[119] Theoph., in Chronogr.
[120] Niceph., in Chron.
[121] Anast., in Sergio I.
Anno di CRISTO DCXCIII. Indizione VI.
SERGIO papa 7.
GIUSTINIANO II imperadore 9.
CUNIBERTO re 16.
Nella guerra succeduta fra il re _Cuniberto_ e il tiranno _Alachi_,
quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo
Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricato _Rodoaldo_ duca di
quella contrada. Abbiamo bensì da lui[122] che dopo quella guerra,
trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza,
_Ansfrido del castello Reunia_ occupò quella città col suo ducato senza
licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura
Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna,
andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido,
ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar
cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò
ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu preso in
Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e
cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli
ad un fratello di Rodoaldo, per nome _Adone_, ossia _Aldone_, ma col
solo titolo di _conservatore del luogo_, cioè di _luogotenente_, senza
sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni
ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e
crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano
imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per
attestato del sopra mentovato Paolo Diacono[123], fiorì in Pavia
_Felice_, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano,
che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re
Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche
l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto
lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi;
ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva
per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua
latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva
la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori
autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane.
Arrivò parimente a questi tempi _Giovanni_ vescovo di Bergamo con odore
di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679,
e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere
assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo
Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito,
gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo
egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e
feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Ma
questa bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì
piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il
condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì
innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo
stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.