NOTE:

[14] Beda, Hist. Angl., lib. 5, cap. 1.

[15] Anast., in Vitalian.

[16] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 11.

[17] Theoph., in Chronogr.

Anno di CRISTO DCLXVI. Indizione IX.

VITALIANO papa 10.

COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 26.

GRIMOALDO re 5.

Giacchè non si sa a qual anno precisamente si abbiano a riportare i

fatti del Friuli, riferiti da Paolo Diacono[18] circa questi tempi, mi

prendo la libertà di farne qui menzione. Morto che fu nei tempi addietro

_Agone_ duca del Friuli la cui abitazione in Cividal di Friuli tuttavia

a' tempi di Paolo Diacono esisteva, chiamata la Casa di Agone, fu

conferito siccome dicemmo, quel ducato a _Lupo_, uomo di pessimo

talento. Costui un giorno all'improvviso con un corpo di cavalleria fece

una sorpresa all'isola di Grado, poco lontana da Aquileia, passando per

una strada fatta a mano, che dalla terra ferma arrivava colà, la quale

par ben difficile a credersi, come notò il padre de Rubeis[19]. Era

quell'isola sottoposta all'imperadore, ed ivi dimorava il patriarca

cattolico d'Aquileia, appellato gradense. Diede Lupo il sacco a quella

chiesa, e ne portò via tutto il tesoro. Allorchè poi dovette Grimoaldo

portarsi al soccorso di Benevento assediato, lasciò in Pavia come vicerè

e comandante questo Lupo, i cui fatti egregiamente corrispondevano al

nome, e gli raccomandò il suo palagio. Commise Lupo in tal congiuntura

non poche insolenze in quella città, perchè si lusingava che Grimoaldo

non avesse più a tornare; ma s'ingannò. Tornò Grimoaldo, e Lupo temendo

il gastigo de' suoi reati, si ritirò nel Friuli, dove diede principio ad

una ribellione contro del suo sovrano. Crede il suddetto padre de Rubeis

accaduto ciò nell'anno 664. Grimoaldo, che non amava molto

d'intraprendere una guerra civile di Longobardi contra Longobardi,

perchè non si fidava del popolo suo, segretamente mosse _Cacano_ re

degli Unni Avari, affinchè venisse dall'Ungheria a gastigare costui. A

man baciate abbracciò Cacano l'assunto, e con un formidabil esercito

giunse ad un luogo appellato Fiume, intorno al quale lascerò che

disputino gli eruditi furlani. Quivi se gli fece arditamente incontro il

duca Lupo, e, per quanto raccontarono a Paolo Diacono[20] alcuni vecchi

che s'erano trovati presenti a quella tragedia, operò di molte prodezze

contro di que' Barbari, coi quali per tre volte attaccò battaglia con

esito felice. Nella prima li sconfisse, con restar solamente feriti

alcuni dei suoi. Nella seconda furono alquanti dei suoi feriti e morti,

ma con assaissima strage degli Avari. Nella terza, ancorchè molti

Longobardi restassero feriti e morti, pur diede la rotta all'immenso

esercito di Cacano, e ne riportò un ricco bottino. Ma raccoltisi i

Barbari, vennero nel quarto giorno sì sterminatamente addosso a Lupo,

che la sua gente diede alle gambe, ed egli, amando piuttosto di morir

che di fuggire, dopo aver date quante prove potè del suo valore, lasciò

sul campo la vita. I fuggitivi furlani si ritirarono nelle castella più

forti per quivi far difesa, con abbandonar la campagna alla discrezion

degli Avari, i quali diedero il sacco a tutto il paese, e parecchi

luoghi consumarono col fuoco.

Ora avendo abbastanza operato a tenore dei desiderii del re Grimoaldo,

questi fece loro intendere che oramai cessassero di guastar quella

provincia, e se n'andassero con Dio. Ma quegl'infedeli non l'intendeano

così. La risposta, che spedirono per i loro ambasciatori a Grimoaldo, fu

che aveano preso il Friuli a forza d'armi, e che sel voleano ritenere

per loro. S'accorse allora Grimoaldo d'essersi tirata la serpe in seno;

tuttavia siccome principe animoso adunò in fretta quanti combattenti

potè, per cacciar coloro dal Friuli colle cattive, giacchè colle buone

più non si poteva; e andò ad accamparsi a fronte de' nemici. Vennero per

parlare con lui altri ambasciatori di Cacano, ed egli seppe ben

prevalersi della lor venuta. Era picciolo l'esercito longobardo; ma

l'accorto re, tenendo a bada con parole per varii giorni quegli

ambasciatori, ogni dì dava la mostra alle sue genti, e facendo prendere

varii abiti e diverse armi alle truppe già vedute, quasichè ogni dì

sopraggiugnessero dei nuovi reggimenti, più volte fece mirare a que'

Barbari sotto diversi aspetti le medesime milizie, in guisa che coloro

rimasero convinti della innumerabile armata de' Longobardi. Allora

Grimoaldo, fatti venire a sè gli ambasciatori: _Or bene_, disse,

_riferite a Cacano, che se non la sbriga di tornarsene a casa, con tutta

questa gran moltitudine che voi co' vostri occhi avete veduto, io verrò

tosto ad insegnargli la strada_. Di più non occorse. Cacano, avvertito

del pericolo in cui si trovava, decampò, e tornossene al suo paese.

Tentò dipoi _Varnefrido_, figliuolo di Lupo, di succedere in luogo del

padre nel ducato del Friuli; ma conoscendo di non aver forze da

contrastare col re Grimoaldo, ricorse agli Sclavi, o vogliam dire

Schiavoni nella Carintia, ed ebbe tal rinforzo da quella gente, che si

figurava già di poter ottenere il suo intento. Ma pervenuto al castello

di Nemaso poco lontano da Cividale, quivi dal forte esercito de' Furlani

perdè colla speranza del ducato anche la vita. Fu dunque creato duca del

Friuli _Vettari_, oriondo della città di Vicenza, uomo di grande

benignità, che soavemente governò dipoi quel paese.

Prima di questi tempi cominciò, e spezialmente prese vigore nell'anno

presente, lo scisma della Chiesa di Ravenna. Abbiam veduto con quanta

sommessione e prontezza _Mauro_ arcivescovo di quella città intervenne

per mezzo de' suoi deputati al concilio lateranense sotto san Martino

papa nell'anno 649. Ma questo uomo, accecato dall'ambizione, cominciò da

lì innanzi a negare l'ubbidienza dovuta ai sommi pontefici, e praticata

da tutti i suoi antecessori[21]. La permanenza degli esarchi d'Italia in

Ravenna, quasichè quella fosse divenuta capo dell'Italia, servì ad

esaltar la superbia di questo prelato, ed a cercar la _autocefalia_,

ossia l'indipendenza da qualsivoglia Chiesa superiore, con trasgression

manifesta dei canoni del da tutti venerato concilio primo ecumenico

niceno. Racconta Agnello[22], che scrisse circa l'anno di Cristo 840, le

vite de' vescovi ravennati, autore per altro malaffetto verso la Sede

apostolica romana, che il papa (senza fallo _Vitaliano_) mandò a Ravenna

dei legati per intimare a Mauro arcivescovo la sommessione, alla quale

egli era tenuto verso il romano pontefice. Rispose Mauro insolentemente

di maravigliarsi di questo, perchè era seguito accordo fra loro di non

inquietare l'un l'altro, e di aver egli sopra ciò una scrittura

sottoscritta dal medesimo papa. Rapportata al pontefice questa risposta,

scrisse a Mauro, che se quanto prima non veniva a Roma, lo scomunicava.

Diede allora nelle smanie l'iniquo arcivescovo, e presa la penna scrisse

una lettera simile, in cui anch'egli scomunicava il papa. Fu portata a

Roma questa insolentissima lettera, e lettala, il pontefice in collera

la gittò per terra, e poi la fece raccogliere. Quindi portò le sue

doglianze all'imperador Costante, pregandolo di ridurre al dovere il

temerario arcivescovo. Ma nello stesso tempo scrisse anche Mauro

all'imperadore, implorando il di lui patrocinio alle sue pretensioni.

Costante, che altre vie non seppe mai battere, se non quelle

dell'iniquità, piuttosto che soddisfare alle giuste domande del papa,

volle sostener l'eccesso scandaloso dell'arcivescovo. Resta tuttavia il

diploma da lui scritto ad esso Mauro, cavato da un codice manuscritto

della bibblioteca estense, dove gli significa di aver dato degli ordini

in favore di lui a _Gregorio_ suo esarco: il che ci fa conoscere che a

_Teodoro Calliopa_ ora succeduto questo nuovo esarco _Gregorio_. Poscia

dichiara e determina che la Chiesa ravennate sia esente in avvenire da

ogni superiore ecclesiastico, e specialmente dall'autorità del patriarca

di Roma antica, di modo che goda il privilegio dell'_autocefalia_. Il

diploma è dato _kalend. Mart. Syracusa_. _Imperantibus dominis nostris

pissimis perpetuis Augustis, Costantino majore imperatore_ (il che fa

sempre più conoscere che il suo nome vero era _Costantino_ benchè l'uso

abbia ottenuto di chiamarlo _Costante_) _anno XXV_ (che tuttavia correa

nel marzo del presente anno), _et post consulatum ejus anno XIIII_ (si

ha da scrivere _XXIII_) _atque novo Constantino, Heraclio, et Tiberio, a

Deo con servatis filiis Constantini quidem anno XIIII Heraclio autem, et

Tiberio anno VII_. Concorrono tutti questi caratteri ad indicar l'anno

presente, e sempre più convincono i lettori essersi ancor qui troppo

sconciamente abusato della sua autorità l'imperador Costante, non

appartenendo a lui il mutar l'ordine della gerarchia ecclesiastica

stabilito dagli Apostoli e regolato dai concilii generali della Chiesa

di Dio. Ma di che non era capace questo empio ed infelice Augusto?

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 11 / 339 题