[136] Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.
[137] Beda, de sex Ætat., lib. 6.
[138] Anastas., in Sergio I.
[139] Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.
Anno di CRISTO DCXCIX. Indiz. XII.
SERGIO papa 13.
TIBERIO Absimero imper. 2.
CUNIBERTO re 22.
L'armata di _Tiberio_ Augusto, per relazione di Teofane[140], in
quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a
Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero
dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un
fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e
di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello,
scrittor delle vite degli arcivescovi di Ravenna[141], dice accaduta
circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre
più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad
inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità
contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s.
Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna,
_Giovanni_ abbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si
fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia
dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la
finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de'
versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle
guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in
udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia.
Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della
sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la
sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò
di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva
il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo
avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador
gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e
dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera
al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o
almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava
egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli
davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse
quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli
dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si
troverebbe fra' suoi nel suo paese. Acconsentì l'abbate, e
quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con
essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e
nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si
posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di
udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori
d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse
il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a
sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare
di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli
sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo
monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di
là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno
disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu
ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si
battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a
dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e
portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco,
che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera
scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non
v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli.
Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della
lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la
rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovo
_Damiano_, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi
alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa
favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia
ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti
falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un simil fatto a
Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de'
susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte
Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di
mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone
sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a
que' soli che son di grosso legname.