NOTE:

[132] Erbelot, Bibliothec. Oriental.

[133] Theoph., in Chronogr.

[134] Niceph., in Chron.

[135] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DCXCVIII. Indizione XI.

SERGIO papa 12.

TIBERIO Absimero imp. 1.

CUNIBERTO re 21.

Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir

l'Africa[136], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne

lor fatto di cacciare dal porto di Cartagine _Giovanni_ patrizio e la

sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di

Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di

Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo

di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli

affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man

salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita

lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo

in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto,

la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo

passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare

sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli

Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi

Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di

Tartaria, di cui abbiamo anche parlato di sopra, ben diversa da quella

degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di

Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e

finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto,

coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni

patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a

Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una

risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e

questi fu _Absimero_ Drungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al

quale posero il nome di _Tiberio_. Faceva allora la peste un gran

flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata

navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare,

perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di

alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco.

V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador

Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il

relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato

Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sue

_Eraclio_ suo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti

de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto

all'anno 638 che a papa _Onorio_ riuscì di smorzare lo scisma della

Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V

generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei.

Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella

divisione; ma certo è, per attestato di Beda[137] e d'Anastasio[138] e

di Paolo Diacono[139], che verso questi tempi si tenne un concilio in

Aquileia, nel quale fu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo

operato tanto il saggio papa _Sergio_ con paterne ammonizioni e con

istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi

suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose

interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due

patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi

patriarca d'Aquileia _Pietro_, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo'

lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion

delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri.

Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che

insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle

ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi

in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua

volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi

erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu

che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che,

se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine

resterebbe la storia italiana di quei tempi.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 43 / 339 题