[91] Anastas. Bibliothec., in Johann. V.
[92] Peregrinus, Histor. Princip. Longobard., tom. 2 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCLXXXVI. Indiz. XIV.
CONONE papa 1.
GIUSTINIANO II imperadore 2.
BERTARIDO re 16.
CUNIBERTO re 9.
Condusse papa _Giovanni V_ la sua vita fino al dì 2 di agosto di
quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la
maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti
que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la
sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo
imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero
romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il
nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte
imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse
approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo.
In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il
cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che
il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero
tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro
pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra
gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete,
l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie
alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse,
ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza.
E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere
andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di
eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi
voti a _Conone_ prete, nato nella Tracia, allevato nella Sicilia,
vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e
lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore,
persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa
elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a
venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi
giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a
sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che
il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi a _Teodoro_
esarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome
apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che
accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca
un _Allonisino duca_, il quale verisimilmente era solamente governatore
di quella città, e non già della Toscana, come pretende il
Fiorentini[93].
In quest'anno, per attestato di Teofane[94] e di Anastasio[95], seguì
una pace di dieci anni fra l'imperadore _Giustiniano_ e _Abimelec_
califa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino[96] che in
questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella
nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il
forte popolo dei cristiani _mardaiti_, che si credono i _Maroniti_,
abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti
formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni
che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace
coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno
mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per
l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni
le gabelle di Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in
quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel
guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa,
che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella
pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè
più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare
a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti
colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil
pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce
popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea
ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche
da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei
Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si
scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio
bibliotecario[97] ed anche Paolo Diacono[98], che, in vigore di questa
pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni
avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne
egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo
senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre
risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi
ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un
certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al
vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta.
Pertanto spedì _Leonzio_ suo generale con un'armata, il quale uccise
quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche
l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di
tributi da quelle provincie, mandò un immenso tesoro all'imperadore.
Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente
condotta del principe loro.