NOTE:

[62] Teoph., in Chronogr.

[63] Cedren., in Annal.

[64] Eddius Stephanus, in Vita S. Wilfridi.

[65] Paulus Diacon., de Gest. Langobard. lib. 5, cap. 35.

[66] Antiq. Italic. Dissert. XLV.

[67] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 24.

Anno di CRISTO DCLXXIX. Indizione VII.

AGATONE papa 2.

COSTANTINO Pogonato imp. 12.

BERTARIDO re 9.

CUNIBERTO re 2.

Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per

mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i

vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano

intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono

d'intervenirvi coi loro voti. Perciò da _Mansueto_ arcivescovo santo di

Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi

suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica

intorno alle due volontà in Cristo. Leggesi tuttavia negli atti del

concilio sesto generale[68] la lettera scritta da esso santo arcivescovo

all'imperador Costantino a nome del sinodo, _quae in hac magna regia

urbe convenit_, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti

parole: _Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et

a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert,

praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus_ (vivimus)

_una cum eorum sancta devotione_, ec. Di qui intendiamo che già

_Cuniberto_ era stato proclamato re, e che egli, non meno che

_Bertarido_ suo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo

per la custodia della medesima. Paolo Diacono[69], facendo menzione nel

concilio sesto ecumenico, scrive che _Damiano vescovo di Pavia_ sotto

nome di _Mansueto arcivescovo di Milano_ scrisse una lettera molto

utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il

cardinal Baronio[70], che essendo intervenuto _Anastasio vescovo di

Pavia_ in quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per

conseguente esser allora _Damiano_ vescovo di Pavia. Saggiamente rispose

a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta

da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto

succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito

anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche

celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima

cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papa

_Agatone_ nel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in

cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto

ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del

medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa a _Costantino

maggiore imperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augusti_ di lui fratelli, in

cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese

dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo,

e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da

notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo

il _difetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile_,

s'erano potuti trovare, cioè _Abondanzio vescovo di Paterno_, _Giovanni

vescovo di Porto_, _e Giovanni vescovo di Reggio_ in Calabria, _legati_

del concilio romano, e _Teodoro_ e _Giorgio_ preti, e _Giovanni_

diacono, legati del medesimo papa. _Imperocchè_ (dice esso pontefice)

_qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone

poste in_ medio gentium, _e che colla fatica delle lor mani sono

astrette a procacciarsi il pane giornaliero?_ Il che ci fa intendere

l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in

Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo

che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana,

maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo.

Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e

le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano

gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure

studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto

intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per

impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre

da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e

colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di

cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera

sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto

apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla

quistione delle due volontà; e questa principalmente servì a condannare

nel general concilio il monotelismo.

Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e

Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era

allora arcivescovo di Ravenna _Teodoro_, di cui sparla forte nella di

lui vita Agnello ravennate, con dire[71] ch'egli tolse al suo clero la

quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della

Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei

sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì

ancora le consuetudini dell'arcivescovo _Ecclesio_, e fraudolentemente

abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo

mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a

Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più

riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per

tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla

cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito

che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì

colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti

e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per

questo scabroso avvenimento, ricorse a _Teodoro_ patrizio ed esarco,

pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto

alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più

risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare

non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova

all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi

buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona

portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece

tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole

e promesse di correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a

ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno

seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al

suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi

antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono

sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico,

che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone

per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione

dell'_Autocefalia_, e che con papa _Leone_ successor d'Agatone fece un

accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non

si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro

consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a

Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo

pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello

storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la

memoria di questo arcivescovo _Teodoro_: ma forse egli non ebbe altro

reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede

apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismatico _Mauro_

suo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 che _Gregorio_

esarco d'Italia era succeduto a _Teodoro Calliopa_ in quell'impiego.

Girolamo Rossi[72], che non avvertì nella serie degli esarchi il

suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedente _Teodoro_

esarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro

arcivescovo, s'immaginò ch'esso _Teodoro Calliopa_ continuasse nel

governo fino a questi giorni. Ma questo _Teodoro_ fu diverso da

_Calliopa_, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico

Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino

alla chiesa di san Martino confessore, chiamata _Coelum aureum_, e già

fabbricata dal re _Teoderico_. Donò tre calici d'oro alla cattedrale.

Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era

divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle

Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava

effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar

questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme con _Agata_ sua

consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello,

cominciò a farsi conoscere in Ravenna _Giovanniccio_, così chiamato per

la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed

essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona

eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati

indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran

sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un

bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza

e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili

ravennati che lo avevano introdotto: _È questi il suggetto che m'avete

proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera._ Gli

risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui

scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda

riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in

latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora

l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse

in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo

servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un

ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e

l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil

sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte

imperiale.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 24 / 339 题