vecchierella di buon cuore che si pose a curarla, presso il guanciale,
gli amici l'avrebbero lasciata morire come un cane, nel suo bel
gabinetto chinese. Quando potè cacciare le gambe dal letto e si guardò
nello specchio trovò che, meno gli occhi, molto di bello se n'era
andato: i capelli se li sentì pochi nelle mani, non così però che con
un po' di belletto, e con qualche truciolo finto ella non potesse
sperare di vincere ancora la sua fortuna. Uscì per le strade a vender
fiori, ma visto che la gente non credeva più alla Gina di prima, pensò
al modo di diventare un'altra Gina, poveretta! La vecchia signora, che
l'aveva curata con tanto amore, le offrì ricovero in casa sua, in una
viuzza tranquilla e fuor di mano, dove il sole non scendeva un
momento, che per scappar via. Passò l'estate. L'autunno venne innanzi
col suo tabarrotto di nebbia: venne anch'esso il dicembre nella sua
pelliccia d'ermellino, e lassù intanto, in quelle quattro stanze,
colava l'aria fredda, livida, inzuppata dì malinconia. Quando la Gina
sentiva qualche cosa alla gola, che minacciava di strozzarla, usciva
in cerca di sole, rubando cogli occhi l'ultimo verde, che spenzolava
dai rami degli alberi. Si avvicinava il Natale, l'anniversario della
sua povera mamma. Il profumo del lauro, la vista del muschio, degli
aranci, dei presepi, dei balocchi di legno verniciati, esposti nelle
botteghe e sui banchini, risuscitavano una folla di reminiscenze, un
polverìo, come sopra una strada pesta da cavalli sfrenati. La Gina se
ne tornava a casa, colla febbre nelle ossa, colle guance riarse, con
una gran sete: si accoccolava per terra, sotto la finestra, al buio, o
cogli occhi incantati sui fiocchi di neve che cadevano; nelle ore di
notte che non poteva dormire, o che dormiva così a sbalzi, coll'animo
sospeso e co' piedi freddi, essa si lasciava andare a ripensare le
belle carte di torrone, che.... una volta il babbo le regalava, delle
quali ne aveva un fascio in una scatola, quali screziate d'oro e
d'argento, quali con bei lembi color cielo, color vestito della
Madonna, altre gentili come le perle, altre accese come il fuoco; e ne
faceva vesti alle sue bambole di carta, alla Ghiacciata, se ne ornava
ella stessa le orecchie, tagliuzzando le laminette di paglia d'oro,
tintinnanti; quasi il destino avesse dovuto prepararle, per i suoi
begli occhi, una corona di diamanti, come a una principessa.... Così
pensava fredda fredda nel letto.
Ahimè! la corona l'aveva avuta sul capo, non importa se di gemme
false. L'acqua era scesa per la sua china, trascinandola verso il
mare; ma che mare! meglio il pantano, ove andavano guazzando le sue
oche nei tempi di secco. Se ne sentiva sudicia l'anima e la bocca. Non
pareva più il suo corpo, tanto le vesti le scappavano giù e i capelli
si irritavano sul capo come lische. E intanto correva per le vie il
santo Natale, caro ai bambini, a suon di piva, circondato il capo
d'edera e di muschio; ogni masserizia era pulita e benedetta: ogni
piedino aveva le sue calzette di lana, bianche o a liste di colore;
s'imbandivano le mense accanto al fuoco, dove bruciava il lauro,
spandendo un profumo di presepio e di Betlemme. V'era della gente al
mondo, felice per un cavalluccio di legno scoperto in una scarpa, e
delle barbe grigie, che piangevano di gioja per due righe di rampini,
scarabocchiati e dedicati al nonno. Perchè la felicità è per sè stessa
una cosa leggera e porta in alto il cuore che sa contenerla.
--Gina!--gridò la voce della vecchia dal fondo della scala.
Gina era fuggita. Scivolò al bujo dalle scale, corse pel vicoletto,
scappò via, mentre accendevano i primi lampioni.
Non nevicava, ma tanta era stata la neve caduta sui tetti, sui
campanili, sugli abbaini, che la città pareva lì per perdere il
respiro. Per la lunghezza delle vie, e per le piazze profonde, le
flammelle del gas, fatte rossigne, si stringevano in sè, come se
temessero pure di dover morire di freddo; poche, frettolose, le
persone rasente ai muri; dagli archi delle botteghe chiuse, dalle
finestre delle osterie, dalle case, traspariva quella luce velata e
calda, che ha dentro di sè il fumo delle pentole e la ciarla della
gente allegra. Voltò per via Larga; di là pel corso, verso porta
Romana, dov'era la strada per la Ghiacciata. Sperava di arrivarvi in
meno d'un'ora, non in carrozza, come sei mesi fa, quando era partita,
non fra due filari di pioppi verdi, ma con un santo orgoglio, che la
sorreggeva, che le riempiva gli occhi di lumi: al di là dei lampioni,
oltre i gabellini, oltre la cerchia delle mura, che la serravano come
l'anello d'una ruvida catena, anche in mezzo alla neve, alla nebbia,
ai fossati, alle pozzanghere oscure, rasente ai cimiteri, la Gina
vedeva la libertà; fuggiva, come se dietro i suoi passi corressero
proprio ad inseguirla, e, voltandosi, guardava con spavento la mole
confusa e nebbiosa della città. Presso i bastioni si trovò quasi
perduta in un campo di neve. Le guardie, in un cantuccio del dazio,
stavano scaldandosi intorno a un braciere, discorrendo sottovoce con
aria di malcontento: al di là, quando cioè la Gina ebbe varcate anche
le case del sobborgo, si trovò nel deserto addirittura, come le venne
in mente d'aver letto, all'incirca, d'Elisabetta negli _Esiliati in
Siberia_, quando giunge alle rive del Kama. La strada correva fra due
fossati: non un carro, non un lume, non l'abbajare d'un cane. Ma non
per questo cessava d'andare; il negro, che sia sfuggito al flagello
del piantatore, non respira con tanta voluttà l'aria delle selve,
quanto una coscienza, che si snodi da un'abbiezione morale e torva,
cerchi di tornare alla stima di sè stessa. La Gina camminava nella
neve, scendeva nelle pozze, nel ghiaccio, nella mota, contenta di
dover vincere quegli ostacoli, come se, passando attraverso quella
grande tribolazione, dovesse poi uscirne purificata. Era scomparsa un
giorno d'estate fra un polverìo bianco: voleva ricomparire al disotto
d'un nembo di neve; così della Gina si sarebbe dimenticato quel tempo,
come se fosse stato un sogno.
Camminò forse un'ora, senza mai sentire il freddo che le sbatteva sul
viso; per la lunga eccitazione del suo spirito, ella finiva, sto per
dire, col camminare sopra i propri pensieri. Certamente non vedeva
l'ombra delle piante, nè i mucchi di ghiaja che costeggiano la strada,
sotto uno strato di neve; se li avesse veduti, ne avrebbe preso
maggior spavento, quasi fossero tanti cataletti posti in fila. Molte
sue amiche eran camminate al camposanto collo strato bianco, e dietro
aveva cantato anch'essa le litanie della Madonna, intonando il _Mater
purissima_. E cammina, e cammina. Ecco finalmente che da' casolari,
che sorgevano a destra e a manca della strada, sprofondati nel più
fitto della notte, vede uscire, anche qui, quella luce velata e calda,
che ha dentro di sè il fumo delle pentole e la ciarla della gente
allegra. Anche per questi luoghi morti e quasi disabitati era passato
il santo Natale, caro ai bambini, a suon di piva, circondato il capo
d'edera e di muschio. Udiva delle canzoni, ma la strada continuava
sempre deserta, sempre bianca lungo i fossati in cui gorgogliava
un'acqua cieca piena di misteri. Finchè le parve di ravvisare, allo
svolto di una gran siepe secca, il luogo, dove sei mesi fa era salita
per la prima volta in carrozza, a guisa di certe povere ragazze delle
favole, amate da principi. Quindi ravvisò anche il campanile aguzzo
colla crocetta in cima, e fu per cadere come morta; ma la tenne ritta
il pensiero che il più difficile era fatto e che, se Dio le avesse
dato di poter rientrare nella sua casa, non solo ella avrebbe saputo
trangugiare tutti i bocconi amari, ma si sarebbe chiamata felice di
ottenere una scodella per carità e di far la serva alla sua matrigna.
Giunta all'orlo della siepe di sambuco, che cingeva il giardino della
Ghiacciata, guardò attraverso e vide che le finestre della vasta
cucina brillavano; sotto stava il Toppa, attaccato all'organetto, e
suonava una bella mazurca; la sua faccia giallognola e cretina
sorrideva, mentre di dentro andavano e venivano delle ombre sulla
cadenza della musica.
La matrigna aveva invitato quel giorno Anselmo il mugnaio con suo
figlio Gerola, un buon cristiano, zotico come un tronco, ma danaroso:
da un pezzo la donna vi aveva messo gli occhi sopra per darlo, se si
poteva, alla sua Carolina, che un migliore non ne avrebbe potuto
trovare in questo mondo. Era stata contenta in cuor suo che la Gina,
sdrucciolando come aveva fatto, avesse sbarazzata la casa da una
terribile rivale.
La Gina si accostò all'uscio; non piangeva, anzi, se si deve dirlo, si
sentiva un coraggio e un'energia, di cui ella stessa si meravigliava.
Il suo babbo era sempre il suo babbo e una donna, messa alle strette,
non ha mai il cuore di respingere un'altra donna--pensava--quando
implora compassione per amor di Dio.
Picchiò una volta e non fu udita.
Aspettò che il Toppa finisse di strimpellare e tornò a picchiare più
forte.
Questa volta qualcuno intese; la chiave scricchiolò e il volto della
matrigna apparve nella fessura dell'uscio.
--Chi è a quest'ora?
--Sono io, la Gina.
Il Toppa tornò a suonare, e il baccano, che sorse di dentro, impedì
che altri potesse udire questo discorso.
--Sei tu, sgualdrinella? va via, non ti conosciamo.
--Per amor di Dio....
--Sei venuta in carrozza?
--Per carità, almeno per questa notte....
--Questa notte meno che un'altra.
--E dove andare a quest'ora?
--Va dalla tua mamma.
E chiuse l'uscio con furore, e girò due volte la chiave: parve a un
tratto che di dentro si raddoppiasse la festa: la Carolina ballava con
Gerola, e l'ostessa menava a tondo Anselmo il mugnaio, che non poteva
reggersi sulle gambe. Il babbo dormiva nell'angolo nero del camino. La
Gina non si accorse che intanto ripigliava a nevicare; non si accorse
nemmeno che l'acqua entrava nelle sue scarpe; nè che le vesti
strisciavano per terra. Non si sgomentò.
--Andrò dalla mia mamma,--disse sottovoce, con un senso amoroso, la
povera Gina. Conosceva bene la strada, perchè tutti gli anni soleva la
mattina di Natale portarle un mazzo di fiori secchi, o un nastro
ricamato. Quest'anno l'ora era un po' tarda, ma la sua mamma l'avrebbe
ricevuta.
Attraversò le vie deserte del paese: conobbe la strada del camposanto;
spinse il cancello, che cedette.
--Essa m'ha aperto,--mormorò la Gina.
Traversò il piccolo campo, finchè vide una croce di legno,
mezz'arrovesciata nella neve; ne sbarazzò le braccia, e cadde giù,
esclamando con uno schianto:--M'han detto di venire da te, mamma.
E piangendo cercò di chiederle perdono; si attaccò al legno con una
stretta affettuosa di chi sente un cuore vicino, che risponde al suo.
Poi chiuse gli occhi, per dormire accanto. La neve cadde alta tre
spanne quella notte e tutti dicevano che avrebbe fatto bene alla
campagna.
STORIA DI UNA GALLINA.
Vìvevano una volta due vecchi sposi. Egli non si chiamava Taddeo, ma
Paolino, ed essa, la signora Brigida, buone anime entrambe. Il sor
Paolino lavorava in canestri e la moglie in raggiustare le calze; dopo
trent'anni, si volevano bene come il primo giorno di matrimonio, anzi,
invecchiando, miglioravano nell'amore, come il vino nelle botti
suggellate. Se il Cielo mi concedesse tanto buon tempo che io potessi
raccontare giorno per giorno la vita del sor Paolino, e della sora
Brigida, crederei di giovare col mio libro a' miei simili, ben più che
con un trattato di meccanica celeste: perchè, dopo tutto, l'amore e la
benevolenza sono il pernio, sul quale la ruota del mondo gira senza
stridere. Ma poichè questa consolazione non mi è concessa dalle
circostanze, racconterò almeno in quest'occasione del santo Natale un
episodio della loro vita, che farà piangere, io credo, tutte le anime
sensibili. Beato chi piange, e una lagrima, dice un libro chinese, è
più grande del mare.
Dopo l'esperienza fatta negli anni passati e sempre in loro danno, i
nostri buoni vecchietti eran venuti entrambi del parere di allevare in
casa una gallinetta, per vederla crescere sotto i loro sguardi
all'avvicinarsi di queste ultime feste dell'anno, togliendo così il
pericolo, tanto comune oggidì, di dover mangiare una cosa per l'altra
o fors'anche una porcheria. E poichè sono sull'argomento, si sa
oggimai che, se tutte le lepri, che si mangiano all'osteria potessero
parlare, i topi non starebbero a sentirle; come, per altra parte,
accade spesso a qualcuno, mentre siede col suo pezzo di manzo sul
piatto, di vederselo scappar via al suono d'una frustata. La lepre è
gatto, il bue è cavallo, e così via il vino è aceto, l'aceto è veleno;
non c'è speranza che nel tempo, quando, cioè, le cose saranno
diventate così naturalmente false, che per cambiare torneranno quelle
di prima. Ma intanto i nostri vecchietti, giunti sulla sessantina,
dovevano per obbligo di coscienza guardarsi dalle cose false e tener
da conto lo stomaco: non meritano lode, se al'avvicinarsi delle feste
comperavano una gallinetta viva per nutrirla colle loro mani?
La cara bestiola passeggiava per casa da circa tre mesi, chiocciando,
piluccando, ruspando, come fanno tutte le sue pari. Brigida, mentre
suo marito stava alla bottega, soleva discorrere con lei o le
tagliuzzava foglie di verze, o le sbriciolava del pan di melica,
invitandola a bere in una terrina bianca che pareva porcellana. Che
dirò del sor Paolino? prima d'entrare si fermava dietro l'uscio
chiamando chi-chi-chi; se fosse stata nelle nuvole, la povera bestia
correva giù. Il canestrajo allora rovesciava le tasche in terra e ne
usciva del grano, del pane, del biscotto, che la gallina bezzicava
divinamente sotto gli occhi beati dei suoi padroni. Una vedova che
abitava vicino al loro uscio e che, dopo la morte d'un suo pappagallo
non poteva resistere a tali spettacoli, piangeva come una bambina.
--Che peccato!--disse un giorno il sor Paolino,--che peccato che la
povera bestia non possa assaggiare una goccia del mio caffè! oggi ha
mangiato asciutto e le farà peso.
La sora Brigida invece trovava che, stando sempre in cucina sul
mattone, avrebbe patito del freddo; non che volesse dire con ciò che
un paio di calzette sarebbero convenute a una gallina, ma fece in modo
che Paolino stendesse almeno una vecchia stuoja presso l'acquajo. E
bisogna dire che la gallina avesse veramente dei meriti, perchè con
niente non si fa il buon brodo, nè la buona stima. Le penne infatti le
aveva screziate sul petto e d'un bel colore rosso dorato sulla
schiena; le zampe magre e svelte, l'occhio vivace e malizioso la sua
parte, e ai ragionamenti dei padroni rispondeva con certi movimenti
del collo, degni di qualunque ragazza da marito. Le volevano bene,
dunque, non solo perchè fosse una gallina, ma perchè gli animi buoni
si attaccano volentieri alle cose buone. Mentre i due vecchietti
sedevano a tavola a mangiare quel po' di carne comechessia, comperata
dal beccaio (nè potevano allevarsi in casa un bue come un pulcino), la
gallinetta saltava su, guardava ne' piatti, ora coll'occhio destro,
ora col sinistro, con tanta innocenza che i due vecchietti perdevano
la memoria dell'appetito.
Ma i giorni passano per tutti. Già si discorreva delle feste, come se
fossero giunte: la gente pensava al modo di passarle bene e il Natale
veniva innanzi colle sue scarpe di feltro.
I nostri due buoni vecchietti già da cinque o sei giorni si vedevano
sopra pensiero, come se avessero nel capo un cespuglio di spine; ma,
essendo e l'uno e l'altra d'indole timida e rispettosa, per paura di
farsi torto a vicenda, masticavano in silenzio il loro dolore. La
gioja comune che si spande in questi giorni e che rischiara le case e
gli animi della gente, non li rallegrava, anzi se qualcuno
diceva:--buone feste, sora Brigida,--essa rispondeva appena, crollando
malinconicamente la testa.
Anche il sor Paolino a bottega non era più lui; stava immobile, colle
mani sul canestro, gli occhi fissi in terra e pensava:--Se non fosse
che la Brigida ha bisogno d'un vitto sano e nutriente, chi oserebbe
strappare una penna a quella povera creatura?
E la sora Brigida dal canto suo, correndo sulla calza:--Se quel
pover'uomo non avesse lo stomaco disfatto, se non avesse speso per
allevarla, chi avrebbe cuore?... ma dirà che sono tenerezze da donna
malata, e riderà di me; come noi ci burliamo della nostra vicina.
Così passò qualche altro giorno, senza che nè l'uno nè l'altra osasser
toccare quel brutto tasto.
Mancavano tre giorni appena al Natale e bisognava uscirne. Sedevano
entrambi innanzi al camino, dopo un pranzo di magro fatto con certi
pesci, che forse non eran pesci. Egli, il sor Paolino, andava
costruendo colle molle una catasta di fuscellini, intorno a un ceppo,
che bruciava vivo vivo, ed essa, la sora Brigida, in una cuffia di
traliccio, colle mani sotto il grembiule, piangeva in silenzio
nell'ombra.
--Credi tu, amor mio,--cominciò il sor Paolino,--che fosse veramente
una tinca che abbiamo mangiato?
--Credo di no,--ella rispose stentatamente.
--Se si potesse tenerli in casa nella catinella i pesci, come si
tengono i polli nella stia, si potrebbe vedere,--soggiungeva il marito
per tirare il discorso sull'argomento.
Brigida si scosse sulla sua sedia e soffocò un sospiro dentro di sè
per non dare segno a quel pover'uomo della sua sciocca debolezza.
Vedeva troppo bene che Paolino contava di poter mangiare almeno il
giorno di Natale qualche cosa di schiettamente sano.
--Essa non immagina punto il mio pensiero,--disse fra sè il buon uomo,
a cui spiaceva e come uomo e come marito di mostrarsi in qualche parte
da meno di sua moglie. Sedevano innanzi al fuoco, come dicevo,
scaldandosi le ginocchia e discorrendo così, quando a un tratto videro
venire innanzi la loro gallina, che si era levata ad ora insolita, e
che veniva a specchiarsi nella fiamma. Le sue penne mandavano bagliori
e fosforescenze d'oro e di piropo e, o fosse che i poveri vecchi la
vedessero attraverso le lagrime, o fosse altrimenti, parve loro una
cosa piovuta dal Cielo, se non proprio il gallo che convertì San
Pietro.
Il sor Paolino non potè resistere a quella vista, e con un pretesto
uscì; e uscita anch'essa, poco dopo, la povera donna, andò a bussare
all'uscio della vedova, in cerca d'un consiglio. Il canestraio trovò
per via Angiolino del Trapano, suo vecchio amico, uomo prudente e
quasi letterato, gerente d'un giornale politico, che propugnava una
santa causa, Angiolino ascoltò la gran passione dell'amico e si
concertarono insieme sul modo di regolarsi in questa difficile
circostanza.
La mattina dopo, e precisamente la vigilia di Natale, Angiolino venne
a trovarlo a casa e strinse la mano alla sora Brigida. Egli s'era
messo quel dì l'abito scuro e teneva in mano il cappello a cilindro
come soleva fare nelle cerimonie o nei processi contro la santa causa.
Parlò della mala piega delle cose d'Europa, dei tempi che si fanno
grossi, della poca fede, della poca umanità che c'è nel mondo, e stava
per aprire la bocca sull'argomento (che già Paolino era sugli spilli),
quando entrò dall'altra parte anche la vedova, cogli occhi rossi, come
il giorno che aveva trovato il suo pappagallo strozzato fra due ferri
della gabbia. Era anche questa un'intelligenza presa fra le due donne.
Tutti e quattro sedettero, sconcertati ciascuno per riguardo agli
altri, mentre la gallina, più fortunata di tutti, passeggiava
tranquilla, beccando le screpolature, quasi che al mondo non
esistessero nè i grandi nè i piccoli affanni.
Vi fu un istante di silenzio.
Poi Angiolino del Trapano, carezzando colla manica il pelo del suo
cappello, coll'occhio fisso alla gallina:--Fortunate le
galline,--disse, che sfuggono a queste preoccupazioni! Esse posseggono
ancora quella semplicità che gli uomini, fatti tiranni di sè stessi,
mettono in non cale, correndo dietro, come sciacalli, al proprio
interesse, paghi soltanto quando sono pagati. Beati i tempi dei
patriarchi, quando gli uomini si contentavano d'un piatto di
lenticchie, nè avevano bisogno, come si vede in questi giorni,
d'insanguinarsi le mani nella strage di tante creature, che sono pure
creature di Dio! Quanto più bello e santo sarebbe, specialmente in
queste occasioni, mostrar la bontà dell'animo nostro, concedendo
riposo e tregua anche agli animali vivi e morti, che sono stati creati
non per l'ingordigia umana, ma per far più lieta la natura col loro
canto armonioso, collo splendore delle loro piume, col tenero belato,
col guizzar rapido e snello nelle acque dei fiumi. L'usignolo col suo
canto notturno...--seguitava Angiolino del Trapano; ma uno scoppio di
pianto interruppe il bel discorso. Paolino strinse nelle sue la mano
della Brigida, e sorridendo sotto il velo delle lagrime, esclamò:
--Noi non saremo tanto cattivi; anch'essa mangerà nel nostro
piattello.
Quelle care persone si accordarono di pranzare insieme il giorno di
Natale, per far più lieta la festa dell'umanità. La sora Brigida
preparò un pranzetto d'uova, di berlingozzi, d'insalata, e un
pasticcio di riso e, poichè i tempi sono diventati così tristi, che
uno non sa ormai quel che compera e quel che mangia a tavola, aggiunse
per riguardo agli ospiti, anche una gallina delle solite, comperata
sul mercato, la mattina al buio, senza discutere, sicura in cuor suo
che questa almeno non sarebbe stata una gallina.
SCARAMUCCE.
Anche la nostra divisione, già da venti giorni accampata ad Oleggio,
ricevette l'ordine di raggiungere il grosso dell'esercito, che moveva
dal campo di Somma, per versarsi insieme sulla divisione del generale
Incaglia, incaricato di difendere il Ticino. Noi eravamo i Bianchi,
cioè colla fodera sul berretto, e il corpo dei Neri doveva
rappresentare un esercito nemico di sessanta mila uomini, pronto a
ritirarsi sopra Varese; a noi era comandato di vincere, e di coprirci
di gloria, sparando coi fucili vuoti, fortuna che non capita sempre
nemmeno nelle battaglie da burla, sebbene nel mondo si veggano molti
menare scalpore anche per più poco. Nessuna meraviglia dunque, se alla
vigilia stessa della manovra, molti cuori battessero come innanzi a
una vera battaglia: ma il cuore batte spesso per nulla.
Alle tre di mattina il campo era già tutto in movimento. Splendevano
ancora le stelle e la più bella luna che sia uscita dalle mani del
Creatore. La tromba dava i segnali, e dopo un gran frugare al bujo per
terra, ci avviammo in silenzio, carichi di sonno, per le strade
biancheggianti e per le nere sodaglie alla volta di Arona. Giunti ai
brulli poggi di Cagnago e di Cumignago, il Monte Rosa cominciò a
disegnarsi e a colorirsi innanzi all'alba; ed ecco a un tratto escono
le prime fucilate dalle siepi e dai boschetti che coronano le alture;
e noi avanti, rispondendo noi pure colle fucilate. I Neri fuggivano
come una nidiata di sorci, si appiattavano dietro i cigli, sparavano
ancora quattro colpi, mostrando appena la fila dei berretti, poi
un'altra corserella; si vedevano comparire e sprofondarsi nelle
vallette, e poi sempre avanti come se giocassimo a rimpiattarelli.
Così di poggio in poggio, di valloncello in valloncello, ora diritti
dietro un muro, ora sdrajati nei fossatelli, o terra terra,
scaglionati nelle piccole creste per una linea di forse sei miglia
sulla destra del Ticino; finchè, occupate oramai tutte le alture colla
nostra artiglieria, si cominciò a discendere, a incalzare il nemico
contro il fiume. Il giorno s'era fatto chiaro del tutto: il cielo non
aveva una ruga, e l'aria fresca della mattina ci lavava il viso
dell'ultima nebbia di sonno. Già ne si apriva davanti il magnifico
spettacolo del Lago Maggiore, azzurro come il cielo, nella sua bella
conca di montagne verdi, dipinte in cima dal sole d'un bel colore di
carminio.