[128] Theoph., in Chronogr.
[129] Niceph., in Chron.
[130] Pagius, Critic. Baron.
Anno di CRISTO DCXCVI. Indizione IX.
SERGIO papa 10.
LEONZIO imperadore 2.
CUNIBERTO re 19.
Verisimilmente in quest'anno succedette in Ravenna una funesta
avventura, narrata da Agnello storico[131] di quella città, che fioriva
circa l'anno 830. Era un costume pazzo di quel popolo ogni domenica e
festa di precetto di uscir dopo il pranzo fuori della città dalle varie
porte per andare a combattere fra loro. V'andavano giovani, vecchi e
fanciulli, ed anche de' nobili, e vi concorrevano ancor delle donne. La
battaglia consisteva in tirarsi de' sassi colle frombole. Accadde che un
dì si sfidarono quei della porta Tiguriense e quei della Posterla, ossia
picciola porta di Sommo Vico. Restarono superiori i primi, e messi in
fuga gli avversarii, gli inseguirono con tal furia di sassate, che ne
uccisero molti. Arrivati i fuggitivi alla Posterla, la chiusero; ma
giuntivi ancora i vincitori, la gittarono per terra, e trionfanti poi si
ridussero alle lor case. Nella seguente domenica uscirono parimente da
quelle porte i giovani a giocare alla ruzzola; ma tardarono poco a
lasciare il giuoco e a venire a battaglia. Adoperarono sassi, bastoni e
spade, ed assaissimi dei posterlesi rimasero freddi sul campo; e più ve
ne sarebbono restati, se non vi fosse stato l'uso fra loro di dar
quartiere a chiunque lo chiedeva. Agnello scrive che quest'uso di
lasciar la vita e non dar più percosse a chi supplichevole si
raccomandava, durava ancora a' suoi tempi: segno che non s'erano per
anche dismesse somiglianti pericolose e spropositate zuffe, delle quali
si trovavano pure esempli in altre città, e durarono poi per più secoli.
Per queste perdite saltò in cuore ai posterlesi di farne una spaventosa
vendetta. Finsero pace ed amicizia, e una domenica, trovandosi il popolo
alla chiesa orsiana, allorchè, finite le sacre funzioni, erano tutti per
andare a pranzo, cadauno dei posterlesi con belle parole invitò seco a
desinare alcuno de' tiguriensi per maggiormente assodar l'amistà fra
loro. Vi andarono alla buona i tiguriensi, chi in questa e chi in quella
casa, e tutti furono in diverse maniere privati di vita, e i lor
cadaveri gittati nelle cloache, o seppelliti sotterra, di modochè si
videro mancar tante persone, senza che se ne sapesse il come. Quindi la
città si riempiè tutta di gemiti, di grida, e specialmente di terrore,
perchè la disavventura di quelli teneva in paura ognuno. Allora il santo
arcivescovo _Damiano_ intimò per tre giorni il digiuno e una processione
di penitenza, divisa in varii cori. Andava egli coi cherici e monaci,
tutti vestiti di sacco, colle teste coperte di cenere e coi piedi nudi.
Seguitavano i laici sì vecchi che giovani e fanciulli, vestiti di
cilicio e coi capelli scarmigliati: poscia le donne maritate, le vergini
e le vedove, tutte senza verun ornamento e in abito positivo. Finalmente
i poveri formavano la ultima schiera; e tutti questi cori andavano
separati l'uno dall'altro, quanto è un mezzo tiro di pietra, recitando
salmi di penitenza e implorando la misericordia di Dio. Servirà questo
racconto ai lettori per intendere l'antichità di certi usi lodevoli, che
tuttavia durano nella Chiesa cattolica. Dopo i tre giorni furono
scoperti i cadaveri de' tiguriensi uccisi, gastigati a dovere i
traditori, ed anche le lor mogli e figliuoli, e le case tutte di quel
rione atterrate, e posto il nome di rione degli assassini a quel sito,
nome conservato fino ai tempi dello storico Agnello. Delle lor
masserizie niuno ne volle toccare: di tutte si fece un falò. Sotto
_Leonzio_ Augusto si godè in questo anno una tranquilla pace in Oriente.
Non minore fu quella in Italia sotto il buon re _Cuniberto_.