantino_, cioè verso il fine di

gennaio dell'anno presente, arrivò colà la nuova della mutazione

accaduta in Costantinopoli, colla creazione d'un imperadore eretico:

cosa che turbò forte esso papa e tutta la Chiesa. Venne dipoi anche

lettera del medesimo Augusto, che portava la dichiarazione degli errori

di lui: ma il papa col consiglio del clero la rigettò. Anzi acceso di

zelo tutto il popolo romano, fece pubblicamente dipingere nel portico di

san Pietro i sei concilii generali, acciocchè ben comparisse il suo

attaccamento alla vera fede. Animosamente ancora dipoi si oppose

all'ordine mandato da Costantinopoli, che simili pitture si abolissero.

Andò tanto innanzi lo zelo di esso popolo, che fu risoluto di non

riconoscere Filippico per imperadore, nè di ammettere il suo ritratto,

siccome si solea fare degli altri Augusti, con riporlo poi in una

chiesa, nè di nominarlo nella messa e negli strumenti, nè di lasciar

correre moneta battuta da lui. Ciò vien pure attestato da Paolo Diacono.

Fino a questi tempi _Ansprando_, aio del fu re _Liutberto_, avea fermato

il piede in Baviera. Probabilmente era anche egli o nativo o oriondo di

quel paese, che avea dato più re ai Longobardi in Italia, siccome abbiam

veduto[198]. Ora egli, ottenuto un poderoso corpo di soldatesche da

_Teodeberto_ duca d'essa Baviera, venne in Italia contra del re

_Ariberto II_, che non fu pigro ad incontrarlo colle sue forze. Seguì

fra loro una giornata campale, che costò di gran sangue all'una e

all'altra parte. La notte fu quella che separò i combattenti; e la

verità è, che i Bavaresi ebbero la peggio, e si preparavano alla fuga.

Ma Ariberto, che non dovea essere bene informato del loro stato, in vece

di star saldo nel suo accampamento, giudicò meglio di ritirarsi

coll'esercito in Pavia. Questa risoluzione, sì, perchè rimise in petto

ai nemici l'ardire, e sì perchè tornò in vergogna e danno de'

Longobardi, parendo che fossero vinti, cagionò tale alienazion d'affetto

dei Longobardi verso di Ariberto, che protestarono di non voler più

combattere per lui, e che volevano darsi ad Ansprando. Il perchè

Ariberto, entrato nell'anno dodicesimo del suo regno, temendo di sua

vita, determinò di ritirarsi in Francia; e preso quant'oro potè portar

seco, segretamente fuggì dalla città. Ma mentre egli vuol passare a

nuoto il Ticino, il peso dell'oro (se pur si può credere) fu cagione

ch'egli restasse affogato nell'acque. Trovato nel dì seguente il suo

cadavero, gli fu data sepoltura nella chiesa di san Salvatore fuori

della porta di ponente, fabbricata dal re Ariberto I, suo avolo. A

riserva del principio del regno di questo re, che coll'usurpazione e

colla crudeltà si tirò dietro il biasimo dei saggi, _Ariberto II_ si

fece conoscere principe pio, limosiniere e amatore della giustizia. Ebbe

egli in uso di uscir di corte la notte travestito, e di girar qua e là,

per sentire non men da quei della terra che dai forestieri cosa si

diceva di lui per le città, e qual giustizia si facesse dai giudici del

paese: il che serviva a lui di scorta per rimediare ai non pochi

disordini. E qualora venivano ambasciatori de' potentati stranieri a

trovarlo, il costume suo era di lasciarsi loro vedere con abiti vili, e

colle pellicce usate allora assaissimo dal popolo; nè mai volle imbandir

la loro tavola di vini preziosi, nè di vivande rare, affinchè non

concepissero grande idea del paese, e non venisse lor voglia d'insinuar

la conquista d'Italia ai loro padroni. Ebbe un fratello per nome

_Gumberto_, che, fuggito in Francia, quivi passò il resto de' suoi

giorni, e lasciò dopo di sè tre figliuoli, uno de' quali, appellato

_Ragimberto_, a' tempi di Paolo Diacono era governatore della città

d'Orleans. Dappoichè terminato fu il funerale del re Ariberto II, di

concorde volere i Longobardi elessero per re loro _Ansprando_,

personaggio provveduto di tutte le qualità che si ricercano a ben

governar popoli, e massimamente di prudenza, nel qual pregio ebbe pochi

pari. Ma corto di troppo fu il suo regno, essendo stato rapito dalla

morte dopo soli tre mesi di regno in età di cinquantacinque anni. Prima

nondimeno di morire, ebbe la consolazion d'intendere che i Longobardi

aveano proclamato re _Liutprando_ suo figliuolo, così nominato, e non

già _Luitprando_, come costa dalle lapidi e dai documenti antichi. Fu

posto il di lui cadavero in un avello nella chiesa di sant'Adriano,

fabbricata, per quanto si crede, da lui, col seguente epitaffio composto

di versi ritmici.

ANSPRANDVS, HONESTVS MORIBVS, PRVDENTIA POLLENS,

SAPIENS, MODESTVS, PATIENS, SERMONE FACVNDVS,

ADSTANTIBVS QVI DVLCIA, FAVI MELLIS AD INSTAR,

SINGVLIS PROMEBAT DE PECTORE VERBA.

CVIVS AD AETHEREVM SPIRITVS DVM PERGERET AXEM,

POST QVINOS VNDECIES VITAE SVAE CIRCITER ANNOS

APICEM RELIQVIT REGNI PRAESTANTISSIMO NATO

LYVTHPRANDO INCLYTO ET GVBERNACVLA GENTIS,

DATUM PAPIAE DIE IDVVM IVNII INDICTIONE DECIMA.

Quel _datum Papiae_ temo io che non si legga così disteso nel marmo, sì

perchè questo non è un diploma o una lettera da mettervi il _datum_, e

sì perchè non si soleva per anche dire _Papiae_, ma bensì _Ticini_.

Verisimilmente le due sole lettere DP, che significano _depositus_, si

son convertite in _Datum Papiae_. Per altro sta bene la nota

cronologica, apparendo da varie memorie da me rapportate nelle Antichità

Italiche, e da altre osservate dal cardinal Baronio[199], dal p.

Pagi[200] e da altri, che cominciò in quest'anno a regnare il re

_Liutprando_ suo figlio, giovane bensì, ma principe di grande

aspettazione. Veggasi ancora uno strumento della primaziale di Pisa, da

me pubblicato[201], da cui apparisce che tra il febbraio e luglio

dell'anno presente Liutprando diede principio all'epoca del suo regno.

Prima nondimeno di terminar quest'anno, vo' riferire un fatto spettante

ai tempi del re Ariberto II, e succeduto nell'anno undecimo del suo

regno, per cui si accese in Toscana una fiera lite fra i vescovi di

Arezzo e di Siena, che durò poi dei secoli, come apparisce dagli Atti da

me dati alla luce nelle Antichità italiche[202]. Ne rapporterò il

principio colle parole stesse di Gerardo, vecchio primicerio della

Chiesa aretina che ne lasciò nell'anno 1057 una memoria, tuttavia

esistente manuscritta nell'archivio di quei canonici, e da me tempo fa

copiata. _Aripertus_ (dice egli) _filius ejus regnavit annos XII, cujus

regni anno undecimo senensis civitatis episcopus contra Deum, suique

ordinis periculum, sanctorum patrum firmissima jura, sanctaeque

Ecclesiae terminos transgressus, invasit quamdam sanctae aretinae

ecclesiae paroechiam, senensi territorio positam, atque per integrum

annum enormiter, ut ipse episcopus postea ante Liutprandum

gloriosissimum regem confessus est, usurpavit, ordinans in ea aliquanta

oracula, et duos presbyteros; statimque synodali terrore perterritus

cessavit. Tunc autem haec temeraria praesumptio et prima usurpatio

initium sumpsit, ut in vetustissimis thomis ego Gerardus, antiquus

sanctae aretinae Ecclesiae primicerius, qui et haec omnia, Deo teste,

veraciter ordinavi, legi paucis ab... Lupertianus aretinensis episcopus

cum suis domesticis habitabat apud plebem sanctae Mariae in Pacina,

pacifico et quieto ordine exercens ea, quae ad episcopum pertinent in

sua dioecesi. Illo autem tempore senensis civitas erat domnicata ad

manus Ariberti regis Langobardorum, habitabatque in ea judex regis

Ariperti, nomine Gundipertus, qui veniens simul cum Roberto Castaldio

regis Ariberti ad plebem sanctae Mariae in Pacina, ubi episcopus

Lupertianus aritinensis erat, nullamque reverentiam episcopo exhibens,

coepit homines ipsius episcopi injuriose atque contumeliose distringere,

atque per placita fatigare. Quod factum, Aretini, qui cum episcopo

erant, non volentes pacificare, tandem irruentes ipsum Godipertum

judicem senensis civitatis occiderunt. Qua de causa universus senensis

populus commotus est adversus Lupertianum episcopum, eumque inde

fugaverant, illam que parochiam Adeodatum senensem episcopum, qui erat

consobrinus praedicti Godoperti judicis, quem Aretini interfecerant,

volentem, nolentemque per unum annum tenere fecerunt. Ibique tria

oracula_ (cioè tre oratorii) _et duos presbyteros enormiter, et contra

ecclesiasticam disciplinam consecravit. Obiit autem praedictus rex anno

Dominicae Incarnationis DCCXII._ Vedremo andando innanzi la continuazion

di questa lite, essendo qui solamente da osservare che non di una sola

parrocchia, ma di molte si disputò fra que' vescovi, siccome fra poco si

osserverà. Continuarono ancora in quest'anno i Saraceni le loro

conquiste nella Spagna, con impadronirsi di Merida, di Siviglia, di

Saragozza e d'altre città. Solamente fece loro fronte il valoroso

_Pelagio_, che eletto re dei Cristiani nell'Austria, riportò anche varie

vittorie contra di quegl'infedeli.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 57 / 339 题