NOTE:

[152] Pagius, ad Annal. Baron.

[153] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 18.

[154] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCCII. Indizione XV.

GIOVANNI VI papa 2.

TIBERIO Absimero imper. 5.

ARIBERTO II re 2.

Circa questi tempi fu mandato da Tiberio Augusto per esarco in Italia

_Teofilatto_ patrizio e gentiluomo della sua camera. Venne costui dalla

Sicilia a Roma, ma non sì tosto fu intesa la sua venuta colà, che, per

attestato di Anastasio[155] bibliotecario, concorsero a quella volta con

gran tumulto le soldatesche imperiali esistenti in Italia, non si sa

bene, se perchè uscisse voce che egli fosse inviato per far del male al

sommo pontefice, forse non essendo soliti gli esarchi a venire a

dirittura a Roma, o pure se per altra cagione. Il buon papa Giovanni

immantinente s'interpose, affinchè non gli fosse fatto verun insulto, ed

oltre all'aver fatto chiudere le porte di essa città, perchè non

entrassero, mandò ancora dei sacerdoti a parlar loro alle fosse d'essa

città, dove s'erano attruppati; e tante buone parole eglino usarono, che

restò quetato il loro tumulto. Non mancarono in quella occasione delle

persone infami, che esibirono ad esso esarco una nota di vari cittadini

romani, rappresentandoli rei di cospirazione contra del principe, o rei

d'altri finti delitti. Furono gastigati a dovere quegli iniqui

calunniatori. Abbiamo poi da Paolo Diacono[156] che _Gisolfo II_, duca

di Benevento ai tempi di papa _Giovanni_ con tutte le sue forze entrò

nella Campania romana, prese _Sora_, _Arpino_ ed _Arce_; bruciò e

saccheggiò molto paese, e menò via molti prigioni, e venne ad accamparsi

col suo esercito, a cui niuno faceva opposizione, al luogo chiamato

_Horrea_, cioè i _Granai_. Noi abbiamo _Morrea_, luogo notato nelle

tavole del Magini; questo nome probabilmente è fallato. Si prese la cura

il santo pontefice Giovanni di smorzare ancor questo fuoco, con inviare

al duca Gisolfo dei sacerdoti che il regalarono da parte d'esso papa, e

riscattarono i prigioni, e indussero quel principe a tornarsene indietro

colle sue genti. Camillo Pellegrino[157] portò opinione che questo fatto

accadesse sotto papa _Giovanni V_, nell'anno 685. Ma Anastasio

bibliotecario[158] chiaramente attesta che ciò accadde sotto papa

_Giovanni VI_; e benchè non sappiamo se Anastasio pigliasse questo

avvenimento da Paolo, oppure Paolo dalle Vite de' papi, tuttavia par più

probabile l'ultimo, perchè Anastasio raccolse queste vite scritte da

altri, nè già egli le compose tutte. E giacchè abbiam parlato d'esso

_Gisolfo_, non conviene tardar più ad accennar anche la sua morte, il

cui anno nondimeno è tuttavia incerto. Crede il suddetto Camillo

Pellegrino, che _Romoaldo I_ fosse creato duca di Benevento lo stesso

anno che Grimoaldo suo padre occupò il trono de' Longobardi, cioè,

secondo lui, nell'anno 661. Ed avendo egli tenuto il ducato _sedici

anni_, la sua morte è da lui posta nell'anno 677. Poscia _Grimoaldo II_

governò quel ducato tre anni, e, per conseguente, morì nell'anno 680. Ed

essendo a lui succeduto _Gisolfo_, che per _diciassett'anni_ stette nel

ducato, la sua morte dovrebbe, a suo parere, mettersi nell'anno 694,

perchè immagina ch'egli insieme col fratello Grimoaldo II fosse creato

duca nell'anno 677. Ora quando sia vero che Gisolfo a' tempi di papa

Giovanni VI facesse quella irruzione nella Campania, come vuole

Anastasio, bisogna ben dire che i conti del Pellegrino sieno fallati, e

che Gisolfo campasse molto di più. E notisi che Giovanni Diacono[158a],

il quale fiorì a' tempi del medesimo Anastasio, anche egli sotto questo

papa riferisce l'irruzione suddetta. Ha creduto il padre Bollando[159]

che i sedici anni del ducato di Romoaldo I si debbano contare dalla

morte del re Grimoaldo suo padre, succeduta nell'anno 671. Almeno sembra

poco verisimile che Grimoaldo, nel partirsi da Benevento per andare a

Pavia, dichiarasse duca il figliuolo, senza sapere se gli riuscirebbe di

farsi re. Io per me lascio la quistione come sta, a decider la quale ci

occorrerebbe qualche documento di que' medesimi tempi. Quello che è

certo, essendo venuto a morte Gisolfo I duca di Benevento[160], gli

succedette in quegli stati _Romoaldo II_ suo figliuolo. Il dottor

Bianchi, nelle Annotazioni a Paolo Diacono, crede che Romoaldo II

succedesse a Gisolfo nell'anno 707. Intanto il giovane re _Liutberto_

col suo aio Ansprando[161] si studiava di ricuperare il regno

occupatogli dal re _Ariberto II_. Ebbe in aiuto Ottone, Tasone e Rotari,

duchi di varie città, e con un buon corpo di truppe andò fin sotto a

Pavia. Abbiamo dalla vita di san Bonito vescovo di Chiaramonte ossia di

Auvergna, scritta da autore contemporaneo, pubblicata dal Surio e dal

padre Bollando[162], che passando quel santo uomo a Roma, trovossi in

tal congiuntura in Pavia, accolto con particolar divozione dal suddetto

re Ariberto nel suo proprio palazzo. Ed allorchè esso re col popolo

armato era per andar fuori a dar battaglia, si raccomandò a s. Bonito,

che gl'impetrasse da Dio colle sue preghiere la vittoria. Uscì,

combattè, e rimasto vincitore, ebbe vivo nelle mani il giovinetto re

Liutberto, ma ferito, ch'egli poi fece morire nel bagno. Attribuisce

l'autor d'essa vita questa vittoria ai meriti di s. Bonito; ma non è sì

facilmente da credere che quel santo impiegasse le sue orazioni per chi

aveva usurpato il regno al signore legittimo, ed usò poi tanta crudeltà

verso del medesimo, tuttochè suo sì stretto parente. I giudizii di Dio

sono cifre per lo più superiori alla nostra comprensione. _Ansprando_,

tutore dell'infelice Liutberto, si ricoverò nella forte isola del lago

di Como. All'incontro, _Rotari_ duca di Bergamo, tornato a casa, non

solamente persistè nella ribellione, ma assunse ancora il titolo di re.

Ariberto con un potente esercito marciò contra di lui, e prese prima la

città di Lodi, assediò poi quella di Bergamo, e tanto la tormentò colle

macchine da guerra, che la prese, ed in essa anche il falso re Rotari,

al quale fece radere il capo e la barba, come si usava con gli schiavi,

perchè presso i Longobardi era di grande onore la barba, e per essa

credo io che si distinguessero gli uomini liberi dagli schiavi. Mandollo

poscia in esilio a Torino, ma da lì a pochi giorni vi spedì anche un

ordine di torlo dal mondo, e questo fu eseguito.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 47 / 339 题