[93] Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.
[94] Theoph., in Chronogr.
[95] Anastas., in Johann. V.
[96] Elmacinus, Hist. Sarac.
[97] Anast., in Joan. V.
[98] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.
Anno di CRISTO DCLXXXVII. Indiz. XV.
SERGIO papa 1.
GIUSTINIANO II imperadore 3.
BERTARIDO re 17.
CUNIBERTO re 10.
Non più che undici mesi governò _Conone_ papa la Chiesa di Dio, essendo
anch'egli oppresso dalla vecchiaia, e per lo più infermo. Mancò di vita
nel dì 21 di settembre. Un'imprudenza viene attribuita a questo papa da
Anastasio bibliotecario[99], per non essersi voluto consigliare col
clero romano. Cioè, per quando crede il cardinal Baronio, essendo morto
_Teofane_ patriarca d'Antiochia, esso papa col parere di persone cattive
ordinò in suo luogo _Costantino_ diacono della Chiesa siracusana, e
rettore allora del patrimonio della Chiesa romana in Sicilia, con
inviargli a tal effetto il pallio. Ma essendosi questi trovato uomo
rissoso ed atto solamente a far nascere e a fomentar delle discordie fu
cacciato in prigione dai ministri dell'imperadore che governavano la
Sicilia. Il cardinal Baronio ha seguitato qui un testo guasto di
Anastasio. Non ha quello storico scritto _ex immissione malorum hominum
Antiochiae ecclesiasticorum_, ma sì bene _et antipathia
ecclesiasticorum_. Non apparteneva allora ai papi l'ordinare i
patriarchi di Antiochia. Nè altro dice Anastasio, se non che Conone
costituì _rettore del patrimonio della Chiesa romana_ in Sicilia quel
Costantino che fece poi sì poca riuscita con disonore di chi l'aveva
eletto di sua testa, senza prender consiglio dal clero. In quest'anno
ancora essendo mancato di vita in Ravenna _Teodoro_ esarco e quivi
seppellito, siccome di sopra ci fece sapere Agnello, antichissimo
storico delle vite degli arcivescovi ravennati, l'imperador
_Giustiniano_ mandò ad esercitar quella carica _Giovanni_ patrizio per
soprannome _Platyn_. Arrivò egli a Ravenna, vivente ancora papa Conone.
Trovavasi infermo questo pontefice, e _Pasquale_ arcidiacono, che ansava
dietro al papato[100], spinto dalla cieca sua ambizione, inviò
incontanente persona segreta a questo nuovo esarco, per averlo
favorevole nell'elezione, con adoperar anche il possente incanto
dell'oro, maledetto per altro in sì fatte occasioni. Non ci volle di più
perchè lo esarco mandasse ordine agli uffiziali da lui deputati al
governo di Roma, affinchè dopo la morte del papa esso arcidiacono
venisse eletto. Pertanto essendosi raunato il clero e popolo per
eleggere un nuovo pontefice, i voti di una parte concorsero nella
persona di _Pasquale_, ma quelli d'un'altra voleano papa _Teodoro_
arciprete. Quindi nacque un gagliardo scisma. Fu più diligente Teodoro,
ed occupò la parte interiore del palazzo patriarcale lateranense:
Pasquale si fece forte nella parte esteriore, e cadaun partito cercava
la maniera di prevalere all'altro. Allora i più saggi fra i Romani, cioè
i principali pubblici ministri ed uffiziali della milizia, e la maggior
parte del clero con una copiosa moltitudine di cittadini mal soffrendo
questa scandalosa divisione e gara, unitisi insieme se n'andarono al
sacro palazzo, e quivi lungamente consultarono intorno alla maniera di
provvedervi; e la risoluzione fu di eleggere un terzo.
Però tutti d'accordo elessero _Sergio_, oriondo da Antiochia, e nato in
Palermo, allora prete e parroco di santa Susanna alle due Case; e
presolo di mezzo al popolo, il menarono nell'oratorio di san Cesario
martire, che era in esso sacro palazzo, e di là con grandi acclamazioni
per forza l'introdussero nel palazzo del Laterano. Appena fu egli
entrato, che Teodoro arciprete si quietò, e corse a fargli riverenza ed
a baciarlo. Non così Pasquale arcidiacono. Resistè quanto potè, e per
forza in fine pieno di confusione andò a riconoscerlo per suo signore.
Ma intanto egli aveva spedito segretamente avviso di quanto succedeva
all'esarco Giovanni, scongiurandolo di venire a Roma, perchè si
lusingava di poter carpire, coll'aiuto di lui, quella dignità, di cui,
per le macchine simoniache, era più che indegno. Andò in fatti l'esarco
a Roma, e così celatamente, che la milizia romana non ebbe tempo
d'andarlo ad incontrare al luogo solito, ed appena uscita da Roma, il
vide comparire. Vedendo l'esarco di non potere smuovere il consenso di
tutti gli ordini nella persona di _Sergio_, ne restò non poco
amareggiato, perchè perdeva _cento libbre d'oro_ che gli erano state
promesse dall'arcidiacono Pasquale. Tuttavia il tristo ritrovò presto il
ripiego di non voler approvare l'elezione, se non gli si pagava la detta
somma. E benchè Sergio gridasse che non si dovea questo pagamento, pure
bisognò prendere i candellieri e le corone che pendevano al sepolcro di
san Pietro, e impegnarle, e saziar colle cento libbre d'oro la sacrilega
avarizia di questo imperial ministro. L'arcidiacono Pasquale fu poi da
lì a non molto tempo processato per alcuni incantesimi e sortilegii, e
deposto e confinato in un monistero, dove dopo cinque anni impenitente
morì. In questo anno l'imperador _Giustiniano_ portatosi nell'Armenia,
quivi accolse i Maroniti, levati dal monte Libano, senza accorgersi
d'aver privato del più forte baluardo le frontiere del suo imperio
contra dei Saraceni. Poscia l'una dietro all'altre moltiplicando le
imprudenze, ruppe la pace stabilita da suo padre co' Bulgari. Si
figurava il baldanzoso giovane principe di poter con facilità
sottomettere quel popolo, e del pari i confinanti Schiavoni; e a questo
fine fece dei gagliardi preparamenti per l'anno venturo. Se alle sue
idee corrispondessero gli effetti, in breve ce ne chiariremo. Provossi
nell'anno presente una sì fiera carestia nella Soria, che moltissimi di
quella gente vennero a rifugiarsi nelle contrade del romano impero per
non morire di fame. In quest'anno parimente _Pippino_ chiamato il
_Grosso_, oppur d'_Eristallo_, dopo una gran rotta data a _Teoderico II_
re de' Franchi, s'impadronì della monarchia francese sotto titolo di
_maggiordomo_, cioè lasciando ai re il nome e l'apparenza regale, e
ritenendo per sè tutto il comando. Cominciò dunque a tener continuamente
delle guardie ai re della schiatta merovingica, affinchè non si
prendessero autorità di sorta alcuna; e durò questa usurpazione, finchè
un altro _Pippino_, nipote di questo Pippino, passò dall'essere
maggiordomo al trono regale della Francia, siccome vedremo.