[54] Anastas., in Vit. Don.
[55] Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom 2 Rer. Ital.
[56] Anastas., in Vita Agathonis.
[57] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 34.
[58] Romualdus, Papia Sacra, pag. 104.
[59] Peregrin., Hist. Princip. Long., tom. 2, Rer. Ital.
[60] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 1.
[61] Idem., ibid., cap. 2.
Anno di CRISTO DCLXXVIII. Indizione VI.
AGATONE papa 1.
COSTANTINO Pogonato imp. 11.
BERTARIDO re 8.
CUNIBERTO re 1.
Fino a questi tempi, cioè per sette anni, era durata la guerra e
persecuzion fatta alla città di Costantinopoli dai Saraceni, e sostenuta
con immortal bravura dai Cristiani. Da sì ostinata gara altro non
riportarono que' Barbari, se non una gran perdita della lor gente e
delle lor navi, con aver la divina protezione assistito sempre ai suoi
fedeli, ed obbligati finalmente in quest'anno gl'infedeli a ritirarsi.
Cominciò ad usarsi in questa occasione dai Cristiani il fuoco greco[62],
che si gittava nei legni nemici, nè si poteva smorzare coll'acqua.
Portata loro ne fu l'invenzione da un certo Callinico, che desertò da
Eliopoli città dell'Egitto, uomo di mirabile industria in manipolar
simili fuochi. Cedreno scrive[63] che ai suoi dì vivea Lampro,
discendente da esso Callinico, e valentissimo fochista anch'egli. Con
questo micidial fuoco riuscì a' Cristiani di bruciar molte navi nemiche
e gli uomini vivi che in esse si trovavano. Partita da Costantinopoli
con vergogna la flotta de' Saraceni, fu sorpresa verso il Sileo da una
formidabil tempesta di mare, che parte sommerse di quelle navi, e parte
ne condusse a fracassarsi negli scogli. Fu similmente attaccata
battaglia in terra dai capitani cesarei _Floro_, _Petrona_ e _Cipriano_;
e vi restarono estinti sul campo trentamila di quegl'infedeli. Queste
percosse, e la sollevazione de' maroniti cristiani, che, creato un
principe, occuparono il monte Libano con tutti i suoi contorni, e fecero
felicemente alcuni fatti d'armi coi Saraceni, obbligarono in fine
_Muavia_ lor califa, ossia principe, a trattar di pace coll'imperador
_Costantino_. Spedito dunque da esso Augusto a tale effetto in Soria
_Giovanni_ patrizio per soprannome, Pitsiguade, o Pizzicoda, personaggio
di rara destrezza e sperienza negli affari politici, conchiuse coi
Saraceni una pace gloriosa e vantaggiosa all'imperio romano per anni
trenta, con essersi obbligati que' Maomettani a pagare annualmente
all'imperadore tremila libbre d'oro, restituire cinquanta schiavi, e
dare cinquanta generosi cavalli. Cagion fu questa pace che _Cacano_ re
degli Avari signore dell'Ungheria, e tutti gli altri Barbari situati
all'occidente e settentrione di Costantinopoli, si affrettassero a
mandare ambasciatori all'imperador Costantino, sotto colore di
rallegrarsi della buona riuscita delle sue imprese, ma in fatti per
confermar cadauno con lui la pace: tutti frutti del credito ch'egli
s'era acquistato nella guerra de' Saraceni. I soli Bulgari, popoli della
Palude Meotide, che s'erano ne' tempi addietro venuti a piantar di qua
dal Danubio nel paese oggidì chiamato la Bulgaria, seguitavano ad
inquietare la Tracia, e bisognò comperar da essi la pace, con promettere
loro un annuo regalo. Dopo ciò il buon imperadore s'applicò ardentemente
a procurar anche la pace della Chiesa sconvolta dagli errori e fautori
del monotelismo; e ben conoscendo il rispetto che si doveva alla prima
sede e al romano pontefice capo visibile della Chiesa santa, scrisse una
lettera a papa _Dono_, per seco concertare un general concilio da
tenersi in Costantinopoli. Ma questa lettera non trovò più vivo questo
piissimo pontefice, che nel dì undicesimo di aprile fu chiamato da Dio a
miglior vita. In suo luogo succedette papa _Agatone_, già monaco, di
nazion siciliano, il quale con un riguardevol treno di virtù salì sul
trono pontificio. Questi, essendo venuto a Roma _san Vilfrido_
arcivescovo di Jorch[64], cacciato dalla sua sedia, raunò nel presente
anno un concilio nella basilica lateranense, e proposta la sua causa,
decretò che dovesse riaver la sua chiesa. E fu appunto in tale occasione
che quel santo arcivescovo per la persecuzione a lui mossa in andando a
Roma, fu sì onoratamente accolto dal re _Bertarido_ in Pavia, siccome
osservammo all'anno 664. Era questo l'ottavo anno, in cui esso re
Bertarido pacificamente regnava sopra i Longobardi, quando pensò di
assicurare il regno a _Cuniberto_ suo figliuolo[65]. Però, convocata la
dieta generale, quivi, col consenso de' popoli, dichiarò re e suo
collega esso suo figliuolo. A me nondimeno dà fastidio uno strumento
fatto in Lucca, e da me riportato altrove con queste note:[66] _Sub die
tertiodecimo kalendar. februariarum sub Indictione tertiadecima,
regnante domnis nostris Pertharit, et Cunipert, viris excellentissimis
regibus, anno felicissimi regni eorum tertiodecimo, et quinto_: cioè
nell'anno 685. Se tali note fossero sicure, in quest'anno Cuniberto non
avrebbe cominciato ad essere re, nè camminerebbe ben la cronologia di
Bertarido. Ma discordando questo documento da un altro, che accennerò
all'anno 688, vo credendo corso errore nell'indizione, e che si abbia a
leggere _Indictione undecima_, errore provenuto dalla vicinanza di _die
tertiodecimo_. Circa questi tempi a _Vettari_ duca del Friuli succedette
nel ducato _Laudari_, di cui Paolo Diacono[67] non rapporta azione
alcuna; ma, dopo averne fatta menzione, immediatamente soggiugne,
ch'essendo egli, non si sa quando, mancato di vita, fu creato duca del
Friuli _Rodoaldo_. A quest'anno il Pagi riferisce la morte di _Dagoberto
II_ re dei Franchi ucciso per congiura di _Ebroino_ già maggiordomo e di
alcuni vescovi. La porzione a lui spettante del regno pervenne al re
_Teoderico III_. Ma Ermanno Contratto, siccome accennammo di sopra,
mette il fine di esso Dagoberto all'anno 674.