[112] Teoph., in Chronogr.
[113] Elmacinus, Histor. Saracen.
[114] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.
[115] Agnell. Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.
[116] Anastas., in Vit. Sergii I.
[117] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 691.
[118] Anastas., in Praefat. ad Synod. VIII.
Anno di CRISTO DCXCII. Indizione V.
SERGIO papa 6.
GIUSTINIANO II imperador 8.
CUNIBERTO re 15.
Giustiniano Augusto più che invasato dalla voglia e speranza di tor
dalle mani dei Saraceni tante provincie occupate al romano imperio, in
quest'anno finalmente la ruppe con loro[119]. Di quegli Schiavoni
ch'egli aveva trasportati in Asia, abili all'armi, ne raunò ben
trentamila, e con queste ed altre squadre marciò a Sebastopoli con dar
principio alla guerra. Mandarono i Saraceni a pregarlo di pace,
protestando che Dio vendicherebbe la rottura indebitamente da lui fatta
de' trattati; ma trovarono che avea turati gli orecchi. Si venne dunque
all'armi. I Saraceni condotti dal loro generale, appellato Maometto,
appesero ad una lunga asta la scrittura della pace, e la fecero servir
di pennone. Il combattimento fu aspro, e a tutta prima toccò la peggio
ai Saraceni (Niceforo[120] scrive il contrario); ma avendo lo scaltro
lor generale inviato sotto mano al capitan degli Schiavoni un turcasso
pieno di soldi d'oro, con promesse ancora di maggiori vantaggi, lo
indusse a disertare con ventimila de' suoi; con che restarono tagliate
le ali all'esercito cesareo. Portato intanto a Costantinopoli l'avviso
che il romano pontefice[121] avea negato di prestare il suo assenso ai
decreti del concilio trullano, e neppur s'era degnato di leggerli, non
mancarono i Greci d'attizzar l'imperadore contra del buon papa _Sergio_,
e durarono ben poca fatica, perchè egli era già incamminato sulle pedate
dell'avolo cattivo, e non già dall'ottimo padre suo. In dispregio dunque
del papa mandò egli a Roma uno de' suoi uffiziali per nome Sergio, che
preso _Giovanni_ vescovo di Porto e _Bonifazio_ consigliere della Sede
apostolica, quasichè coi lor consigli avessero distolto il papa
dall'ubbidire ai cenni imperiali, amendue li condusse a Costantinopoli.
Non finì qui la faccenda. Inviò dipoi Zacheria, uno delle sue guardie,
che portava ciera di capitano Spavento, con ordine di menar lo stesso
papa Sergio alla corte. Ma ossia ch'egli, perchè non si poteva eseguire
sì nero disegno senza un forte braccio d'armati, confidasse ad altri
l'ordine dell'iniquo autore, o che in altra maniera traspirasse il suo
mal talento, Dio volle che si movesse il cuor dei soldati stessi in
favore del vicario suo, e che a truppe accorressero fin da Ravenna e
dalla Pentapoli, per impedir ogn'insulto che si volesse fargli.
Zacheria, al vedere questa inaspettata scena, tutto sgomentato gridava,
che si serrassero le porte della città; ma non era ascoltato. Però
temendo della pelle, tremante si rifugiò nella camera dello stesso papa,
e con lagrime si mise a pregare il santo Padre che avesse pietà di lui,
nè permettesse che gli fosse fatto oltraggio. Entrato intanto l'esercito
ravennate per la porta di san Pietro, corse al palazzo lateranense,
ansante di vedere il papa, perchè era corsa voce che la notte era stato
preso e messo in nave per menarlo in Levante. Erano chiuse tutte le
porte del palazzo; minacciavano i soldati con alte grida di gettarle per
terra, se non si aprivano; e a queste voci lo sgherro Zacheria corse a
nascondersi sotto il letto del papa, tenendosi per perduto, se non che
il papa gli fece animo, assicurandolo che non gli sarebbe recata
molestia alcuna. Aperte le porte, uscì fuori il pontefice, e lasciossi
vedere alla milizia e al popolo, che esultarono in rimirarlo libero e
sano. E cessò bene la loro ansietà e foga per le buone parole del papa;
ma per l'amore e riverenza loro verso la santa Sede e verso l'innocente
pontefice non vollero desistere dal far le guardie al palazzo, finchè
non videro uscir di Roma quell'empio Zacheria che se n'andò scornato e
sonoramente applaudito da mille villanie della plebe. Potrebbe essere
che succedesse più tardi questa scena in Roma, cioè o nell'anno
seguente, o nell'altro appresso, perchè Anastasio aggiugne che nello
stesso tempo per gastigo di Dio l'iniquo imperadore fu privato del
regno; del che parleremo fra poco.