NOTE:

[1] Baron., Annal. Eccl. ad hunc ann.

[2] Peregrinus de Finib. Ducat. Benevent.

[3] Paulus Diacon. lib. 5, cap. 11.

[4] Anastas. Bibliothec., in Vitalian.

[5] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.

[6] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Archiepiscop. Benevent.

[7] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 10.

[8] Ughell. Ital. Sacr. tom. 4 in Episc. Benevent.

[9] Anast., in Vitalian. Paul. Diac., lib. 5, c. 11.

[10] Theoph., in Chronogr.

[11] Sigon., de Regno Italiae.

Anno di CRISTO DCLXIV. Indizione VII.

VITALIANO papa 9.

COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 24.

GRIMOALDO re 3.

Tornato che fu il re _Grimoaldo_ a Pavia, ebbe finalmente notizia che il

fuggito re _Bertarido_ s'era rifugiato nella Pannonia, ossia

nell'Ungheria presso di _Cacano_, cioè presso il re degli Unni Avari,

signore di quelle contrade. Spedì tosto colà ambasciatori per far sapere

ad esso Cacano, che s'egli pensava di voler ritenere Bertarido nel suo

regno, dichiarava spirata la pace fra lui e i Longobardi. Doveano allora

portare gl'interessi di Cacano che non fosse bene di romperla con

Grimoaldo: però, chiamato Bertarido, gl'intimò che andasse dovunque gli

piacesse, perchè a cagione di lui non voleva nimicizia nè guerra coi

Longobardi; e bisognò che Bertarido sloggiasse. Adriano Valesio e poscia

il padre Mabillone scoprirono una particolarità di questo fatto, che

merita ben d'esser ancor qui registrata. Siccome s'ha dalla vita di san

_Vilfrido_, arcivescovo di Yorch, scritta da Eddio Stefano autore

contemporaneo, stampata dal suddetto Mabillone[12], quel prelato

cacciato di casa, volendo venire a Roma nell'anno 679, passò per

Francia, ed arrivò _ad Berchterum regem Campaniae, virum humilem et

quietum, et trementem sermones Dei_. Acutamente avvertirono que'

valentuomini, per le cose che seguitano, parlarsi qui di _Bercterit_,

ossia _Bertarido_ re dei Longobardi, dappoichè egli ebbe ricuperato il

regno, siccome vedremo; nè saprei dire, perchè chiamato re della

_Campania_, se forse non fosse perchè egli comandava nella gran pianura

e _campagna_ della Lombardia. Ora il buon re Bertarido disse al santo

arcivescovo che erano venute persone apposta dalla gran Bretagna con

esibirgli de' grossi regali, s'egli il faceva prigione, ed impediva che

non andasse a Roma. Ma che egli, udita sì iniqua domanda, loro avea

risposto: _In mia gioventù anch'io cacciato dalla mia patria andai

ramingo, e cercai e trovai ricovero presso un certo re degli Unni di

setta pagano, il quale, con giuramento fatto al suo falso dio, si

obbligò di non darmi giammai in mano de' miei nemici, nè di tradirmi.

Dopo qualche tempo vennero i messi de' miei nemici, e promisero con

giuramento di dare a quel re un moggio pieno di soldi d'oro se metteva

me in loro potere, per levarmi poi la vita. Al che il re rispose: Mi

aspetterei tosto la morte dagli dii, se commettessi questa iniquità, e

calpestassi il giuramento fatto alle mie deità. Ora quanto più io, che

conosco e venero il vero Dio, debbo star lungi da tal misfatto? Io non

darei l'anima mia per guadagnar tutto il mondo._ Così un re longobardo,

il quale fece dipoi mille carezze al piissimo arcivescovo, e con buona

scorta il fece accompagnar fino a Roma. Ciò succedette nell'anno 679.

Tornando ora a Bertarido, che era stato licenziato dal re Cacano, non

sapendo egli dove volgere i passi per assicurarsi la vita, prese una

strana risoluzione[13], e fu di venire a mettersi in mano dello stesso

suo nemico, cioè del re Grimoaldo, giacchè la fama portava ch'egli fosse

un principe clementissimo, avvisandosi che gli permetterebbe di passar

il resto de' suoi giorni con qualche convenevol comodità in vita

privata. Arrivato a Lodi, mandò innanzi _Onolfo_, suo fidatissimo

servitore, per far sapere a Grimoaldo la sua venuta, e aver da lui le

necessarie sicurezze. Lieto Grimoaldo per questa nuova, generosamente

rispose che venisse pure, promettendogli, in parola di re, che niun male

gli farebbe. Venne Bertarido, volle inginocchiarsi, ma Grimoaldo

abbracciatolo come fratello il baciò: e con giuramento lo assicurò che

sarebbe da lì innanzi salvo, e ben trattato da lui. Gli fu assegnato un

palagio e tutto quel che gli occorreva per un signor il trattamento. Ma

seppesi appena nella città l'arrivo di Bertarido, che i cittadini

continuarono a folla a fargli delle visite; nè mancarono poi persone

maligne che rappresentarono a Grimoaldo, come egli era alla vigilia di

perdere il regno, se più lungamente lasciava in vita Bertarido. Non

cadde in terra il consiglio.

Grimoaldo in quella stessa sera mandò delle regalate vivande e de'

preziosi vini a Bertarido, acciocchè facendo banchetto, e largamente

bevendo, si ubbriacasse, con pensiero poi di fargli qualche brutta

festa, dappoichè fosse ito a dormire. Ma Bertarido, destramente

avvertito da un suo famiglio di quel che si manipolava, mostrando di

bere spessissimo del vino alla salute del re, non bevve se non acqua,

portatagli in un bicchiero d'argento. Ritiratosi poi in camera, e

notificato quanto occorreva ad Onolfo e al suo guardarobiere, uomini

fidatissimi, si consigliarono di quel che s'aveva a fare in sì brutto

frangente. Quand'ecco arrivar le guardie del re che cinsero tutto il

palagio. Onolfo allora, avendo fatto vestir Bertarido in abito da

schiavo, e messogli sulle spalle un materasso coi panni da letto e una

pelle d'orso, sel mandò innanzi, ingiuriandolo e regalandolo anche di

bastonate. Arrivato alle guardie, che gli dimandarono che musica era

quella? _Eh_, rispose, _questo mascalzone m'avea preparato da dormire in

camera di quell'ubbriacone di Bertarido, che ronfa là annegato nel vino.

Io non vo' star più con quel pazzo. A casa mia, a casa mia._ Il

lasciarono andare: ed egli condotto il padrone al muro della città dalla

parte del Ticino, con una fune calò giù lui ed alcuno de' suoi famigli.

Bertarido con quella compagnia, avendo trovato dei cavalli alla pastura,

su quelli montato, colla maggior fretta possibile marciò alla città

d'Asti, dove avea di molti amici; di là poi passò a Torino, e poscia

felicemente arrivò nel paese della Francia. Dappoichè fu uscito

Bertarido della sua camera, vi si chiuse dentro il guardarobiere. Mandò

il re Grimoaldo a dire alle guardie che gli conducessero al palazzo

Bertarido, e però picchiarono all'uscito. Rispose di dentro il

guardarobiere, raccomandandosi che per carità lasciassero dormire anche

un poco il padrone, perchè era sì cotto dal vino, che non si sarebbe

potuto reggere in piedi. Portata al re questa risposta, replicò che non

tardassero ad eseguir gli ordini; e però, veggendo che il guardarobiere

andava temporeggiando per non aprire, forzarono essi la porta, e

cominciarono a cercare per tutti i buchi, dove fosse Bertarido. Non

trovandolo, in fine il guardarobiere fu obbligato a scoprire ch'era

fuggito. Furibondi allora i soldati se gli avventarono, e presolo pe'

capelli il trassero alla presenza del re Grimoaldo, come consapevole di

quella fuga, e degnissimo di morte. Grimoaldo, dopo avere ordinato che

il lasciassero, volle da lui intendere la maniera tenuta da Bertarido

per iscappare. E saputala, si rivolse ai suoi, chiedendo loro cosa si

meritava un uomo tale che avea servito a deludere gli ordini suoi. Mille

tormenti e la morte, risposero tutti. Ma Grimoaldo, principe magnanimo,

allora replicò: _Per Dio, che costui merita premio, perchè non ha avuto

difficoltà di espor la sua vita per salvare il padrone._ Ed in fatti lo

arrolò tosto fra i suoi guardarobieri, avvertendolo di avere pel nuovo

padrone quella stessa fedeltà che aveva avuto per Bertarido, e

promettendogli perciò di molti comodi. Volle poi sapere che fosse

divenuto di Onolfo, e gli fu detto che s'era ritirato in sacrato nella

basilica di san Michele Arcangelo. Affidatolo sulla sua parola, il fece

venire a palazzo, ed inteso da lui tutto il filo della fuga, il commendò

forte, e non solamente il mise in libertà, ma gli concedette ancora il

godimento di quanti beni a lui si appartenevano. Nulla dimeno poco tempo

passò che capitato Onolfo in corte, il re gli dimandò come se la

passava? Candidamente rispose, che amerebbe più di morire con Bertarido,

che di vivere altrove in mezzo alle delizie. Chiamato allora il

guardarobiere, volle udire di che sentimento egli fosse. Rispose anche

egli del medesimo tenore. Grimoaldo con gran benignità gli ascoltò, e

poscia ordinò ad Onolfo che prendesse quanto gli piaceva de' suoi servi,

cavalli e masserizie, e che gli permetteva di andarsene. Diede la stessa

licenza al guardarobiere: ed amendue, fatto un buon bagaglio, ed avute

buone scorte dal re, allegramente se ne andaron in Francia a trovare il

loro amatissimo padrone Bertarido. Per queste azioni gloriose, degne di

essere paragonate a quelle de' più illustri Romani è da lodar Grimoaldo,

se non che egli portava seco la macchia di avere proditoriamente

usurpato il regno altrui.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 9 / 339 题