DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500

Anno di CRISTO DCLXIII. Indizione VI.

VITALIANO papa 7.

COSTANTINO, detto COSTANTE, imperadore 23.

GRIMOALDO re 2.

Al presente anno rapportò il cardinal Baronio[1], e dopo lui Camillo

Pellegrino[2], il principio del regno di _Grimoaldo_. Ma sapendo noi da

Paolo Diacono[3], che succedette l'assedio di Benevento prima che

l'imperador _Costante_ venisse a Roma, ed essendo egli arrivato a Roma

nel dì cinque di luglio di quest'anno, correndo l'_indizione sesta_,

dopo essere stato presso Benevento, come troviamo asserito anche da

Anastasio[4]: per conseguente bisogna supporre che Grimoaldo nel

precedente anno 662 dopo il mese di luglio occupasse il regno dei

Longobardi (al che occorse non poco tempo), e che nel presente poi

venisse da Pavia in soccorso dell'assediata suddetta città di Benevento.

Convien dunque sapere che l'imperador Costante, uscito di Costantinopoli

nell'anno addietro, al comparire della primavera proseguì la sua

navigazione sino ad Atene, e di là poi venne a Taranto. Quivi inteso

come Grimoaldo con essersi portato a Pavia avea lasciato con poche forze

Benevento, e al suo governo _Romoaldo_, giovane poco pratico nel mestier

della guerra, s'avvisò che questo fosse il tempo propizio per iscacciar

di colà i Longobardi. Perciò colle truppe che seco avea condotto, e coi

presidii di varie città marittime a lui sottoposte, e con quanti soldati

potè trarre dalla Sicilia, determinò di passare all'assedio di

Benevento. Prima di farlo, narra Paolo Diacono[5] ch'egli volle

consultare intorno a questa impresa un santo romito che era in concetto

di predir le cose avvenire. Parlò con lui, dimandandogli se gli

riuscirebbe di abbattere i Longobardi. Prese tempo il buon servo di Dio

per far prima orazione, e la seguente mattina gli rispose, che per ora

la gente longobardica non potea essere vinta, perchè una regina venuta

da straniero paese (cioè _Teodelinda_) avea nel regno longobardico

fabbricata una basilica in onore di san Giovanni Battista, il quale

continuamente colla sua intercession presso Dio proteggeva la nazion

longobarda. Ma che verrebbe un dì che i Longobardi non farebbono più

conto di quel sacro luogo, ed allora arriverebbe la rovina di quella

nazione. Il che, soggiugne esso Paolo Diacono, s'è in fatti verificato

a' miei giorni, perchè avanti che succedesse l'estinzione del regno de'

Longobardi, coi miei occhi ho veduto quella stessa basilica, esistente

in Monza, data in preda a vili persone, e posti al governo d'essa

sacerdoti indegni e adulteri, perchè non più a gente di merito, ma

solamente a chi più danaro spendeva, era conferito quel venerabil luogo.

Ora l'imperador Costante con tutto il suo sforzo uscito di Taranto,

ostilmente entrò nel ducato beneventano, e prese quante città de'

Longobardi incontrò per cammino. Trovò resistenza a _Luceria_ (oggidì

_Nocera_), città ricchissima della Puglia in que' tempi; però convenne a

forza di armi e d'assedio espugnarla. Impadronitosene sfogò il suo

sdegno contra d'essa con guastarla sino ai fondamenti. Intraprese anche

l'assedio di _Acheronzia_ (oggidì _Acerenza_), ma per la forte

situazione non potè sottometterla. Passò di là sotto Benevento, ed

assediollo con tutto il suo esercito. Ai primi movimenti del nemico

imperadore, _Romoaldo_, figliuolo del re Grimoaldo, già da lui

dichiarato _duca di Benevento_, inviò a Pavia _Sesualdo_ suo balio a

pregare il padre, che il più sollecitamente che potesse accorresse in

aiuto di lui e de' suoi Beneventani. Non perdè tempo Grimoaldo, e

raunata tosto una potente armata, si mise in viaggio alla volta di

Benevento. Ma per istrada moltissimi de' Longobardi desertarono e se ne

tornarono alle lor case, persuadendosi che Grimoaldo, con avere

spogliato il regal palazzo di Pavia, più non fosse per ritornare in

quelle contrade.

In questo mentre l'imperadore con tutte le macchine da guerra continuava

vigorosamente l'assedio intrapreso; ma il duca Romoaldo, tuttochè

giovinetto, faceva una gagliarda difesa. Non era tale la guarnigione

ch'egli potesse azzardarsi ad uscire in campo per tentar la sorte d'una

battaglia; contuttociò in compagnia de' più bravi giovani facea delle

frequenti sortite, uccidendo non pochi de' nemici, e tenendoli in un

quasi continuo allarme. Allorchè Grimoaldo suo padre, camminando a gran

giornate, cominciò ad accostarsi ai confini del ducato beneventano,

spedì innanzi il suddetto balio di suo figliuolo, acciocchè cautamente

penetrando nella città assediata, incoraggisse i difensori colla

sicurezza dell'imminente soccorso. Ma Sesualdo sfortunatamente cadde in

mano de' Greci, che da lui seppero come il re Grimoaldo veniva a far

loro una visita. Di più non ci volle, perchè l'imperador Costante

trattasse subito aggiustamento col duca Romoaldo, per potersi ritirar

con vantaggio da quell'impresa. Fu fatta la capitolazione, e data a

Costante per ostaggio una sorella d'esso duca per nome _Gisa_ (_Gisela_

o _Gisla_, credo io, nome usato fra' Longobardi), la qual poscia non

potè più rivedere i suoi, essendo mancata di vita nel venire dalla

Sicilia, o nell'andarvi. Non esprime Paolo Diacono che patti seguissero;

ma sembra che si ricavi dalla vita di san _Barbato_ vescovo di quella

città, rapportata dall'Ughelli[6], che fosse pagata da Romoaldo a

Costante una buona somma d'oro e d'argento e di pietre preziose. Certo

la sorella data in ostaggio può far conghietturare, che fu accordata

qualche somma di danaro ad esso imperadore, di pagarsi con un respiro di

tempo. Aggiugne successivamente Paolo Diacono che l'imperadore fece

condurre sotto le mura il suddetto Sesualdo, con intimargli di far

sapere agli assediati che Grimoaldo non potea venire in lor aiuto; cosa

ch'egli promise d'eseguire. Dimandò egli di parlare con Romoaldo che in

fretta comparve sulle mura. Allora Sesualdo gli disse che tenesse forte,

nè avesse paura, perchè s'avvicinava il poderoso soccorso del padre già

pervenuto al fiume Sangro; e che solamente gli raccomandava di aver cura

e compassione di sua moglie e de' suoi figliuoli, ben sapendo che la

perfida nazione de' Greci nol lascerebbe sopravvivere. Tanto in fatti

avvenne. Non sì tosto ebbe finito di dir queste parole, che, per ordine

dell'imperadore, tagliato gli fu il capo, e questo con una petriera

gittato nella città. Un principe magnanimo non avrebbe operato così.

Portata essa testa al duca Romoaldo, con calde lagrime e baci fu da lui

ricevuta, e in un degno sepolcro dipoi riposta. Non si sa ben intendere

come seguisse questo fatto. Perchè se, prima di conchiuder la pace,

Sesualdo parlò con Romoaldo, questi non avea bisogno di far

capitolazioni, nè di comperare con sì grave pagamento e coll'ostaggio

della sorella la liberazion della città. Se poi dappoichè era seguita la

pace, non vi era bisogno di far credere a Romoaldo ch'egli non dovea

sperare soccorso. Non volendo poi l'imperadore aspettar l'arrivo del re

Grimoaldo, levato il campo, s'inviò alla volta di Napoli; ma nel

passaggio del fiume Calore, gli fu addosso con un distaccamento

_Mittola_, ossia _Micola_ conte di Capua, che gli diede una buona pelata

in un luogo appellato tuttavia a' tempi di Paolo Diacono la _Pugna_,

ossia la _Battaglia_. Ma se era seguita pace, come poi seguitavano le

ostilità? Il dirsi poi dallo storico che fosse allora conte, cioè

governatore di Capua, quel Mittola, quando all'anno precedente vedemmo

_Trasimondo_ conte di quella città, ci chiama ad avvertire ciò che il

medesimo Paolo narra più di sotto, con dire che, dacchè Grimoaldo ebbe

liberato Benevento dai Greci, prima di tornarsene a Pavia, dichiarò

_duca di Spoleti Trasimondo_, dianzi conte di Capua, in premio d'averlo

ben servito ad acquistare il regno, giacchè per la morte di _Attone_ era

restato vacante quel ducato. E per maggiormente obbligarselo, gli diede

per moglie un'altra sua figliuola, di cui non sappiamo il nome. Però a

quest'anno appartiene questo nuovo duca di Spoleti; e forse Paolo per

anticipazione appellò Mittola conte di Capua.

Abbiamo poi dal medesimo storico[7] che, posta in sicuro la persona

dell'imperadore in Napoli, allora uno de' suoi grandi, appellato

_Saburro_, dimandò la grazia ad esso Augusto di poter andare a

combattere col duca _Romoaldo_, promettendosi una sicura vittoria di

lui. Fu esaudito, e andò. Ancor questo può far sospettare che non

sussista la pace suddetta. A questo avviso il re Grimoaldo volle in

persona uscire colla sua armata a provare il valore dei Greci; ma il

duca Romoaldo tanto il pregò che lasciasse a lui l'impresa, che

l'ottenne. E presa seco parte dell'armata paterna, con tutti i suoi andò

ad attaccar la zuffa, la quale fu con vigore sostenuta lungamente da

ambe le parti. Ma avendo uno de' Longobardi, appellato Amalongo, che

portava il Conto, cioè lo stendardo regale, con quello a due mani

percosso un Greco, levatolo di sella, ed alzatolo con esso sopra il suo

capo, il terrore a questa vista saltò addosso ai Greci, i quali presero

incontanente la fuga, e d'essi fu fatta una grande strage. Se ne ritornò

Saburro svergognato all'imperadore, e Romoaldo tutto lieto e glorioso al

re suo padre. Ma il racconto di questa battaglia e vittoria è

accompagnato da Paolo Diacono con un _ut fertur_: segno che non n'era

ben certo. E veramente par cosa da non digerire sì facilmente quella

galanteria di alzare in aria quel povero greco, o vivo o morto ch'ei

fosse. Certamente il buon Paolo non è avaro di lodi alla nazion sua

longobarda. Qui poi non si dee tacere quel che abbiamo dalla vita poco

fa mentovata di san _Barbato_ vescovo di Benevento. Professavano bene i

Longobardi beneventani la legge di Cristo, e prendevano il sacro

battesimo, ma ritenevano tuttavia dei riti gentileschi, come lungamente

ancora fecero i popoli franchi: cioè aveano in uso di adorar la vipera,

di cui ciascuno tenea l'immagine in casa sua. Regnava eziandio fra loro

una superstizione consistente in riguardare per cosa sacra un albero, a

cui pare che facessero dei sagrifizii o de' voti. Attaccavano anche ai

suoi rami un pezzo di cuoio, e correndo a briglia sciolta a cavallo,

gittavano all'indietro dei dardi a quel cuoio; e beato chi ne poteva

staccare un pezzetto: egli sel manicava con gran divozione. Barbato, non

per anche vescovo, predicò più volte contro di queste superstizioni, ma

predicò indarno. Venne poi l'assedio di Benevento: allora più che mai

san Barbato si scaldò in questo affare, di maniera che il duca Romoaldo

promise di estirparle, se Dio gli facea grazia di salvare la città da

quel pericolo, del che si fece mallevadore Barbato. Perciò appena fu

sciolto l'assedio, che il servo di Dio, presa una accetta, corse a

tagliar l'albero sacrilego fin dalle radici, e coprì il sito di terra.

Fu poi creato san Barbato vescovo di Benevento, e saputo che il duca in

un suo gabinetto seguitava a tener l'idolo della vipera, aspettò ch'egli

andasse alla caccia, e portatosi a _Teodelinda_ moglie di esso duca,

principessa veramente cattolica e pia, tanto disse, che si fece

consegnar quell'idolo d'oro, ed immediatamente rottolo, ne fece un

calice e una patena di mirabil grandezza, e placò dipoi miracolosamente

il duca pel furto piamente a lui fatto. S'ha nella stessa vita che san

Barbato ricusò il dono di molti poderi, esibitogli dal duca Romoaldo, e

solamente gli dimandò che fosse sottoposta ed unita alla Chiesa di

Benevento quella di Siponto coll'insigne grotta di san Michele nel monte

Gargano, che si trovavano in questi tempi deserte, verisimilmente perchè

saccheggiate dai Greci: il che gli fu accordato. E di questa unione si

truovano sicure memorie da lì innanzi. Ma non è già sicuro documento di

ciò una bolla di Vitaliano papa, pubblicata dall'Ughelli[8], ed

indrizzata _reverendissimo domino carissimo beneventanae ecclesiae

episcopo_, che così non hanno mai parlato i papi scrivendo ai vescovi.

Dicesi anche data _III kal. februarii, pontificatus anno primo,

Indictione XI_. Questa indizione denota l'anno 668, nel quale indubitata

cosa è che non correva l'anno primo del pontificato di papa Vitaliano:

nè allora i papi lasciavano nella penna gli anni dell'imperadore, come

ivi si osserva.

Passò di poi l'imperador _Costante_ da Napoli a Roma, e sappiamo da

Anastasio[9] che arrivò colà nel mercordì, giorno quinto di luglio. Gli

andò incontro papa _Vitaliano_ col clero sei miglia fuori della città, e

fatte le accoglienze, il condusse nel giorno stesso a san Pietro, dove

fece orazione e lasciò un dono. Nel sabbato appresso si portò a santa

Maria Maggiore, dove pratico lo stesso. Nella domenica seguente

processionalmente con tutto l'esercito suo tornò al Vaticano, essendogli

uscito incontro tutto il clero con doppieri accesi. In quella sacra

basilica si cantò messa solenne, e l'imperadore fece l'oblazione di un

pallio tessuto d'oro e di seta. Nel sabbato susseguente si trasferì alla

patriarcale lateranense, e quivi pranzò nella basilica di Giulio. Dopo

dodici dì di permanenza in Roma, Costante Augusto si congedò dal papa, e

misesi in viaggio alla volta di Napoli, con aver prima levata da quella

regina delle città tutti i bronzi che le servivano d'ornamento, e tolte

infino le tegole di bronzo, onde era coperta la chiesa di santa Maria ai

Martiri, cioè la Rotonda. Passò a Napoli, e quindi per terra fino a

Reggio di Calabria. Prima che terminasse l'anno mise piedi in Sicilia, e

prese ad abitare nella città di Siracusa. Poche parole ha sotto

quest'anno Teofane[10]; ma ci danno abbastanza a conoscere di grandi

sciagure accadute in Oriente al romano imperio, perchè gli Arabi, cioè i

Saraceni devastarono molte provincie cristiane, e condussero in

ischiavitù un'immensa quantità di persone. Se crediamo al Sigonio[11],

_Agone_, creato duca del Friuli nell'anno 661, terminò la sua vita

nell'anno presente, e fu conceduto quel ducato a _Lupo_. Ma il Sigonio

si fece tal cronologia sulle dita, poichè per conto del tempo nulla si

ricava da Paolo Diacono. Sembra più verisimile che _Agone_ molto prima

avesse quel governo, e fors'anche ebbe Lupo per successore prima

dell'anno presente.

Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 8 / 339 题