--Non si faccia vedere cogli occhi rossi. Quel povero signore ha già

il cuore grosso così. So bene che è una grande passione; questa casa

non fu mai così triste, nemmeno nei giorni che hanno portato via la

sua mamma. Sapesse quanto pregare ho fatto in questi giorni! Non va,

non può andare avanti così, assolutamente no. Non c'è di peggio sulla

terra che la discordia nelle famiglie. Il sor Enrico non è cattivo e

io posso dirlo, perchè l'ho portato io al suo babbo quando è venuto al

mondo. Bisogna fare qualche cosa per lui. È un ragazzo vivo,

puntiglioso, che a pigliarlo colle buone si mena come un agnellino.

Gli pesa di non poter mantenere la parola data. Pesa anche a noi gente

ordinaria, che, se abbiamo un soldo di debito, non si dorme più. Se il

suo babbo non vuol proprio dargliele queste benedette ottocento lire,

non si potrebbe trovare il modo di dargliele noi?

--In qual maniera?

--Se non temessi di offenderlo quel ragazzo l'avrei trovata da un

pezzo la maniera.

--Dillo....

--Se lei mi aiuta, padroncina, possiamo levarlo dai fastidi.

--Certo, ti aiuterò.

--Basta che egli non sappia da che parte gli vengono questi denari, e

creda che glie li mandi il babbo.

--E invece?

--Io ho un libretto alla Banca Popolare e c'è scritto un migliaio di

lire, che sono i miei piccoli risparmi in trent'anni che servo questa

casa. Di questi denari io non ho alcun bisogno, perchè grazie al

cielo, qui non mi manca nulla e non credo nemmeno di perderli, ma

solamente di prestarli al sor Enrico, finchè ne avrà bisogno, e me li

renderà quando potrà. Ma se egli sa che vengono da me, naturalmente

non li piglia e si offenderebbe di buona ragione che una povera serva

voglia prestare il suo denaro a lui. Dico bene? Ella potrebbe invece

fargli credere che sono del babbo o che sono suoi....

--Tu sei una buona donna, Costanza,--dissi guardando fisso per la

prima volta quel volto giallognolo e quegli occhietti, che non

dicevano mai nulla.--La tua idea è bellissima e ne parleremo domani.

--Brava ora vada a tavola e si mostri allegra.

Un raggio di gioia rischiarò la faccia rugosa di quella povera

vecchia, che, trottolando, corse in guardaroba, contenta come se

avesse vinto un terno al lotto.

--Ecco un'idea semplice,--dissi fra me--che non mi è venuta in mente!

Io non avevo ottocento lire sotto la mano, ma possedevo tre volte

tanto in oro, in trine e in frivolezze eleganti. Il cuore non abituato

ad aver bisogno, non era abituato nemmeno a provvedere ai bisogni

degli altri. Anche nell'arte dell'esperienza vale più la pratica che

la grammatica.

Durante la notte raccolsi tante cianfrusaglie che non usavo più, vi

aggiunsi un anellino di brillanti, e pensai, così a occhio e croce,

d'aver raccolto un valore di ottocento lire. La mattina per tempo

chiamai la Costanza, che corse col suo libretto nascosto in seno.

--Ci ho pensato, Costanza; guarda. Ho raccolto questi gioielli, che

non metto più, e mi pare che possano bastare. Fanne un involto e senza

dir nulla a nessuno, va' dal vicino orefice e vendi. Quando hai i

denari in mano, va da Enrico, con questo biglietto che ora ti

scrivo....

Sedetti al tavolino e scrissi quattro righe con lieta furia di chi è

sicuro di salvare un uomo che affoga. Le antiche donne che portavano i

loro gioielli sull'altare della patria non erano più orgogliose di me.

Io mi sentivo crescere di valore, più prezioso di quello dei miei

ornamenti.

La Costanza era rimasta istupidita cogli occhi fissi su quel

mucchietto d'oro e, quando mi mossi per darle il biglietto, mi guardò

col suo sguardo scemo, tentennò il vecchio capo, masticò qualche

parola, e tirandosi indietro:

--Scusi,--disse,--lei può far vendere queste cose dal maggiordomo. Io

non son pratica.

--Ma bisogna salvare il segreto.

--Il segreto era necessario fin che si trattava dei miei danari; ma

questo è un altro conto.

--Tu non vuoi aiutarmi, dunque?

--Ella poteva aiutare me e non ha voluto. Scusi, capisco che i miei

danari possono offendere delle persone come lei, ma io non credevo di

fare l'elemosina. Scusi.... Scusi....

E come ubriaca si tirò verso l'uscio e se ne andò, nel momento che si

portava il fazzoletto turchino agli occhi.

Rimasi stordita davanti alle mie favolose ricchezze, e ci volle un bel

pezzo prima che la mia ragione comprendesse in che cosa io l'avessi

offesa. Ma la buona donna, che in quella _sua_ idea aveva posto tanta

tenerezza, non poteva rassegnarsi a vedersela rubare con tanta

leggerezza da una ragazza, il merito della quale si riduceva a vendere

delle cianfrusaglie fuori di moda. Per la Costanza quelle _sue_

ottocento lire valevano diecimila giorni di fatiche e di risparmio;

per me le mie non valevano quattro soldi, e con quattro soldi io

tentavo di rubarle una delle più grandi soddisfazioni della sua vita.

Anche nel fare il bene--ho letto in un libro--bisogna usare molta

discrezione e non togliere ai più deboli l'occasione di meritarsi un

premio.

«Ritieni--seguitava quel libro che ora capisco per la prima

volta--ritieni che il miglior bene che tu possa fare è quello che tu

lasci fare volentieri al tuo vicino.»

Fra me e la Costanza la pace fu subito conchiusa, e fra noi due fu

ancora lei la più imbarazzata a perdonarmi. Si combinò che ella

avrebbe portato dentro la giornata le _sue_ ottocento lire, colla

seguente lettera:

_24 dicembre_.

«Caro Enrico, domani è Natale, e sarebbe per noi un giorno di troppa

desolazione se tu non ci fossi. Oggi ho parlato con papà e gli ho

fatto capire che io non rimarrò a dividere questa desolazione,

facendomi quasi complice di una discordia che offende i vivi e i

morti. Il babbo n'è commosso, e se tu gli mandi ora una parola vedrai

che è disposto a perdonare tutto.

La Costanza, che ti porta questa lettera, è incaricata di consegnarti

anche una somma di ottocento lire, colla quale potrai soddisfare ai

tuoi debiti d'onore.

Paga, e vieni subito nelle braccia della tua... mammina».

Costanza eseguì allegramente la sua commissione e io chiusi le mie

gioie, e la presunzione nel cassettone.

Non potevo tuttavia non dire parola al babbo. Aspettai la sera quando

rimanemmo soli davanti al fuoco e gli dissi:

--Papà, ho pensato ai miei regali. Per domani voglio regalarti la

pace, se la vuoi....

--Se me la trovi.

--Enrico verrà a pranzo con noi. L'ho invitato io....

Il babbo fissò gli occhi nella fiamma e non rispose. Io non gli

lasciai il tempo di pensar troppo e soggiunsi:

--Abbiamo pagato anche il suo debito....

--Chi l'ha pagato?

--Egli crede che i denari vengano da te, ma Enrico sarà invece mio

debitore.

--E dove hai potuto trovare ottocento lire?

--Me le ha prestate, anzi me le ha offerte, indovina....

--Non saprei....

--La Costanza.

Il babbo aggrottò un poco le ciglia. Se lo avesse saputo prima non

l'avrebbe permesso, ma forse pensò che il miglior modo per evitare un

male è di prevederlo.

Forse pensò ancora ch'egli aveva tardato troppo a perdonare, e che la

vecchia Costanza, nel suo cuore di donna, aveva un assunto da compiere

nella sua casa. Gli occhi suoi brillarono alla luce viva della fiamma,

e vidi che a stento frenava le lagrime. Cercò lentamente la mia mano,

se la tenne un pezzo chiusa nella sua sulle ginocchia e infine con

voce velata dalla commozione, esclamò:

--Avete fatto bene, grazie....

--La Costanza mi ha fatto promettere che io non ti avrei detto nulla,

teme di offenderti....

--Io non le dirò nulla.

--Ho accettato a patto che ella ricevesse una riga di scritto in cui

mi dichiaro sua debitrice. Tu mi devi fare un altro piacere, papà,

lasciare cioè che io paghi a poco a poco questo debito coi miei

piccoli risparmi sulle spese inutili.... Sarà il mio debito di cuore.

--Se ciò ti piace. Tuccia, volentieri.

--E non dir più, Papà, che io scherzo col cuore.

Il babbo sorrise e diede una tenera occhiata al ritratto della povera

mamma, che sotto i mobili riverberi della fiamma pareva agitato e

vivo; poi mormorò:

--Non lo dirò più, signora mammina.

_25 dicembre_.

Io non ho mai passata una notte di Natale così serena e tranquilla

come questa volta, nemmeno negli anni bellissimi della prima

fanciullezza, quando si sognano gli angeli e i pastori che vanno per

la via al suono delle cornamuse. Il cuore, anche nel sonno, vegliò in

una soave contentezza, che scese a colorire e a rischiarare tutte le

cento visioni che passano nella fantasia d'una ragazza che non ha

dormito bene da un pezzo. E per una facile confusione di idee, dopo

essermi incontrata colla mamma in un paese sconosciuto, illuminato da

un grande falò, io mi confusi con lei, cioè sentii d'essere lei, e che

gran parte della morta viveva e parlava in me.

Oggi a mezzodì entrò correndo la Costanza. Agitando le braccia come

una gallina che tenti volare, gridò:

--Viene, viene....

Enrico, pallido e tremante di commozione, comparve nel vano

dell'uscio. Il babbo, pallido e tremante anche lui, si alzò.

--Papa!--gridò il ragazzo con un accento che non dimenticherò più. Si

stesero le braccia, e quei due uomini si gettarono l'uno sul seno

dell'altro.

La Costanza, che versava lacrime come un ruscello, seguitò a tirarmi

per il vestito fino in fondo alla sala, dove nascondendosi dietro la

tenda della portiera, tornò a dire:

--Mi giuri ancora che non dirà nulla.

Anche davanti a quel suo trionfo, la povera donna temeva del nostro

orgoglio e forse non aveva torto. In sessant'anni di esperienza ella

si era abituata a credere che i signori non amano le lezioni che non

possono pagare. Dopo i debiti di gioco ciò che più ci pesa infatti

sono i debiti di gratitudine.

La Costanza ha ragione, dico, di credere così, perchè siamo fatti

così; ma una differenza dovrebbe esistere fra il bene e il male, e io

farò di tutto per non pagare troppo presto il mio debito di cuore.

INDICE.

PREFAZIONE

Due sposi in viaggio

Un regalo alla sposa

Nei boschi

Parlatene alla zia

Ai tempi dei Tedeschi

Gina

Storia di una gallina

Scaramucce

Debiti d'onore e debiti di cuore

Vecchie Storie · 第 5 / 5 段