trasalisce ai primi colpi e che si riscalda alle prime occhiate di
sole, gli squilli di tromba, la voce dei capitani, il vedere correre e
saltare i cannoni sopra i prati e piantarsi a urlare, le vedette che
passano via come freccie, il luccichìo di qualche squadrone di
cavalleria, che brilla in un nembo di polvere, superbo e maestoso come
una legione di arcangeli; tutto ciò e più di tutto i vent'anni, che
non pesano ancora sul sacco, fanno rincrescere quasi che non si faccia
per davvero e che gli altri non siano disposti a lasciarsi ammazzare.
Due compagnie di Bianchi e di Neri, che si scontrarono l'anno scorso
sulla piazzetta di Divignano, mi dicono che, se non c'erano i
superiori a fermarli, que' buoni figliuoli si tagliavano a pezzi. E
veramente l'illusione è sì viva in questi istanti, che la ragione a
stento può trattenere la selvaggia natura, e vi passano per la
fantasia idee stravaganti, che son sorelle delle idee eroiche, e si
capisce che cos'è lotta, che cos'è lo sterminio: non v'è ragazzo di
vent'anni, che, trovandosi a cavallo fra quattro cannoni, non pensi di
tagliare il mondo con un colpo di spada. Il corpo vi par diventato di
bronzo sotto la giubba di panno. Insomma, non state a ridirlo, ma la
guerra dev'essere una bella cosa, forse ancora più bella dell'amore.
Verso le nove giungemmo in vista di Arona.
In questi dintorni ha una villetta mio zio Michele, un buon uomo che
ha fatto molti denari col sapone e colle candele steariche, non
sapendo nulla dei grandi problemi che travagliano la pellegrina
umanità. Sarei stato ben felice, se il caso mi avesse portato a dare
una capatina alla villa Teresa (Teresa era il nome della mia povera
zia), non perchè in casa di mio zio Michele la tavola sia quasi sempre
preparata, ma per la gloria di comparire agli occhi di mia cugina,
bello di polvere, abbronzato dal sole, cioè, come dicono i romanzieri,
irresistibile. Mio zio, uomo di vecchia esperienza, non aveva mai
veduto di buon occhio gli avvocati, e quando seppe ch'io m'ero dato
allo studio della legge, crollò la testa, come se si trattasse d'un
ladro mestiere. Forse il suo ideale (voglio dire il genero de' suoi
sogni) non era un pitocchello di qualche ingegno, ricco soltanto di
belle speranze, ma qualche cosa di più sostanzioso, di più palpabile.
Perciò non posso dire nemmeno che mio zio mi amasse come la pupilla
degli occhi suoi; tuttavia la mia bionda cuginetta Elisa, un
diavoletto che avrebbe colle sue moine disarmata la Prussia,
spadroneggiava nel cuore del babbo, e se per un capriccio avesse
voluto sposare uno spazzacamino, il babbo avrebbe benedetto anche lo
spazzacamino.
Io mi lusingavo d'essere qualche cosa di più: e sebbene, prima che mi
cingessi un brando, potessi anche sembrare un mattarello di poco
giudizio e considerare la Lisa come una ragazzina, oggi ero un
volontario e caporale. Il soldato aveva aggiustato l'uomo, e dopo
quasi un mese di vita selvaggia, all'erba, sotto la tenda all'aria, al
sole, la figura snella di mia cugina mi tornava davanti come una dolce
visione, mentre, appoggiato al mio fucile, procuravo di discernere
qualche cosa di bianco a una finestra della villa.
Intanto che tutt'assorto nella contemplazione di due gelosie verdi,
carezzavo una dolce speranza col pensiero, il capitano, forse ispirato
da Dio, ordina al mio tenente di prendere con sè quattro o cinque
uomini e di occupare proprio la villetta dalle gelosie verdi, che per
trovarsi in una spianata elevata sul declivio, dominava dal suo
terrazzo una buona parte del fiume. Il tenente mi dice:--Venga anche
lei, caporale.
Non aveva ancora terminate queste parole, che io camminavo già sul
viottolo che conduce alla palazzina, fra due siepi di bosco, lieto e
trionfante.--Questa volta, caro zio,--dicevo fra me,--conquistiamo la
posizione: l'avvocato ritorna a capo d'un esercito, nè basta una
muraglia di sapone a questi assalti.
Strada facendo, il mio signor tenente, un vanerello ancor fresco
d'accademia, con un finestrino di vetro nella cassa dell'occhio
sinistro, non cessava dal far paragoni fra il Verbano e il Lago di
Garda, dove i suoi avevano una villa: suo padre era marchese, e il
tenentino non disperava di diventare un giorno almeno generale, e
tante altre cose andava dicendomi, per dimostrarmi ch'egli era ricco,
marchese, bravo cavalcatore, e amato da tutte le donne. Ma per conto
mio pensavo alla meraviglia di mio zio e della mia cuginetta, quando
mi avessero conosciuto; pensavo che, finiti gli studi dell'Università,
sarei stato dottore e che la fortuna di questo mondo non la si fa
solamente col sapone e colle candele steariche; pensavo che avrei
saputo rendere felice la mia bella cugina, anche a costo delle sue
duecentomila lire di dote.
Intanto giungemmo al cancello del giardino.
Al rivedere que' viali, quelle piante, que' luoghi pieni d'ombra e di
frescura, que' sedili, quelle statue coperte di muschio, che mi
ricordavano una lunga storia di giuochi, di capricci, di lagrime e di
versi sbagliati, mi pareva di diventar piccino, e il cuore batteva
anche a me come alla vigilia d'una vera battaglia.
Tip, il grosso Tip, fu il primo che ci corse incontro abbajando. Allora
il sor tenente, accostandosi l'occhialino,--Caporale,--disse,--lei si
fermi accanto a questo pino con due uomini e non perda di vista il
campanile di Golasecca.
Condusse e piantò gli altri uomini in diversi punti, poi si avviò solo
verso la villetta, che distava dal mio pino un quaranta passi, per
rendere omaggio ai padroni di casa. Elisa gli venne incontro per la
prima.
Vestiva, come di solito, un po' capricciosamente; i capelli biondi,
sciolti, scendevano sopra un vestito quasi bianco, allacciato ai
ginocchi da una fascia rossa di fuoco. Da sei mesi o forse più che io
non la rivedevo, la ragazzina s'era fatta alta e complessa, e la moda
ajutava a stringerla in vita e a darle attraenti disuguaglianze.
Il sor tenente, un gatto vecchio che sapeva arrampicarsi, portò la
mano alla visiera, si piegò come si piega un bastoncino di giunco,
sussurrò delle paroline sorridenti, Dio sa quali sciocchezze! Elisa
arrossì un poco, sorrise anch'essa e corse ad avvisare il babbo.
Io intanto non perdevo di vista il campanile di Golasecca.
Elisa aprì le persiane della terrazza, e dopo un istante uscì anche lo
zio Michele, sotto un gran cappello di paglia. Il buon uomo pareva
beato che la villa Teresa diventasse un punto strategico da far
parlare i giornali, e portò egli stesso sotto il padiglione della
terrazza due lunghi cannocchiali, coi quali pretendeva di vedere le
fabbriche di candele steariche anche nel mondo della luna. Elisa, una
discreta chiaccherina quando voleva, avviò una grande conversazione
col tenente che col braccio teso andava via via, segnandole i punti
principali delle operazioni di campo, intercalando, suppongo, delle
scipitezze, perchè le manovre son cose serie, e non si ride delle cose
serie.
Io intanto non perdevo di vista il campanile di Golasecca.
Vedendo che non c'era modo di attirare l'attenzione di Elisa un poco
anche sul caporale, mi volto a' miei due soldati, li squadro da cima a
fondo, e scoperti due bottoni d'una uosa «che non c'erano»:--Pare
impossibile,--strillai schiamazzando come un'oca del Campidoglio,--pare
impossibile, sacr.... che si portino di quelle porcherie; testa di
gatto! perchè mancano que' due bottoni? E zitto, o vi butto in prigione
per tre settimane, sacr.....
Ma la conversazione del sor tenente era così piacevole che l'Elisa non
s'accorse delle mie bestemmie. Mi pentivo di non aver detto prima al
tenente che mio zio era mio zio, e mia cugina qualche cosa di più di
una cugina: ma non l'avevo fatto per antipatia, per ignoranza. Peggio
per me! Però mia cugina sapeva bene il numero del mio reggimento, e
quel numero l'aveva sotto gli occhi; perchè non avrebbe dovuto
domandare al tenente se conosceva il caporale così e così? Il tenente
presentò a mio zio, com'era giusto, anche il suo biglietto di visita,
con tanto di corona sopra: mio zio fe' due occhi di barbagianni,
s'inchinò, strinse le labbra come se assaggiasse del vin santo, passò
il biglietto alla figlia, che si profuse anch'essa in riverenze.
Corbezzole! un marchesino non capita tutti i giorni tra' piedi; non si
sa mai ciò che un marchesino può diventare. Mio zio avrebbe voluto
essere una saponetta per le sue belle mani, o una torcia stearica per
fargli lume.
Io intanto non perdevo di vista il campanile di Grolasecca.
Il mio bonissimo zio, dopo avere stretta fra le sue la mano del
marchesino, distese sopra un tavolino una carta geografica della
provincia, dove il tenente continuò la sua lezione, seduto accanto
all'Elisa. Vi fu un momento che questa abbassò la testa per meglio
orientarsi, e il tenente abbassò la sua, rasentando colle labbra i
capelli della mia cara cugina. La battaglia era veramente disastrosa
per me. Mentre pareva che i due eserciti volessero riposare un poco,
le fucilate rincominciarono nel mio cuore: e son fucilate che fanno
squarci, non c'è muro che tenga! Mio zio, facendosi visiera colle due
mani, cercava il nemico in su quel di Sesto Calente, e gridava:--Si
restringono;--mentre il tenente sussurrava delle paroline topografiche
all'orecchio di Elisa.
--Signor tenente!--gridai, saltando a un tratto sul terrazzino.
La mia bella cugina si scosse, mi riconobbe e gridò:--To', Pierino.
--Sei tu, nipote mio?--esclamò mio zio con poco entusiasmo.
--Cos'avete, caporale?--interruppe il tenente in un modo insolito; e
voltosi a mio zio:--Perdonerà, ma vi può essere un pericolo.
--La patria, la patria anzi tutto,--osservò quel sant'uomo di mio zio
Michele.
--Una compagnia di Neri passeggia sul sagrato di Golasecca,--dissi
affannosamente e, voltomi alla Lisa, le chiesi:--Come stai?
--Sto bene....--rispose confusamente.
--È ben sicuro d'averli veduti!--tornò a dimandare il tenente un po'
seccato.
--Co' miei occhi....--ripicchiai insolentemente.
--Prenda i suoi uomini e faccia un giro per tutta la vigna, osservando
attentamente tutti i punti all'intorno: anzi sarà bene che salga su
qualche pianta.
Mentre il tenente parlava, i miei occhi erano inchiodati addosso
all'Elisa che abbassò i suoi.
--Ha capito, caporale?
--Sissignore,--risposi a denti stretti.
--E non perda di vista....
--Ho capito!--gridai, interrompendolo, e voltai le spalle.
--Se i Neri ci lasceranno un po' di pace, le permetterò di far
colazione con suo zio.
--Abbi pazienza, nipote mio: la patria anzi tutto.--E mio zio rideva.
La parola colazione il marchesino non l'aveva fatta sonare per nulla:
mio zio, che non ci pensava nemmeno, si risvegliò come di soprassalto;
pensò che il povero marchese poteva aver fame, e mentre io facevo il
giro della vigna, presto presto, un tovagliolo, un pajo d'uova fritte,
una bistecca, fra una fucilata e l'altra, un bicchierino di bordò con
un pezzettino di ghiaccio. Questo dev'essere accaduto, mentre io
andavo in cerca di una pianta... per impiccare l'amor mio, le mie
speranze, le mie illusioni.
Infatti, quando tornai presso il pino della mia disperazione, in vista
del campanile di Golasecca, il tavolino era imbandito sotto il
padiglione, al fresco, e il tenente, servito dalle mani stesse di mia
cugina, mangiava come un eroe di Omero.
Gli occhi a un tratto mi si offuscarono. Se invece di semplice polvere
avessi avuto del piombo nel mio fucile, chi mi assicura che Pierino
non avrebbe fatto uno sproposito? Rimasi più d'un quarto d'ora in una
specie d'estasi rabbiosa, il tempo cioè che il tenente impiegò per
trangugiare i due piatti freddi; quindi la compagnia entrò in sala,
forse a prendere un caffè. No, la guerra non è più bella dell'amore!
--Essa non ha un briciolo di cuore per me,--andavo dicendo,--è una
civetta che sogna il marchesino e la carrozza! essa mi lascerebbe
anche morire di fame, se io potessi ancora aver fame! Povere mie
speranze, poveri miei sogni!--
A queste lamentazioni s'intrecciò una musica malinconica che uscì
dalla villa. Era lei che faceva sentire al tenente la _Prière à la
Madone_ sul piano-forte, una musica che non giungeva nuova al mio
cuore, che mi aveva insegnate tante belle cose! Erano lagrime vere,
che ora riempivano gli occhi (non state a dirlo) e che io asciugai
colla manica ruvida del mio cappotto. Quando alzai il viso, vidi mio
zio sul terrazzino, curvo, colle mani appoggiate alle ginocchia,
intento a speculare nel cannocchiale le mosse dei Neri: la musica era
cessata e il buon uomo gridava:
--Si restringono sempre.--
Io allora, col mio fucile stretto fra le mani, col passo leggiero
d'uno scoiattolo, saltando sulla sabbia, eccomi sul terrazzino, anzi
fin quasi alla persiana, prima che mio zio se ne accorga; mi arresto,
arresto i moti del cuore, spingo il capo verso l'entrata e l'occhio
verso il piano-forte, e, non vedendo più il campanile di Golasecca,
sparo in aria un colpo, io non so perchè, un colpo che rimbombò come
un temporale. Mio zio Michele saltò a cavallo del cannocchiale, Elisa
gettò un grido e svenne nelle braccia... d'una poltrona; i miei
soldati sparsi nella vigna, credendo di far bene, risposero con una
salva, e a questa risposero altre salve dei nostri, rimasti sulla
strada, che temevano d'un'imboscata. Tutto il campo fu messo
sottosopra e per poco non ne andava di mezzo la fortuna della
giornata.
Io, appoggiato al muro, pallido, irrigidito, non sapevo più in che
mondo mi trovassi. Della lunga predica che il tenente infuriato e
rosso in viso fece sonare al mio orecchio, io non intesi se non che,
giunti a Milano, egli mi avrebbe condannato a un mese di prigione e a
tre di consegna in caserma.
E mantenne la parola da vero gentiluomo. Ne' panni suoi avrei fatto di
più; ma quando mi fu concesso di uscire, tutto era finito, la
battaglia era perduta.
Sei mesi dopo ricevetti un bigliettino malinconico di mio zio, che mi
pregava di andare a trovarlo e di perdonargli molte cose: non seppi
resistere alla tentazione, e, sebbene avessi giurato di non porre più
il piede nella sua casa, vi andai, Non era più lo zio d'una volta. Mi
fece sedere accanto, mi prese malinconicamente la mano, mentre gli
occhi gli si riempivano di lagrime.
--Elisa?--balbettai con voce tremante.
--È malata.--
Il nemico era passato devastando il paese.
DEBITI D'ONORE
E DEBITI DI CUORE.
_15 dicembre_.
Negli anni passati la mia più grande ambizione era di fare un bel
regalo al babbo il giorno di Natale.
Sei mesi prima del gran giorno mi prendevo la testa tra le mani e
cominciavo a pensare a un regalo che non fosse la ripetizione di un
altro, ma una meraviglia nuova, una sorpresa.... Una volta era un
ricamo sul filondente, un'altra volta un disegno a matita, una terza
una sonatina di Schumann eseguita sul pianoforte; l'anno scorso fu un
sonetto, il primo sonetto della mia vita (e forse l'ultimo), al quale
il professore Tantini dovette accomodare le gambe e le rime.
Il babbo si mostra sempre soddisfatto e orgoglioso della sua Tuccia, e
io godo anche di più per due motivi, prima, perchè contento lui, e
poi, perchè la gente mi loda, mi esalta e a me è sempre piaciuto il
fumo dell'incenso sotto il naso. Il Natale era insomma la festa della
mia vanità.
Quest'anno mi sento grande e malinconica. Quel mendicare l'elemosina
sulle lodi colla scusa del Santo, mi pare una cosa sciocca e indegna
d'una ragazza che ha compiuto i diciassette anni. Qualche cosa è
avvenuto dentro di me, da qualche tempo a questa parte, ch'io non mi
so spiegare; non è pigrizia, non è indifferenza, ma somiglia a un
rimorso d'esser cresciuta tanto senza imparare a vivere meglio.
Quest'anno c'è una grande tristezza in casa mia, e penso che passeremo
un brutto Natale; pazienza, senza i soliti regali! ma avremo la
collera e la discordia sedute nel cantuccio del camino.
Mio fratello Enrico, un mese fa, si è bisticciato aspramente col
babbo. È un ragazzo vivo, di primo impeto, che avrebbe bisogno di una
mano vigile che lo tenesse in briglia, ma preso di fronte si impenna
come un cavallino selvatico. È sempre cresciuto a caso, senza la
mamma, fra le governanti, i servitori, i maestri, i collegi buoni e
cattivi, e quantunque il suo cuore sia affettuoso e generoso, è
tuttavia sfrontatello e tenace nella sua volontà.
Da qualche tempo (oggi ha vent'anni) s'è dato alla vita gaia e
svagata, e l'altro mese ha perduto per la prima volta ottocento lire
al gioco.
Mio padre dice che il gioco è una passionaccia che fa perdere l'anima
e il corpo, e, per troncare il male alla sua radice, non solo si è
rifiutato di pagare questo suo debito d'onore, come lo chiamano, ma ha
inveito contro il ragazzo con tali parole da far paura a un uomo di
sasso; Enrico rispose con qualche insolenza. Il babbo gli indicò
l'uscio, l'altro se ne andò pallido d'ira e di vergogna, e da un mese
non è più tornato in casa.
Con questa spina nel cuore noi ci prepariamo alle feste di Natale. So
che Enrico è andato in campagna col marchesino d'Etzio, suo compagno
di collegio, ma non so come se la passi. Il babbo è torbido,
concentrato, colla fronte piena di rughe.
Che giornate, mio Dio, che brutte ore passiamo! Quante volte ho
pregato l'anima benedetta della povera mamma, perchè guardi sulla sua
casa! Non ho mai pensato che nella vita potessero scendere giornate
così buie. In casa mia son sempre stata il frugolo, il cucco, la
bambolina, il tesoretto di tutti, specialmente del babbo e dei
fratelli che mi vogliono bene, anche quando mi tormentano per la mia
_erre_ mozza, che a me pare così bella e aristocratica.
Enrico suol dire che mi vuoi bene più. che al suo Flick e non è poco,
perchè il suo Flick mangia con lui nel medesimo piatto e dorme nel suo
letto. Enrico, Arturo ed io siamo sempre stati tre ragazzi distratti e
spensierati, pei quali la vita non è che un gioco. Quando si hanno due
belle case, sei persone di servizio, tre cavalli in istalla e i mezzi
per soddisfare oltre ai bisogni i capricci, è naturale che una
ragazzina creda che la vita sia una bella commedia e che le sia
toccata la parte di prima donna.
Ma da qualche tempo io comincio a considerare la vita da un altro lato
e penso che la felicità non sia tanto al di fuori quanto dentro di
noi.
_17 dicembre_.
Di faccia alla nostra casa è una casetta di modesto aspetto, dove
abita una ragazza della mia età, che fa la sarta. Quando mi alzo la
mattina e quando torno in camera per andare a letto, io vedo quella
testolina rossiccia, sempre curva d'estate e d'inverno sulla macchina.
Spengo il lume e ancora il riverbero della sua lampadina entra per la
mia finestra e spesso mi addormento allo stridulo rumorio della sua
piccola _Singer_ che ella paga stentatamente a due lire al mese. Il
suo mondo è un tavolino pieno di gomitoli, il suo cielo è quello che
si vede attraverso alle nebbie grasse della città fra un comignolo e
l'altro dei tetti. Si direbbe che essa viva nella sua macchina, fatta
macchina anch'essa dagli urgenti bisogni, e che il giorno che cessasse
di girare la ruota, il suo cuore dovesse cessare di battere. Eppure
anche ieri mattina, mentre spolverava i mobili della sua stanza,
sentii che la vicina cantava. E sempre canta quando il cielo è bello e
quando un raggio di sole trova la strada di arrivare fino a lei. È una
cantilena malinconica in cui suonano sempre due parole: amore e
speranza....
Non chiedete a me, per carità, ch'io mi ponga a cantare. Questa mia
gran casa, colle pareti coperte di cuoio, con tanti mobili intagliati
e dorati, è una spelonca senza allegria. Qui manca la pace, e se io
alzassi la voce per cantare, avrei paura e vergogna di me stessa e
crederei d'offendere il povero padre mio, di là, colla fronte piena di
rughe....
_18 dicembre_.
Ieri ho scritto ad Enrico. Non gli ho toccato della brutta questione,
perchè temo ch'egli prenda in canzonatura i miei consigli, ma gli
esprimo il desiderio che egli venga a Milano. Mi ha risposto che si
trova a Milano già da una settimana. In quanto al tornare, non dipende
da lui. Finchè non avrà pagato il suo debito, non vuole che la gente
dica che egli mangia il pane di suo padre. Così vive alla ventura,
forse della carità degli usurai, ma spera di essere compatito. In
fondo egli sente altamente di sè e quest'orgoglio non è soltanto
figliuolo della caparbietà.
Povero Enrico! mi ricordo che un giorno sedevamo nel salone, io
davanti al cavaletto, egli sdraiato nella grande poltrona, colla testa
rovesciata sulla spalliera, con uno de' suoi romanzi nuovi spalancato
sulle ginocchia, e occupato in apparenza a soffiare il fumo della
sigaretta verso il soffitto. Si vedeva già che una grande tristezza lo
tormentava. A vent'anni non gli pareva di trovare nella vita quel che
la giovinezza ha il dovere di promettere e di mantenere.
--Tuccia--disse a un tratto con voce più gentile del solito--più
diventi grande e più vieni a somigliare al ritratto della povera
mamma.
--Davvero?
--Tal'e quale, la stessa fronte, lo stesso sguardo.... Ti chiameremo
d'ora innanzi la nostra mammina.
Queste parole pronunciate quasi in aria di scherno mi fecero un grande
effetto, e quando il giorno dopo scoppiò il terribile uragano fra
padre e figlio, guardandomi nello specchio e vedendomi veramente un
viso più pallido e più pensoso, mi parve che io somigliassi davvero a
quel gran ritratto che ci guarda tutti i giorni dalla parete della
sala da pranzo. Io sono la sola donna di questa casa, e qui dovrei
rappresentare una parte che non fosse solo quella di una graziosa
bambolina. Se la povera mamma fosse viva, avrebbe permesso che Enrico
stesse lontano un mese da casa sua? avrebbe permesso che il babbo si
rodesse in silenzio nel suo dolore? lascerebbe la sua casa sotto la
tristezza di questi corrucci?
A che cosa serve il mio saper ricamare, il mio saper dipingere, se non
so asciugare una lagrima? e perchè, come ci insegnano a superare una
selva di crome e di biscrome, non ci insegnano anche l'arte di levare
una spina dal cuore?
Alle giovinette che hanno la mano leggera e delicata dovrebbe essere
insegnata la santa abilità di curare le ferite.
Io mi struggo in lagrime inutili, corrucciata della mia stessa
incapacità, e lascio che i giorni passino, l'un dopo l'altro, senza
saper trovare una di quelle felici invenzioni che mi facevano tanto
orgogliosa della mia fantasia.
_19 dicembre_.
È notte, nevica. Torno a scrivere ad Enrico, e mi pare che una nuova
eloquenza scaturisca dal mio cuore. Le parole che stentano a uscire
dalla penna quando devo descrivere cose che non mi riguardano, oggi
vengono in folla sulla carta. Prometto di parlare al babbo per lui e
di implorare un perdono che ha già tardato troppo a venire. Chiudo la
lettera con la frase: «la tua mammina».
Questa frase non è ancora finita, che una lagrima cade sulla mia mano.
Ma è una lagrima dolce.
Il cuore è orgoglioso della nuova parte che è chiamato ad assumere.
_20 dicembre_.
Stamattina dopo colazione, mentre il babbo si sprofondava nella sua
poltrona a leggere i giornali, mi sono avvicinata e appoggiatami colle
braccia alla spalliera, al di sopra della sua testa:
--Papà,--dissi--Enrico è a Milano.
--E così--chiese il babbo burberamente.
--Siamo quasi alle feste di Natale....
--Non è colpa mia se queste feste saranno cattive.
--Pensa, papà....
--Basta, non seccarmi. Tu non puoi capire certe cose. Quando sarai
moglie, quando sarai madre, vedrai che col cuore non si scherza....
--Io non scherzo, papà....--esclamai dolorosamente.
--Bene, bene; va', pensa ai tuoi regali....
Tentai ancora di parlare, ma, sentendo che gli occhi mi si riempivano
di pianto, corsi a rinchiudermi nella mia stanza. Non mi credono buona
che a baloccarmi e a far dei regalucci!
Piansi forse un'ora come una bimba.
Rimasi sola col mio corruccio fin verso l'ora del pranzo. Non
vedendomi comparire, venne a cercarmi la Costanza, una vecchia
guardarobiera, che da trent'anni vive in casa nostra. Non è donna di
molto sapere, ma è fedele come un vecchio cane. Da piccini la
chiamavamo la _Trottola_, per la sua maniera di camminare traballante,
a onde. Divenuti grandi, nessuno di noi si occupò più di lei, che
continua a rimanere in casa come un vecchio mobile che serve sempre a
qualche cosa. Io preferisco essere servita da Julie, una svizzera
tedesca che parla un cattivo francese. Costanza, via via che invecchia
seguita a rintanarsi nella guardaroba, fra i cesti e i mucchi della
biancheria, contenta che la sopportino, e riconoscente, di quel pane,
di quel letto, di quel tetto che essa ottiene dalla carità dei suoi
padroni.
Venne a cercarmi perchè fu la prima ad accorgersi che non uscivo da un
pezzo dalla mia stanza, e come se io le avessi già fatta la storia de'
miei dolori, entrò diritta nell'argomento dicendo: