[166] Anastas., in Johann. VII.
[167] Theoph., in Chronogr. Niceph., in Chron.
[168] Elmacinus, Hist. Sarac., lib. 1, pag. 67.
[169] Chr. Farfense, Part. II, t. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCCVI. Indizione IV.
GIOVANNI VII papa 2.
GIUSTINIANO II imperadore di nuovo regnante 2.
ARIBERTO II re 6.
Durava tuttavia la dissensione fra la Chiesa romana e greca per cagione
de' canoni del concilio trullano, che il santo papa _Sergio_ non avea
voluto approvare. In quest'anno comparvero essi canoni a Roma, inviati
dall'Augusto _Giustiniano Rinotmeto_, e portati da due metropolitani con
lettera d'esso imperadore a papa _Giovanni VII_[170], in cui il pregava
ed esortava di raunare un concilio e di riprovare in essi canoni ciò che
meritasse censura, con accettar quello che si fosse creduto lodevole. Ma
il papa, dopo aver tenuto in bilancio questo affare per lungo tempo,
finalmente rimandò gli stessi canoni indietro senza attentarsi di
correggerli. Si sforza il cardinal Baronio[171] di scusare e
giustificare per questa maniera d'operare il pontefice, ma con ragioni
che non appagano. A buon conto, Anastasio bibliotecario, cardinale più
vecchio del Baronio, non ebbe difficoltà di dire che _humana fragilitate
timidus_ non osò emendarli. E il padre Cristiano Lupo[172] osservò che
più saggiamente operò dipoi papa _Costantino_ e non meno di lui papa
_Giovanni VIII_, con esaminarli e separare il grano dal loglio, come
costa dalla prefazione del medesimo Anastasio al concilio VII generale.
Giacchè non sappiamo gli anni precisi dei duchi del Friuli, mi sia
lecito di rapportar qui ciò che Paolo Diacono[173] lasciò scritto di
_Ferdulfo_ duca di quella contrada, uomo vanaglorioso e di lingua poco
ritenuta. Cercava pure costui la gloria di avere almeno una volta vinto
i confinanti Schiavoni; e però diede infin dei regali a certuni d'essi,
acciocchè movessero guerra al Friuli. Vennero in effetto que' Barbari in
gran numero, e mandarono innanzi alcuni saccomanni, che cominciarono a
rubar le pecore de' poveri pastori. Lo _sculdais_, ossia il giusdicente
di quella villa, per nome _Argaido_, uomo nobile e di gran coraggio,
uscì contra di loro co' suoi armati, ma non li potè raggiugnere. Nel
tornar poi indietro s'incontrò nel duca Ferdolfo, il quale inteso che
gli Schiavoni senza danno alcuno se n'erano andati con Dio, in collera
gli disse: _Si vede bene che voi non siete capace di far prodezza
alcuna, da che avete preso il vostro nome da arga_. Presso i Longobardi,
che si piccavano forte d'esser uomini valorosi e persone di onore, la
maggiore ingiuria che si potesse dire ad uno, era quella di _arga_,
significante un _poltrone_, un _pauroso_, un _uomo da nulla_. Come
abbiamo dalla legge 384 del re Rotari, era posta pena a chi dicesse
_arga_ ad alcuno; e costui dovea disdirsi e pagare. Che se poi avesse
voluto sostenere che con ragione avea proferita quella parola, allora la
spada e il duello, secondo il pazzo ripiego di que' barbari tempi,
decideva la lite. Argaido, udita questa ingiuria, rispose: _Piaccia a
Dio che nè io, nè voi usciam di questa vita prima di aver fatto
conoscere chi di noi due sia più poltrone_.
Dopo alquanti giorni sopravvenne lo sforzo degli Schiavoni, che
s'andarono ad accampare in cima di una montagna, cioè in luogo
difficile, a cui si potessero accostare i Furlani. Ferdolfo duca
arrivato col suo esercito, andava rondando per trovar la maniera men
difficile d'assalire i nemici; quando se gli accostò il suddetto Argaido
con dirgli che si ricordasse di averlo trattato da arga, e che ora era
il tempo di far conoscere chi fosse più bravo. Poi soggiunse: _E venga
l'ira di Dio sopra colui di noi due, che sarà l'ultimo ad assalir gli
Schiavoni_. Ciò detto, spronò il cavallo alla volta de' Barbari, salendo
per la montagna. Ferdolfo, spronato anch'egli da quelle parole, per non
esser da meno, il seguitò. Allora i Barbari, che aveano il vantaggio del
sito, li riceverono piuttosto con sassi, che con armi, e scavalcando
quanti andavano arrivando, ne fecero strage; e più per azzardo che per
valore ne riportarono vittoria, con restarci morto lo stesso duca
Ferdolfo ed Argaido, ed anche tutta la nobiltà del Friuli, per badare ad
un vano puntiglio, e anteporlo ai salutevoli consigli della prudenza.
Aggiugne Paolo che il solo _Munichi_ padre di _Pietro_, il quale fu poi
duca di Friuli, e padre di _Orso_, che fu duca di Ceneda, la fece da
valentuomo. Perciocchè gittato da cavallo, essendogli subito saltato
addosso uno Schiavone, ed avendogli legate le mani con una fune, egli
colle mani così impedite strappò la lancia dalla destra dello Schiavone,
e con essa il percosse, e poi con rotolarsi giù per la montagna ebbe la
fortuna di salvarsi. Ed è ben da notare che in questi tempi vi fossero
duchi di Ceneda, perchè questo è potente indizio che il ducato del
Friuli non abbracciasse per anche molte città, e si ristrignesse alla
sola città di _Forum Julii_, chiamata oggidì _Cividal di Friuli_. Morto
_Ferdolfo_, fu creato duca del Friuli, _Corvolo_, il quale durò poco
tempo in quel ducato, perchè avendo offeso il re (Paolo[174] non dice
qual re) gli furono cavati gli occhi colla perdita di quel governo. Dopo
lui fu creato duca del Friuli _Pemmone_, nativo da Belluno, che per una
briga avuta nel suo paese era ito ad abitare nel Friuli, cioè in Cividal
di Friuli, uomo di ingegno sottile, che riuscì di molta utilità al
paese. La promozione sua è riferita all'anno precedente dal dottissimo
padre Bernardo Maria de Rubeis[175]. Pemmone aveva una moglie nomata
Ratberga, contadina di nascita, e di fattezze di volto ben grossolane,
ma sì conoscente di sè stessa, che più volte pregò il marito di
lasciarla, e di prendere un'altra moglie che convenisse a un duca par
suo: segno che in quei tempi barbarici doveva esservi l'abuso di
ripudiare una moglie per passare ad altre nozze. Ma Pemmone da uomo
saggio, qual era, più si compiaceva d'aver una moglie sì umile e di
costumi sommamente pudichi, che d'averla nobile e bella, e però stette
sempre unito con lei. Dal loro matrimonio nacquero col tempo tre
figliuoli, cioè _Ratchis_, _Ratcait_ ed _Astolfo_, il primo e l'ultimo
de' quali col tempo ottennero la corona del regno longobardico, e
renderono gloriosa la bassezza della lor madre. Finalmente questo
Pemmone vien commendato da Paolo, perchè, raccolti i figliuoli di tutti
quei nobili che aveano lasciata la vita nel sopraddetto conflitto, gli
allevò insieme co' suoi figliuoli, come se tutti gli avesse egli
generati.