[180] Anastas. Biblioth., in Constant.
[181] Agnell., Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCIX. Indizione VII.
COSTANTINO papa 2.
GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 5.
ARIBERTO II re 9.
Pensava ogni dì a qualche nuova vendetta l'imperador _Giustiniano_, e
gli vennero in mente i Ravennati, caduti in sua disgrazia, non so se
perchè ricordevole che si fossero nell'anno 692 opposti al suo uffiziale
Zacheria mandato a Roma per imprigionare _Sergio_ papa, oppure perchè
nella sua precedente caduta avessero dati segni d'allegrezza, o
certamente non gli fossero stati fedeli. Racconta Anastasio[182] ch'egli
mandò _Teodoro_ patrizio e generale dell'esercito di Sicilia con una
flotta di navi a Ravenna, il quale prese la città, e tutti i ribelli che
ivi trovò mise ne' ceppi e mandolli a Costantinopoli con tutte le loro
ricchezze, messe in quella congiuntura a sacco. Aggiugne ch'essi
cittadini, per giudizio di Dio e per sentenza del principe degli
Apostoli, riportarono il gastigo della loro disubbidienza alla Sede
apostolica, essendo stati fatti tutti perire d'amara morte, e, fra gli
altri, privato degli occhi il loro arcivescovo _Felice_, che di poi fu
relegato nelle coste del mare Eusino, ossia del Ponto, probabilmente a
Chersona, stanza solita degli esiliati. Bisogna ora ascoltare Agnello
ravennate[183], che poco più di cento anni dopo descrisse questa
tragedia della sua città. Narra egli, nella vita di Felice arcivescovo,
che l'uffiziale spedito da Giustiniano fermossi fuor di Ravenna colle
navi ancorate al lido. Nel primo dì fece un bellissimo accoglimento ai
primarii cittadini, ed invitolli pel dì seguente. Poi fatto addobbar di
cortinaggi il tratto di uno stadio sino al mare, e colà concorsa tutta
la nobilità di Ravenna, cominciò ad ammettergli a due a due all'udienza.
Ma non sì tosto erano dentro, che venivano presi, e con gli sbadacchi in
bocca condotti in fondo di una nave. Con tal frode restarono colti tutti
i nobili della terra, fra gli altri _Felice_ arcivescovo e
_Giovanniccio_, quel valente ravennate che avea servito nella segretaria
del medesimo imperadore. Ciò fatto, i Greci entrarono in Ravenna,
diedero il sacco, attaccarono il fuoco in assaissimi luoghi della città,
che si riempiè di urli e di pianti, e rimase in un mar di miserie.
Poscia diedero le vele al vento, e condussero a Costantinopoli i
prigioni. Ed ecco come trattavano i Greci il misero popolo italiano che
restava suddito al loro dominio. Quei Longobardi, che non si sogliono
senza orrore nominar da taluno, un pacifico e buon governo intanto
faceano godere al resto dell'Italia. In quest'anno i Saraceni
assediarono Tiana città della Cappadocia. Giustiniano per farli
sloggiare vi mandò molte brigate d'armati sotto due generali, che, oltre
al non andare d'accordo, attaccarono senz'ordine il nemico, e furono
rotti colla perdita di tutto l'equipaggio, e così restò la città preda
dei Barbari.