[68] Labbe, Concilior., tom. 6.
[69] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.
[70] Baron., in Martyrologio.
[71] Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.
[72] Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.
Anno di CRISTO DCLXXX. Indizione VIII.
AGATONE papa 3.
COSTANTINO Pogonato imp. 13.
BERTARIDO re 10.
CUNIBERTO re 3.
Fu in quest'anno a dì 5 di novembre aperto il sacro ecumenico concilio
sesto, tenuto in Costantinopoli nella sacristia del sacro palazzo in
_Trullo_, cioè sotto la _cupola_ maestosa che era in quell'edifizio.
Furono nelle prime sessioni prodotte le lettere di papa _Agatone_ e del
concilio romano in pruova delle due volontà in Cristo, e _Macario_
patriarca di Antiochia produsse anch'egli i passi dei santi Padri
creduti favorevoli ai monoteliti. Cinque sessioni si fecero, e con esse
si terminò l'anno, ma non già il concilio, le cui sessioni furono
differite sino al prossimo venturo febbraio. In quest'anno, per
attestato di Anastasio bibliotecario[73], un'orrida pestilenza afflisse
di molto la città di Roma e si provò il flagello medesimo anche in
Pavia. E perciocchè chiunque potè se ne fuggì alla campagna e ai monti,
nelle piazze della spopolata città di Pavia si vide crescere l'erba. Fu
rivelato ad una persona che non cesserebbe quella micidial malattia
finchè non fosse posto nella basilica di san Pietro _ad Vincula_ un
altare a san Sebastiano. Furono in fatti dalla città di Roma portate le
reliquie di san Sebastiano, ed alzatogli un altare nella suddetta
basilica di san Pietro: ed allora cessò la peste. Così Paolo
Diacono[74], le cui parole han data occasione ad una disputa,
pretendendo il Sigonio[75] e il cardinal Baronio[76] che nella basilica
romana di san Pietro _ad Vincula_ si ergesse quell'altare; e
all'incontro gli scrittori pavesi, che ciò succedesse nella chiesa
parrocchiale tuttavia esistente in Pavia di san Pietro _ad Vincula_. E
veramente i testi di Paolo dicono che le reliquie di san Sebastiano
furono portate _ab urbe Roma_, e non già _ad urbem Romam_, come immaginò
il cardinal Baronio che s'abbia quivi a scrivere. Potrebbe essere che
circa questi tempi accadesse ciò che narra il suddetto Paolo[77], di
_Alachi_ ossia _Alachiso_ duca di Trento. Governava il buon re
_Bertarido_ col re _Cuniberto_ suo figliuolo il regno longobardico con
tutta amorevolezza e giustizia, facendo godere ad ognuno un'invidiabil
pace e tranquillità, quando il suddetto Alachi turbò questo sereno con
accendere da lì innanzi un grande incendio, che costò la vita ad
assaissima gente. Nacquero contese fra lui e il conte, ossia governatore
della Baviera, la cui giurisdizione si stendeva allora pel Tirolo fino
alla terra di Bolzano. Si venne all'armi e riuscì ad Alachi di dare una
gran rotta ai Bavaresi. Per questa fortunata azione salì forte costui in
superbia, di maniera che cominciò a cozzare col proprio re, e
ribellatosi contra di lui, si fortificò in Trento. Portossi in persona
il re Bertarido con armata mano per gastigare l'insolenza e fellonia di
costui, e lo assediò in Trento. Ma uscito un dì all'improvviso fuor
della città Alachi con tutta la sua guarnigione, sì furiosamente si
scagliò sopra l'esercito regale, che obbligò lo stesso re a menar ben le
gambe. Era Alachi amato non poco dal re Cuniberto, a cagion massimamente
del suo valore; e ciò gli giovò non poco, che frappostosi il medesimo
figlio appresso il re suo padre, tanto fece, che gli ottenne il perdono
e rimiselo in sua grazia; cosa nondimeno mal volentieri fatta da
Bertarido, perchè ben conosceva il mal umore ed inquieto genio di
costui, e desiderava di risparmiare al figliuolo e ai popoli qualche
gran malanno, siccome col tempo avvenne. Fu più volte perciò in pensiero
di ucciderlo; ma Cuniberto, che si figurava in Alachi una soda fedeltà
per l'avvenire, sempre gl'impedì il farlo; anzi non rifinì mai di
supplicare per lui, finchè gli ottenne anche il ducato, ossia governo di
Brescia, contuttochè reclamasse il padre, con dire al figliuolo che egli
andava cercando il proprio malanno, e di aggiugnere lena ad un nemico e
traditore. In fatti, dice Paolo, la città di Brescia conteneva e sempre
ha contenuto nel suo seno una gran moltitudine di nobili longobardi. E
Bertarido, siccome principe vecchio e di molta sperienza, scorgeva, che
vedendosi sempre più potente Alachi, potrebbe un giorno costar caro al
figliuolo questo accrescimento di potenza. Vedremo a suo tempo ch'egli
non s'ingannò ne' suoi timori. Fabbricò in questi tempi esso re
Bertarido nella città di Pavia la porta vicina al palazzo, chiamata
Platinense o Palatinense, opera di sontuosa e mirabile struttura, per
quanto comportava il sapere di questi tempi, che era troppo declinato
dal buon gusto de' saggi romani. Secondo i conti di Camillo Pellegrino,
diede fine ai suoi giorni in quest'anno _Grimoaldo II_ duca di
Benevento, e a lui succedette in quel ducato _Gisolfo_ suo minor
fratello, il qual ebbe per moglie _Viniberta_, ossia _Guiniberta_, che
gli partorì _Romoaldo II_. Scrive in fatti Paolo Diacono[78], ch'egli
tenne quel ducato solamente _tre anni_. Ma discordando questa cronologia
da Anastasio bibliotecario, ne parleremo all'anno 702.