NOTE:

[184] Agnell., in Vit. Felicis.

Anno di CRISTO DCCXI. Indizione IX.

COSTANTINO papa 4.

FILIPPICO imperadore 1.

ARIBERTO II re 11.

Nella primavera di quest'anno continuò _Costantino_ papa il suo viaggio

per mare a Costantinopoli, dopo aver ricevuto grandi onori dovunque egli

passava[185]. Ma insigni specialmente furono i fatti a lui, allorchè

giunse colà. Sette miglia fuori di quella regal città gli venne incontro

_Tiberio_ Augusto figliuolo dell'imperador _Giustiniano II_, colla

primaria nobilità, e _Ciro_ patriarca col suo clero, e una gran folla di

popolo. Il papa salito a cavallo con tutti di sua corte, portando il

camauro, come fa in Roma stessa, andò ad alloggiare al palazzo di

Placidia. Saputa la sua venuta, Giustiniano, che si trovava a Nicea, gli

scrisse immantenente una lettera piena di cortesia, con pregarlo di

venir sino a Nicomedìa, dove anch'egli si troverebbe. Quivi in fatti

seguì il loro abboccamento, e l'imperadore ben conoscente della

venerazion dovuta ai successori di san Pietro, colla corona in capo

s'inginocchiò e gli baciò i piedi, ed amendue poscia teneramente

s'abbracciarono con somma festa di tutti gli astanti. Nella seguente

domenica il papa celebrò messa, e comunicò di sua mano l'imperadore, che

poi si raccomandò alle di lui preghiere, acciocchè Dio gli perdonasse i

suoi peccati, e ne avea ben molti. E dopo avergli confermati tutti i

privilegii della Chiesa romana, gli diede licenza di tornarsene in

Italia. Punto non racconta Anastasio qual fosse il motivo, per cui il

papa venisse chiamato in Levante, nè cosa egli trattasse

coll'imperadore. I padri Lupo[186] e Pagi[187] hanno immaginato, e con

verisimiglianza, che si parlasse dei canoni del concilio trullano, e che

il pontefice confermasse quelli che lo meritavano, con riprovar gli

altri ripugnanti alla disciplina ecclesiastica della Chiesa latina. Pare

ancora che ciò si possa inferire da alcune parole del medesimo Anastasio

nella Vita di papa Gregorio II. Ma non è inverisimile che quel capo

sventato di Giustiniano chiamasse colà il papa per far vedere al mondo

ch'egli comandava a Roma, e si faceva ubbidire anche dai sommi

pontefici: giacchè non apparisce chiaro che ciò fosse per motivo della

religione. Comunque sia, partissi il papa da Nicomedia, e benchè da

molti incomodi di sanità afflitto, arrivò finalmente al porto di Gaeta,

dove trovò buona parte del clero e popolo romano, e nel dì 24 di ottobre

entrò in Roma con gran plauso ed allegrezza di tutta la città. Ma nel

tempo della sua lontananza accadde bene il contrario in Roma, cioè uno

sconcerto che arrecò non poca afflizione a quegli abitanti. Passando per

essa città nell'andare a Ravenna il nuovo esarco _Giovanni Rizocopo_

fece prendere Paolo, diacono e vicedomino (cioè il maggiordomo, oppure

il mastro di casa del papa), Sergio abbate e prete, Pietro tesoriere

(parimente, per quanto pare, del papa) e Sergio ordinatore, e fece loro

mozzare il capo. Tace Anastasio i motivi o pretesti di questa

carnificina di persone sacre e di alto affare. Soggiugne bensì, che

costui, andato a Ravenna, quivi, a cagion della sue iniquità, per giusto

giudizio di Dio, vi morì di brutta morte. Questa notizia ci apre l'adito

ad attaccare al suo racconto ciò che abbiamo da Agnello scrittore

ravennate, mentovato più volte di sopra, la cui storia è arrivata fino

ai nostri giorni mercè di un codice manuscritto estense. Ci fa saper

questo istorico[188] che il popolo di Ravenna trovandosi in somma

costernazione e tristezza, non meno pel sacco patito l'anno addietro,

che per la nuova del macello di tanta nobiltà ravennate fatto in

Costantinopoli, scosse il giogo dell'indiavolato imperadore. Elessero

eglino per loro capo Giorgio, figliuolo di quel Giovanniccio, di cui

abbiam parlato di sopra, giovane grazioso d'aspetto, prudente ne'

consigli e verace nelle sue parole. In questa ribellione o

confederazione concorsero l'altre città dell'esarcato, che da Agnello

sono enunziate secondo l'ordine che dovea praticarsi per le guardie,

cioè _Sarsina_, _Cervia_, _Cesena_, _Forlimpopoli_, _Forlì_, _Faenza_,

_Imola_ e _Bologna_. Divise Giorgio il popolo di Ravenna in varii

reggimenti, denominati dalle bandiere; cioè _bandiera_ o _insegna

prima_, _la seconda_, la _nuova_, l'_invitta_, la _costantinopolitana_,

la _stabile_, la _lieta_, la _milanese_, la _veronese_, quella di

_Classe_, e la _parte dell'arcivescovo_ coi cherici, con gli onorati e

colle chiese sottoposte. Quest'ordine nella milizia ravennate si

osservava tuttavia da lì a cento anni allorchè Agnello scrisse la

suddetta storia, cioè le vite degli arcivescovi di quella città. Ma ciò

che operassero dipoi i Ravennati, non si legge nella storia castrata da

gran tempo del medesimo Agnello. Solamente aggiugne che Giovanniccio,

quel valente segretario di Giustiniano Augusto, fu in questo anno, per

ordine d'esso imperadore, crudelmente tormentato e fatto morire, e che

egli chiamò al tribunale di Dio quel crudelissimo principe, con predire

che nel dì seguente anch'egli sarebbe ucciso. Agnese figliuola d'esso

Giovanniccio fu bisavola del medesimo Agnello storico, da cui sappiamo

ancora che lo stesso Giovanniccio quegli fu che mise in bell'ordine il

messale, le ore canoniche, le antifone e il rituale, de' quali si servì

da lì innanzi la Chiesa di Ravenna. Ora egli è da credere che _Giovanni

Rizocopo_ nuovo esarco, giunto in vicinanza di Ravenna, in vece di

prendere le redini del governo trovasse ivi la morte per l'ammutinamento

di due' popoli. Ma è cosa da maravigliarsi come Girolamo Rossi[189],

descrivendo i fatti de' Ravennati in questi tempi, confondesse i tempi,

e di suo capriccio descrivesse avvenimenti, de' quali non parla l'antica

storia, o diversamente ne parla.

Verificossi poi la morte dell'imperador _Giustiniano_, siccome dicono

che avea predetto Giovanniccio. Come succedesse quella tragedia,

l'abbiamo da Teofane[190], da Niceforo[191], da Cedreno[192] e da

Zonara[193]. Cadde in pensiero a questo sanguinario principe di

vendicarsi ancora degli abitanti di Chersona nella Crimea, sovvenendogli

della intenzione ch'ebbero di ammazzarlo, allorchè egli era relegato in

quella penisola. A tale effetto mandò colà un formidabile stuolo di navi

con centomila uomini tra soldati, artefici e rustici. Si può sospettar

disorbitante tanta gente per mare, e che gli storici greci, soliti a

magnificar le cose loro, aprissero ancor qui più del dovere la bocca.

Stefano patrizio fu scelto per general dell'impresa, e con ordine di far

man bassa sopra que' popoli. Scrive Paolo Diacono[194], che trovandosi

allora papa Costantino alla corte, dissuase per quanto potè l'imperadore

da sì crudele impresa; ma non gli riuscì d'impedirla. Grande fu la

strage, e i principali del Chersoneso parte furono inviati colle catene

a Costantinopoli, parte infilzati negli spiedi e bruciati vivi, parte

sommersi nel mare. Giustiniano, all'intendere che si era perdonato ai

giovani e fanciulli, andò nelle furie, e comandò che l'armata nel mese

d'ottobre tornasse colà a fare del resto. Ma sollevatasi una gran

fortuna di mare, quasi tutta questa armata andò a fondo, calcolandosi

(se pur si può credere) che vi perissero circa sessantatremila persone:

del che non solo non si attristò il pazzo imperadore, ma con giubilo

comandò che si preparasse un'altra flotta, e si andasse a compiere la

presa risoluzione, con distruggere tutte le città e castella della

Crimea. Ora quei del paese, che erano fuggiti o sopravanzati alle spade,

avvisati di questa barbara risoluzione, si unirono, si fortificarono,

ottennero soccorso dai Gazari, e dopo aver ripulsate le armi cesaree,

proclamarono imperadore _Bardane_ che assunse il nome di _Filippico_, il

quale, mandato in esilio molti anni prima, siccome dicemmo all'anno 701,

fu chiamato, o accorse colà in tal congiuntura. _Mauro_ patrizio colla

sua flotta, per timore di essere gastigato da Giustiniano, si unì con

Filippico, e tutti concordemente sul fine di quest'anno giunsero a

Costantinopoli, dove pacificamente fu ammesso il nuovo Augusto, giacchè

Giustiniano dianzi uscito in campagna colle poche truppe che avea, e con

un rinforzo ottenuto dai Bulgari, non fu a tempo di prevenire Filippico.

Spedito dipoi contra di esso Giustiniano _Elia_ generale di Filippico,

tanto seppe adoperarsi, che tirò nel suo partito i soldati del di lui

esercito, mandò contenti a casa i Bulgari, ed avuto in mano il bestiale

imperadore Giustiniano, con un colpo di sciabla gli fece, come potè,

pagare il sangue d'innumerabili cristiani da lui sparso. Inviata a

Costantinopoli la di lui testa, d'ordine di Filippico fu poi portata a

Roma. _Tiberio_ Augusto di lui figliuolo scappato in chiesa, ne fu per

forza estratto, ed anch'egli tolto di vita. Questo fine ebbe

_Giustiniano Rinotmeto_, cattivo figliuolo di un ottimo padre, che,

sedotto dallo spirito della vendetta, andò fabbricando a sè stesso la

propria rovina, e colla sua morte liberò da un gran peso la terra. In

quest'anno ancora diede fine a' suoi giorni _Childeberto III_, re di

Francia, che ebbe per successore _Dagoberto III_, tutti re di stucco in

questi tempi, perchè re vero, benchè senza nome, era _Pippino_ di

Eristallo loro maggiordomo.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 56 / 339 题