NOTE:

[108] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 15.

[109] Beda, Histor., lib 5, cap. 7.

Anno di CRISTO DCXC. Indizione III.

SERGIO papa 4.

GIUSTINIANO II imperadore 6.

CUNIBERTO re 13.

Si può rapportare a quest'anno la ribellione di _Alachi_ duca di Trento

e di Brescia, narrata da Paolo Diacono[110]. Costui, mostro

d'ingratitudine, perchè dimentico de' segnalati benefizii a lui fatti

dal re _Cuniberto_, e nulla curante del giuramento di fedeltà a lui

prestato, era gran tempo che macchinava di occupare il trono regale.

Congiurato perciò con _Aldone_ e _Grausone_, due de' più potenti

cittadini di Brescia, e con altri Longobardi aspettò che Cuniberto fosse

fuori di Pavia, e all'improvviso s'impadronì del palazzo regale e di

quella città, con assumere il titolo di re. Portata questa nuova a

Cuniberto, altro ripiego non ebbe per allora che di rifugiarsi

nell'isola del lago di Como, che in questi tempi era una delle migliori

fortezze, e quivi attese a fortificarsi. Grande fu l'afflizione di

chiunque amava Cuniberto, ma specialmente di tutte le persone

ecclesiastiche assai informate dell'odio che Alachi portava al clero.

Governava in questi tempi la Chiesa di Pavia _Damiano_ vescovo, insigne

per la santità dei suoi costumi, e sufficientemente ornato dell'arti

liberali: pregio allora assai raro in Italia. Questi dacchè intese

occupata dal tiranno la reggia, affinchè per sua trascuraggine non

venisse danno alla sua Chiesa, spedì a fargli riverenza Tommaso suo

diacono, uomo saggio e buon religioso, mandandogli nello stesso tempo

_la benedizione della sua santa Chiesa_, cioè l'eulogia, ossia il pan

benedetto. Dura questo nome di _benedizione_ nel suddetto significato

nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, di là dall'Apennino, e

dura anche in Modena, ma corrotto e mutato in quello di _bendesón_.

Saputo che ebbe Alachi essere nell'anticamera il diacono, siccome uomo

pieno di mal talento verso i preti e cherici, gli mandò a fare una

sporca interrogazione, a cui saviamente rispose il diacono. Finalmente

fattolo entrare, dopo avergli parlato con asprezza di parole e motti

ingiuriosi, il licenziò. Si sparse per tutto il clero la nuova di questo

indegno trattamento, e in tutti sorse il terrore e la paura del tiranno,

e crebbe il desiderio che tornasse sul trono il buon re Cuniberto. In

fatti non permise Iddio che lungo tempo durasse questo crudele

usurpatore sul trono. Adunque un giorno contando Alachi sopra una tavola

dei soldi d'oro, gli cadde in terra un terzo di soldo. Fu presto il

figliuolo di Aldone sopraddetto, fanciullo di tenera età, e

probabilmente paggio di corte, a raccoglierlo, e glielo restituì. Scappò

allora detto ad Alachi verso il fanciullo: _Oh tuo padre ne ha ben

parecchi di questi, e volendo Iddio, non andrà molto che me li darà_.

Tornato la sera il fanciullo a casa, interrogato dal padre che parole

avesse detto in quel giorno il re, gli riferì il motto suddetto, che

bastò ad un buono intenditore per cercar riparo alle intenzioni malvage

dell'ingrato tiranno. Comunicato l'affare a Grausone suo fratello, ne

concertarono la maniera con gli amici, e fu questa. Andati a trovar

Alachi, gli rappresentarono che la città era assai quieta, e il popolo

tutto fedele, nè v'essere da temere di quell'ubbriacone di Cuniberto,

abbandonato da ognuno; e però poter egli oramai uscir fuori alla caccia

per divertirsi un poco insieme co' suoi giovani: che intanto essi con

gli altri suoi fedeli farebbono buona guardia alla città, con

promettergli anche di dargli in breve la testa di Cuniberto. Tesa non fu

la rete indarno.

Alachi uscito di Pavia, se n'andò alla vastissima selva del fiume, o del

castello, appellata Urba, oggidì Orba, e quivi cominciò a darsi bel

tempo. Intanto Aldone e Grausone travestiti andarono al lago di Como, e,

presa una barca, si presentarono nell'isola davanti al re Cuniberto, e

prostrati a' suoi piedi accusarono il loro fallo, ne espressero il

pentimento, e dopo avergli raccontato quanto aveva il tiranno macchinato

per la loro rovina gli rivelarono il disegno formato per rimetterlo sul

trono. Pertanto obbligatisi con forti giuramenti, destinarono il giorno

in cui Cuniberto avesse da comparire a Pavia, dove gli sarebbono aperte

le porte. Così fu fatto. Cuniberto vi fu senza difficoltà accolto, e

portossi a dirittura al suo palazzo. Si sparse, per dir così, in un

batter d'occhio per tutta la città la nuova: e i cittadini a folla, e

massimamente il vescovo e i sacerdoti e cherici, giovani e vecchi, a

gara tutti volarono colà, tutti pieni di lagrime e d'inestimabil

allegrezza, senza saziarsi d'abbracciarlo e di ringraziar Dio pel suo

ritorno. Li consolò, e baciò i principali il buon re Cuniberto. Non

tardò ad arrivare ad Alachi l'avviso che Aldone e Grausone aveano

mantenuta la parola, con aver portato non la testa sola, ma anche tutto

il corpo di Cuniberto a Pavia, e ch'esso era nel palazzo. Allora Alachi

saltò nelle furie contra Aldone e Grausone, e senza perder tempo, venne

a Piacenza, e di là se ne tornò nell'_Austria_ e non già nell'_Istria_,

come hanno alcuni testi di Paolo, guasti dai poco pratici degli usi di

questi tempi. Perciocchè la parte del regno longobardico posta fra

settentrione e levante era chiamata allora _Austria_, a differenza della

parti occidentale della Lombardia, che si chiamava _Neustria_: nella

qual guisa appunto anche i Franchi appellarono Neustria ed Austria,

ossia Austrasia due parti del vasto loro regno, cioè l'occidentale e

l'orientale. Però nelle leggi de' Longobardi[111] noi troviamo la

_Neustria_ e l'_Austria_, siccome anch'io ho dianzi fatto vedere nelle

annotazioni alle medesime leggi.

Arrivato Alachi nell'Austria longobardica, parte colle lusinghe e parte

colla forza trasse nel suo partito le città per dove passava. I

Vicentini a tutta prima se gli opposero, ma coll'armi fece lor mutare

pensiero, e gli unì seco in lega. Giunse a Trivigi, e così all'altre

città di quelle contrade, e tutte le ebbe a' suoi voleri. Quindi si

diede a raunare un esercito per andar contra Cuniberto; e perchè seppe

che quei di Cividale di Friuli s'erano mossi per essere in aiuto d'esso

Cuniberto, portatosi al ponte della Livenza, distante quarantotto miglia

da Cividale, di mano in mano che arrivava quella gente, la forzava a

giurare d'essere in aiuto suo, senza permettere che alcuno tornasse

indietro, e potesse avvisar gli altri che venivano di questa frode. In

una parola Alachi con tutta l'armata dell'Austria longobarda s'incamminò

alla volta di Pavia: ma passato il fiume Adda, trovò Cuniberto che gli

veniva incontro coll'esercito suo; e però nelle campagne di Coronata

amendue le armate, l'una in faccia all'altra, si accamparono. Quel sito

era verso Como, e non già presso Pavia, come han creduto alcuni

scrittori pavesi, ed oggidì ancora si chiama _Cornà_. Cuniberto, che

voleva risparmiare il sangue dei suoi, mandò a sfidare Alachi ad un

duello fra lor due soli. Ma Alachi non vi consentì. E perchè saltò su

uno dei suoi di nazione toscano, che disse di maravigliarsi come un

signore sì bellicoso e forte ricusasse di battersi con Cuniberto, Alachi

rispose: essere ben Cuniberto un ubbriacone e scimunito; ma che

nondimeno si ricordava, quando amendue erano giovanetti, che nel palazzo

di Pavia si trovavano dei castrati di straordinaria grandezza, i quali

Cuniberto prendendoli per la lana della schiena con una mano, gli alzava

in alto: cosa che non poteva far esso Alachi. Ciò udito, il toscano gli

disse, che s'egli non voleva battersi con Cuniberto, neppur egli

intendeva di combattere per lui; e detto fatto se ne scappò, e andò a

trovar Cuniberto, a cui narrò quanto era avvenuto. Andata la sfida della

general battaglia, si prepararono le due armate per affrontarsi. Ma,

prima di venire all'assalto, Zenone diacono della Chiesa di Pavia,

custode della basilica di san Giovanni Battista, fabbricata dalla regina

_Gundiberga_, siccome persona che amava teneramente il re Cuniberto, e

temeva che restasse morto in quella campal giornata, gli disse, che

essendo riposta la vita di tutti nella salute d'esso re, ed avendosi

giusto timore che s'egli per disgrazia perisse, il crudel tiranno dopo

mille strazii leverebbe a tutti la vita: perciò il consigliava di cedere

a lui le armi e la sopravvesta sua; perchè morendo un par suo, nulla si

perderebbe, e campando, ne verrebbe a lui più gloria per aver vinto col

mezzo d'un suo servo. Abborriva Cuniberto di accettar questo consiglio,

ma cotanto fu scongiurato dalle lagrime e preghiere de' suoi più fidi,

che si arrendè, e consegnò tutte le sue armi al diacono, il quale,

dimentico del suo grado, e affascinato da una imprudente carità,

comparve alla testa dell'esercito, e perchè era della stessa statura del

re, fu creduto Cuniberto da tutti. Si attaccò dunque la battaglia con

gran valore dall'una e dall'altra parte. Alachi, ben conoscendo la

certezza della vittoria se gli riusciva di abbattere Cuniberto,

scopertolo, con tanto sforzo dei suoi l'assalì, che lo stese morto a

terra; ma nel fargli levar l'elmo, per tagliargli il capo ed alzarlo

sopra una picca, trovò d'aver ucciso non Cuniberto, ma un cherico; e

indiavolato sclamò: _Ah che nulla abbiam fatto finora; ma se Dio mi dà

vittoria, fo voto d'empiere un pozzo di nasi ed orecchie di cherici_.

Questa cautela di far prendere l'armi regali ad una privata persona,

allorchè si andava ai combattimenti, fu poi praticata da alcuni re di

Sicilia. La voce sparsa della morte di Cuniberto fece che l'armata sua

cominciò a ritirarsi, ed era già in procinto di prendere la fuga, quando

Cuniberto, alzatasi la visiera, si fece conoscere al suo popolo, e gli

rimise in petto il coraggio. S'era arrestato anche l'esercito contrario,

perchè convinto di nulla aver guadagnato. Tornaronsi dunque ad ordinar

le schiere dall'una parte e dall'altra, e già erano in punto per menar

le mani, quando Cuniberto mandò di nuovo a dire ad Alachi, che non

permettesse la morte di tanta gente, e volesse piuttosto combattere con

lui a corpo a corpo. Esortavano i suoi il tiranno ad accettar la sfida;

ma egli rispose che mirava negli stendardi di Cuniberto l'immagine di

san Michele arcangelo, davanti alla quale gli avea prestato giuramento

di fedeltà. Allora arditamente gli rispose uno de' suoi: _Signore, voi

per paura mirate quello stendardo: ma tempo non è più di far queste

riflessioni_. Si ripigliò dunque la battaglia, e grande fu il macello da

ambedue le parti. Ma finalmente il crudel tiranno Alachi trafitto da più

colpi, stramazzò morto a terra; e l'esercito suo per questo si diede

alla fuga, con poco utile nondimeno, perchè quei che avanzarono alle

spade, trovarono la morte nel fiume Adda. A questa giornata dice Paolo

Diacono, per onor della sua patria, che non si trovarono le truppe di

Cividal di Friuli, perchè avendo per forza prestato il giuramento ad

Alachi, non vollero essere nè in aiuto di lui nè di Cuniberto; ed

allorchè si attaccò la mischia, se ne andarono a casa. Ora dopo la

felice vittoria il re Cuniberto se ne tornò tutto lieto e con trionfo a

Pavia, dove fece fabbricare un suntuoso sepolcro al corpo del diacono

Zenone, davanti alla porta della basilica di san Giovanni Battista.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 35 / 339 题